Cloud e PA, la roadmap per recuperare i ritardi italiani

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27 Novembre 2015

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Clara Carnevaletti, Politecnico Milano

Il patrimonio tecnologico della Pubblica Amministrazione mostra ancora oggi un’infrastruttura frammentata e gestita in modo spesso inefficiente. Nonostante l’aumento di iniziative di virtualizzazione e razionalizzazione, continuano a essere presenti mainframe fisici e server, hardware disomogeneo e non industry standard. Per quanto riguarda l’architettura applicativa, le applicazioni legacy monolitiche hanno lasciato spazio a un portafoglio applicativo “più moderno”, ma eterogeneo con prevalenza di item client-server o web oriented application.

La proliferazione di iniziative di centralizzazione dei server e di revisione applicativa in assenza di un’adeguata strategia e coordinamento tra gli enti causa diverse criticità all’interno della Pubblica Amministrazione. La principale riguarda il patrimonio informativo frammentato e non integrato, che diventa fonte importante di costi e complessità gestionale, oltre che di inefficienza, non raggiungendo i livelli di performances auspicati.

Le operazioni di razionalizzazione, che comprendono gli step di standardizzazione dell’hardware, consolidamento dei server, virtualizzazione e infine automazione della gestione, determinerebbero dei benefici economici sotto diverse dimensioni, quali: la razionalizzazione della gestione, apportando rilevanti modifiche nell’organizzazione, nell’architettura e nell’organizzazione dei Data Center ; il superamento della frammentazione dei centri e l’obsolescenza tecnologica; l’aumento dell’efficienza delle risorse, il risparmio e la qualità del servizio; la realizzazione dell’efficienza energetica.

Ma la razionalizzazione dei Data Center rappresenta solo il primo passo, a cui devono seguire il consolidamento delle piattaforme e del patrimonio applicativo, l’adozione di nuovi modelli di erogazione Cloud e il ripensamento di processi e modelli di servizio. Passi che, non solo permettono di ottenere benefici economici, ma aprono le porte a un insieme molto più grande e importante di opportunità che la Pubblica Amministrazione può cogliere sfruttando il Cloud Computing. Questo modello di erogazione delle risorse ICT rappresenta un nuovo paradigma di informatizzazione capace di contenere i costi, abbassare la massa critica di investimento e i fabbisogni di competenze consentendo anche alle PA più piccole di accedere ai benefici di una nuova digitalizzazione diffusa. Esso rappresenta il traguardo da raggiungere, grazie a cui i cittadini vedrebbero erogati migliori servizi; comuni, scuole e ospedali, aventi procedure simili tra loro, potrebbero accedere a un’unica applicazione Cloud, che essendo erogato in modalità Software as a Service, permetterebbe loro di dotarsi di hardware e software meno costoso.

Non si tratta, tuttavia, di una mera conversione tecnologica, ma di un progetto ampio, che va ad impattare su piattaforme, applicazioni e processi. È necessario fare scelte precise e standardizzare le piattaforme per la realizzazione di applicazioni software, per ottenere economie di scala e poter garantire una più semplice manutenzione dei sistemi e la loro integrabilità; trasformare moltitudini di applicazioni aventi copertura funzionale simile in servizi standard e condivisi, rendendoli accessibili in maniera semplice e veloce tramite la rete agli enti, per migliorare e uniformare i livelli di servizio nei confronti dei cittadini; diffondere best practice nei processi sottostanti, per garantire uno svolgimento più efficace delle attività e rifocalizzare le risorse locali verso attività più importanti a contatto con il cittadino. Il Cloud, in questa prospettiva, consentirebbe di aumentare l’efficienza, favorire l’interoperabilità, aumentare l’agilità, valorizzare il patrimonio di dati, informatizzare le amministrazione e, dunque, innovare.

Nello specifico, per la Pubblica Amministrazione si possono identificare tre “modelli” di particolare interesse:

  • il Cloud Data Center, s’intendono tutti i grandi progetti infrastrutturali, dal consolidamento dei Data Center alla virtualizzazione dei server, rivolti principalmente a realizzare una razionalizzazione dei costi operativi dei numerosi centri di calcolo attivi sul territorio, economie di scala nell’approvvigionamento delle risorse, l’aggiornamento allo stato dell’arte tecnologico dell’infrastruttura della PA;
  • lo Shared Service prevede che la progettazione e la realizzazione di servizi applicativi centralizzati e condivisi vengano affidate ad un ente attuatore pubblico, che li eroga ad altri enti della PA. Uno dei principali benefici che si coglie in questo modo è la standardizzazione non solo del servizio stesso, ma anche delle procedure e dei processi che lo sottendono. Il ruolo dello Shared Service dipende strettamente dalla natura dell’ente attuatore, che può avere diverse forme:
    • società In-House regionali, che svolgono un primo ruolo di aggregazione della domanda e promozione di iniziative sistemiche su preciso mandato;
    • consorzi, ovvero aggregazioni di enti della PAL (ad esempio Comuni) che mettono a fattor comune risorse per realizzare servizi condivisi e perseguire economie di scala;
    • organi del Governo centrale, che erogano servizi pensati centralmente per rispondere alle esigenze di un gran numero di enti (es. Cloud Application Marketplaces, Centrale acquisti, Servizi transazionali standard,…);
  • il Public Cloud vede invece un singolo ente accedere attraverso la rete a risorse ICT (siano esse applicazioni in modalità as-a-Service o risorse infrastrutturali in modalità IaaS) approvvigionate da un provider di mercato in maniera flessibile e scalabile, permettendo un contenimento degli investimenti e stimolando l’offerta di mercato. Gli obiettivi tipici di questi progetti risiedono nella variabilizzazione degli investimenti e nell’utilizzo di soluzioni consolidate a fronte di un corrispettivo per l’effettivo consumo del servizio.

La diffusione del Cloud nei singoli enti del settore pubblico italiano appare oggi più maturo rispetto a qualche anno fa. Tuttavia, mentre all’estero il Cloud abilita già forme evolute di Shared Service, in Italia sono presenti iniziative sporadiche di adozione di Public Cloud per applicativi standard o limitati a livello infrastrutturale e, per quanto riguarda gli Shared Services, esistono progetti consortili o regionali. Ancora lontani da una diffusione sistemica sul territorio nazionale, a causa di diverse barriere all’attuazione e diffusione dei servizi condivisi, – da un’inerzia al cambiamento organizzativo, a una legislazione complessa, a una mancanza di leadership centrale e di linee guida di supporto – occorre, quindi, un maggiore sforzo per cercare di standardizzare e aggregare servizi per poi erogarli in modo condiviso: ciò significa trovare un accordo tra i diversi enti, uniformare le proprie esigenze e rinunciare a interessi locali, adottare una strategia unica e promuovere la collaborazione per realizzare un sistema Cloud per il Paese.