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Dato pubblico, perché serve cambiare paradigma

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Per realizzare una vera cittadinanza digitale occorre cambiare la PA ripensando i processi organizzativi di erogazione servizi e il modello di gestione del dato pubblico, andando verso un’ottica di dati distribuiti, mettendoli in riuso su tutta la filiera

13 Aprile 2016

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Andrea Piscopo, responsabile settore informatico e agenda digitale, Comune di Mantova

E’ di recente attualità il tema del Digital First ovvero della necessità di porre al centro delle politiche nazionali il tema della “cittadinanza digitale”. In tale ambito si è scatenato un notevole fermento che coinvolge tutti i livelli istituzionali portando alla nascita di molti tavoli di lavoro e gruppi di confronto.

Il principio della cittadinanza digitale è sicuramente uno degli aspetti più caratterizzanti di una moderna democrazia in grado di far dialogare cittadini e Stato (in tutte le sue declinazioni) con un “click”, garantendo, inoltre, di ottenere il duplice obiettivo di assicurare processi trasparenti e snelli.

Ciò premesso, è necessario porci il problema se e come tale obiettivo può e deve essere raggiunto in un modello di gestione dello Stato strutturato su più livelli diretti (istituzioni ed enti pubblici) ed indiretti (società pubbliche, gestori di servizi, ecc.), caratterizzati ognuno da una propria organizzazione di processo ma, soprattutto, di un proprio sistema informativo. Sistema informativo, nella maggior parte dei casi, ideato a propria immagine e somiglianza e difficilmente dialogante con gli altri, non solo per cause tecniche (cause facilmente superabili), ma principalmente per il timore dei “gestori dei dati” di perderne il possesso e controllo, in barba ai sani principi di diffusione di big ed open data.

Se vogliamo scardinare il sistema, è necessario iniziare, innanzitutto, a ragionare in ottica di filiera verticale e verticistica, dove in testa alla filiera stessa vengono messi il cittadino e l’impresa, ripensando, pertanto, i processi di erogazione di servizi, non più disegnati sulla base della strutturazione e compiti degli Enti, ma sulla base delle reali necessità degli utilizzatori finali.

Per realizzare ciò è innanzitutto indispensabile ripensare il paradigma del “dato pubblico”, superando l’attuale sistema di accoppiamento biunivoco ente-dato, dove ogni ente è proprietario della propria porzione di dato anche se replicato ed utilizzato da altri enti, che ne posseggono a loro volta un doppione identico.

Vanno riviste le relazioni di forza in un’ottica di dati distribuiti, ma soprattutto gestiti e validati da un unico soggetto che ne detiene il possesso, mettendoli in riuso su tutta la filiera.

La tecnologia lo permette, è solo il gestore che deve superare la bulimia da dato, che ne impedisce l’utilizzo diffuso permettendo, pertanto, di creare un unico cluster di “chiavi primarie” a cui poter attingere per erogare i servizi online.

Ciò faciliterebbe sicuramente la nascita di nuovi applicativi e sistemi in grado di poter mettere in relazione le necessità dei cittadini con le potenzialità dei servizi pubblici, superando le attuali frammentazioni e barriere che limitano (o impediscono) l’esperienza d’uso digitale.

Va superato il modello di un sistema di Pubblica Amministrazione analogica, che si limita solo a trasporre i propri processi basati su “modulo cartaceo” in “moduli digitali”, senza ripensare pertanto a come la tecnologia può e deve aiutare il cittadino e l’ente a snellire le fasi di lavorazione diminuendo i tempi di evasione.

Concludo sottolineando che, mentre la tecnologia sta correndo velocemente creando connessioni, dispositivi ed applicazioni per ogni utilizzo della vita quotidiana, facendo crescere esponenzialmente le aspettative dei cittadini e l’utilizzo di servizi sempre più smart ed a portata di mano, se la Pubblica Amministrazione non riesce a stare al passo di tale evoluzione rischia di perdere il proprio “scopo di vita”, che è quello di erogatore di servizi creando pertanto un solco invalicabile ed irreversibile nei rapporti con la cittadinanza.

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