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Fattura PA, un anno dopo: oltre 33 milioni di documenti, la sfida ora è il B2b

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Se fino al 2013 parlavamo di
5.000 imprese che avevano portato in Conservazione Digitale le proprie fatture e di 200.000 che conservavano digitalmente i propri Libri
e Registri, con l’avvento della Fatturazione Elettronica verso la PA c’è stata
una diffusione crescente: oltre 130.000 imprese nel 2014, che
hanno raggiunto quota 650.000 nel 2015

11 Aprile 2016

I

Irene Facchinetti, direttore Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione, Politecnico di Milano

Dopo un anno dall’entrata in vigore della Fatturazione Elettronica verso la Pubblica Amministrazione – dallo scorso 31 marzo 2015 tutte le PA, anche quelle locali, sono state interessate dall’obbligo – possiamo dire che l’Italia ha mosso passi concreti verso il Digitale? C’è stato l’effetto “contagio” – da tutti auspicato – dalla Fatturazione Elettronica alla Digitalizzazione delle organizzazioni, pubbliche e private, del nostro Paese?

Un effetto c’è stato, è innegabile. I numeri lo dimostrano chiaramente: oltre 700.000 fornitori hanno inviato fatture elettroniche a oltre 53.000 uffici di Pubbliche Amministrazioni loro clienti. I dati pubblicati dall’Agenzia delle Entrate al 31 marzo 2016 riportano oltre 33 Milioni di file FatturaPA transitati complessivamente attraverso il Sistema di Interscambio: un “primo” dialogo – in formato elettronico strutturato – è stato certamente impostato tra un numero non irrilevante di organizzazioni. Organizzazioni che stanno iniziando a prendere confidenza anche con i processi di Conservazione Digitale delle proprie informazioni a rilevanza fiscale: gli oltre 30 Milioni di fatture elettroniche non possono essere archiviate “fisicamente”, ma in qualità di documenti informatici devono essere obbligatoriamente conservate in digitale.

Se fino al 2013 parlavamo di 5.000 imprese che avevano portato in Conservazione Digitale le proprie fatture (attive e/o passive) e di 200.000 che conservavano digitalmente i propri Libri e Registri, con l’avvento della Fatturazione Elettronica verso la PA c’è stata una diffusione crescente. Nel 2014 si registravano oltre 130.000 imprese, che hanno raggiunto quota 650.000 nel 2015: prevalentemente conservano le fatture elettroniche trasmesse alle PA, ma non sono poche le realtà che hanno iniziato – dopo l’evento “trigger” della Fatturazione Elettronica – a intraprendere progettualità più estese (in alcuni casi, poche decine di Fatture Elettroniche inviate alla PA hanno spinto a portare in Conservazione Digitale centinaia di migliaia di documenti: ne è un esempio paradigmatico il Gruppo SACMI – cliccare qui per accedere alla video-pillola che racconta l’esperienza).

Non si incontrano solo “good practice” nel percorso di adeguamento all’obbligo di Fatturazione Elettronica. Non lo sono certamente le organizzazioni che oggi procedono con la stampa della fattura elettronica e la successiva gestione e archiviazione fisica della copia cartacea. Queste organizzazioni non hanno compreso che cosa significa fare – e tanto meno come si può “fare bene” – Fatturazione Elettronica: mantengono in vita un processo obsoleto, oggi certamente inefficiente, ma soprattutto non valido in quanto non previsto dalla normativa vigente. Così facendo, rinunciano oltretutto a una quota significativa dei benefici – che si assestano, secondo le stime dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione, tra i 7,5 e gli 11,5 euro a fattura – derivanti principalmente da risparmi legati alla riduzione dell’impiego di manodopera per attività di stampa e imbustamento, alla gestione della relazione con il cliente, alla gestione e alla condivisione interna delle informazioni, alla conservazione.

Perché il vero valore della Fatturazione Elettronica (verso la PA, ma anche nelle relazioni tra privati) non è quello di inviare fatture in digitale – scegliendo “semplicemente” un canale alternativo al postino – ma quello di stimolare le imprese a emettere, ricevere e gestire documenti in formato elettronico direttamente elaborabile dai propri sistemi , ovvero a ripensare, in chiave digitale, i propri processi: interni alla propria organizzazione ma anche di relazione con i propri partner di business.

È proprio da questa consapevolezza che scaturisce il monito dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione alla “Fatturazione Elettronica B2b” così come spinta dal Legislatore nel Decreto Legislativo n.127 dello scorso 5 agosto 2015. È importante che le imprese non guardino alla Fattura (in generale, al singolo documento) come a un punto di arrivo, ma riescano a cogliere il più ampio quadro di opportunità offerte – dal Legislatore, ma ancor prima dalla Digitalizzazione in sé – iniziando da subito un percorso di evoluzione che (magari proprio partendo dalla Digitalizzazione della Fattura) guardi all’intero Ciclo dell’Ordine con l’obiettivo di digitalizzarne tutte le fasi con i relativi documenti. Può sembrare fantascienza, ma le esperienze dal campo ci dicono che non lo è: in Italia ci sono circa 10.000 imprese che scambiano, via EDI, 80 Milioni di documenti – di cui 30 Milioni di Fatture, ma anche Ordini, Conferme d’Ordine, Documenti di Trasporto – in formato elettronico strutturato con i propri partner di business. A queste, si aggiungono circa 60.000 imprese che sono tra loro connesse e condividono informazioni e documenti tramite una Extranet o un Portale B2b. Il Decreto può essere un incentivo a favorire un’ulteriore diffusione della Fatturazione Elettronica nel B2b: può incrementare significativamente il numero delle Fatture Elettroniche strutturate che circolano nel nostro Paese ma, soprattutto, se ben concepito, fungere da stimolo ulteriore alla gestione digitale di tutte le relazioni cliente-fornitore.

Dopo un anno di Fatturazione Elettronica verso la PA, i numeri sono incoraggianti ma la sfida digitale è ancora lontano dall’essere vinta. Abbiamo imparato a muovere i primi passi, ma la strada è evidentemente lunga e in alcune parti ancora da costruire.