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EDITORIALE

Il piano triennale di AgID: 90 azioni per la PA digitale

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Del piano triennale parleremo ancora e molto. Ecco un primo intervento, derivato da una lettura a caldo del provvedimento

13 Marzo 2019

Carlo Mochi Sismondi

Presidente FPA

Photo by Al x on Unsplash - https://unsplash.com/photos/o9isBQ25H-g

Lo aspettavamo alla fine dell’autunno, è arrivato mentre sta affacciandosi la primavera, ma ora il Piano Triennale 2019-2021 “per l’informatica nella Pubblica Amministrazione”, come lo chiama la obsoleta dizione ufficiale, è firmato e pubblicato e si presenta ambizioso ed articolato.

Novanta linee d’azione suddivise in nove aree tematiche e in 34 paragrafi che sono  altrettanti obiettivi; una più ricca analisi statistica (finalmente) dell’esistente e della relativa spesa; una completa disamina della legislazione italiana ed europea e, infine e soprattutto, un dettagliato elenco di puntuali indicazioni per le amministrazioni, con tanto di scadenze, fanno di questo piano uno strumento di lavoro completo e immediatamente utilizzabile sia per le PA che devono programmare la loro transizione al digitale, sia per le imprese che devono decidere se e come investire risorse e ricerca nel mercato pubblico italiano, in un ambiente internazionale fortemente competitivo.

Molte le conferme rispetto al precedente piano, di cui questo ricalca l’impostazione di massima senza clamorose discontinuità, ma molte anche le novità. Prima di tutto una notazione di metodo: mi pare di leggere una maggiore attenzione ad accompagnare gli attori, ossia amministrazioni, imprese e cittadini, in questo potenzialmente infinito percorso di crescita nell’ecosistema digitale. Un percorso che per ciascun ente è sì di cambiamento di processi, ma che porta con sé, in una continua crescita, anche i concetti piagetiani di assimilazione e accomodamento e richiede, quindi, un’attenta funzione formativa e di accompagnamento, da intendersi quasi come un mentoring delle organizzazioni. Questa attenzione è dimostrata anche dalla “guida interattiva” al piano che permette approcci “profilati” e che sarà, penso, oggetto di una necessaria e successiva implementazione.

Passando all’articolato, una novità che ho letto con grande attenzione e con un particolare favore è stata la resurrezione, dopo cinque o sei anni di limbo, delle smart city e/o delle smart community. Il paradigma delle “smart city” – dopo essere stato un hype per un paio d’anni ed aver avuto l’onore di essere oggetto di un importante articolo di una legge chiave come “crescita 2.0” nel 2012 – ha rischiato fortemente di evaporare, senza mai essere stato messo davvero in pratica.

Tutte le scadenze sono state bucate, il nuovo CAD se le dimentica con la scusa che tanto non si era fatto nulla (sic!), ma le città intanto non sono state ferme, tutt’altro, e aver ripreso il tema nel piano triennale è sicuramente una buona notizia. Lo è ancor di più perché non si tratta di una semplice riedizione di quanto allora immaginato, ma di un’importante rielaborazione che, sotto il nuovo nome di smart landscape parla non più solo di servizi ai cittadini nelle città intelligenti, ma di area vasta, di gestione smart della logistica, di programmazione territoriale integrata, di gestione intelligente dell’IOT.

Rinasce quindi la necessità di una definizione di cosa siano, ma anche l’impegno per un modello predittivo (Smart Landscape Engine) in grado di produrre scenari what-if al variare delle azioni in ingresso e di una piattaforma generale (Smart Landscape Platform) utile a tutte le Amministrazioni per erogare in proprio i servizi ed esporre le relative API, o utilizzare quelli già disponibili.

Altra importante novità, di cui avremo modo di parlare più a lungo in un prossimo articolo, è quella relativa alla maggiore enfasi sul passaggio delle amministrazioni al cloud. Se ne è parlato moltissimo, ma sino ad ora se ne è fatto abbastanza poco, mantenendo uno status autarchico per moltissime amministrazioni, con evidente ed enorme spreco di danaro e di risorse umane. Ora ci sono risorse, apparato legislativo, linee guida e strumenti contrattuali. Se non ora quando?

Del piano triennale parleremo ancora e molto, mi preme però concludere questo primo intervento, derivato da una lettura a caldo del provvedimento, con una notazione preoccupata.

Tranquilli: non voglio una volta ancora citare la confusione nella governance, quella è grave e sotto gli occhi di tutti, ma esce, in questo confuso e conflittuale momento politico, dall’orizzonte di questo articolo. Voglio invece parlare di “fabbrica”: delle novanta azioni che il piano descrive e promette ben 67 sono di competenza dell’AgID, di cui undici ben pesanti la vedono come unica protagonista e nelle altre deve affiancare le amministrazioni con un ruolo di indirizzo, ma anche, come abbiamo detto, in quello, labour intensive di coaching. Ce può fare l’AgID a sopportare questo peso “produttivo” a condizioni date? Può interpretare al meglio il suo ruolo di agenzia di execution?

Purtroppo, ad oggi la risposta non può che essere fortemente dubitativa. È quindi necessario che sia data alla “fabbrica” AgID la possibilità di rafforzarsi, di meglio organizzarsi, di dotarsi di risorse sufficienti per un compito che appare sempre più decisivo. Essere l’attore responsabile della esecuzione del piano non è infatti una diminuzione, è anzi un ruolo alto e fondamentale, senza il quale ogni decisione strategica, che a mio parere non può comunque essere in capo a chi esegue, sarebbe un puro esercizio retorico.

Ascolta il podcast di commento al Piano Triennale:

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