Cosa è successo all’App Immuni? Tanto rumore per…

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Lo scorso mercoledì 15 aprile, durante l’appuntamento di “A colazione con”, abbiamo discusso di tracciamento dati in emergenza sanitaria e quali conseguenze possa avere sui cittadini. Cos’è successo nel frattempo all’App Immuni scelta dal governo? Sono stati appena sciolti alcuni nodi legati alla privacy, ma ne restano ancora diversi altri

30 Aprile 2020

P

Vincenzo Patruno

Vice Presidente Associazione onData

B

Marina Bassi

Project Officer Area Ricerca, Advisory e Formazione FPA

Photo by Macau Photo Agency on Unsplash - https://unsplash.com/photos/-xrAADPPU4M

La querelle data tracing ha sollevato molto fermento negli ultimi giorni e settimane. Appena è stata resa pubblica l’intenzione di utilizzare un’App, infatti, per il contact tracing, provando in qualche modo a riproporre quanto fatto nei paesi asiatici, si è subito innescato un dibattito serrato sul tema. Social, giornali, testate on line, blog, esperti e meno esperti che evidenziavano a torto o ragione una serie di criticità. Tanto da travolgere e rimettere in discussione quella che avrebbe voluto essere la strategia del governo sul tema. Ma qual è la situazione oggi?

Qualche ragionamento avevamo provato a farlo insieme, nel corso dell’ultimo appuntamento con A colazione con…, di cui di seguito la registrazione.

Ad oggi, il risultato è che, a distanza di un mese dall’annuncio del Governo, svariate marce indietro e correzioni di rotta, c’è ancora tantissima confusione sull’argomento. E la miccia che ha fatto esplodere la questione è stata essenzialmente la tutela della privacy. Sin da subito, infatti, tutte le questioni legate alla privacy che sono state via via evidenziate, hanno messo a nudo una serie di criticità architetturali e tecnologiche dell’app di contact tracing e di conseguenza anche di vari aspetti relativi alla strategia adottata per gestire la fase due dell’emergenza attraverso (anche) il supporto di un’App. Non ultimo, ci si è domandati se fosse stato il caso di demandare una scelta così delicata e impattante per la comunità a un comitato tecnico-scientifico, piuttosto che mantenere paternità politica, come faceva notare Stefano Epifani qualche tempo fa.

E poiché in definitiva si tratta di un problema che riguarda tutti i Paesi che stanno fronteggiando l’emergenza, è dovuta intervenire anche la Commissione Europea per stabilire una serie di criteri da proporre ai Paesi membri al fine di avere soluzioni omogenee e interoperabili tra loro.  È auspicabile infatti che l’App debba funzionare anche al di fuori dei confini nazionali, dialogando con quelle scelte dagli altri Paesi membri (già in tempi non sospetti, del resto, avremmo potuto immaginare di creare una soluzione unica e trasversale)

È il caso però di fare qualche chiarimento operativo. Dapprima, va ricordato che lo scopo di un’App di contact tracing non è quello di tracciare i movimenti delle persone, bensì quello di permettere a chi installa l’App di tenere automaticamente traccia in modo del tutto anonimo delle persone a cui ci si è avvicinati. Tutti? No, solo quelli che hanno a loro volta installato l’App. L’app registra infatti un evento, ossia che due smartphone su cui è attiva l’app sono entrati uno nel raggio di azione dell’altro attraverso uno scambio di codici.  Chi parla sono infatti gli smartphone. In questo modo, se qualcuno venisse trovato positivo al virus (e ovviamente ha lo smartphone con l’app installata), si potrà inviare una notifica a tutti gli altri smartphone con cui entrati in contatto nei giorni precedenti.

L’App dovrebbe essere quindi vista come un ulteriore strumento di protezione individuale, al pari di mascherine e guanti, per proteggere e tutelare le persone e la collettività dai contagi. Niente di più. La tentazione di centralizzare la raccolta di dati o di tracciare anche la posizione bisogna farsela passare. Serve infatti una soluzione che tuteli la privacy senza generare alcun dubbio e che sia all’altezza della democrazia che abbiamo in Italia. E la decentralizzazione è alla base dell’anonimato.

Ad ogni modo, sembra che grazie alla società civile, ai professionisti e agli esperti che hanno sollevato le criticità dell’approccio iniziale, dopo vari ripensamenti, capriole e cambi di direzione la nebbia attorno all’app di contact tracing si stia forse diradando. Il forse è d’obbligo.

Ci sono, tuttavia, alcuni elementi che ancora devono trovare sfogo. Ad esempio, alla domanda “ci serve davvero questa App?”, la risposta non potrà che essere “dipende”. Dipende da quanti saranno coloro che la vorranno utilizzare. Si è parlato di almeno il 60% della popolazione. Questo “almeno il 60%” andrebbe in realtà calcolato su scala locale e non invece come si è spesso fatto su scala nazionale. Vuol dire, ad esempio, che nelle zone più colpite si tenderà ad installare e a utilizzare l’App meno che nelle zone che invece sono state colpite marginalmente. Proprio perché l’App diventa un ulteriore dispositivo di protezione personale. Dipende però anche da quando sarà pronta e disponibile per il download. Ci vorrà infatti ancora del tempo. Forse troppo tempo.

Nel consiglio dei ministri di questa notte (si è concluso poco dopo la mezzanotte) sono stati sciolti alcuni nodi legati alla privacy ma ne restano da sciogliere ancora diversi altri. E per quanto riguarda i tempi,  nella migliore delle ipotesi ci vorrà ancora un mese per il rilascio dell’App al pubblico. Molto probabilmente di più. Nel frattempo l’emergenza continua.