Inps: “Sulle nuove reti, impariamo a collaborare con ‘smart data’”

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Le Amministrazioni cooperanti si concentrino solo sul processo da cablare, trascurando i dettagli implementativi del dato e concentrandosi “solo” su ciò che esso significa per ciascuna di loro nel contesto collaborativo d’una “Organizzazione allargata”, che è il miglior modo per unificare gli intenti, sinergizzare gli sforzi e far vedere al cittadino, finalmente, una PA che agisce come un corpo unico

6 Giugno 2016

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Luigi Sculco, Inps

Si sente un gran parlare su “rilancio dei territori”, “innovazione”, “ripresa”, “sviluppo bottom-up”, “economia sostenibile” e similari. Tante le ricette, tanti gli slogan, tante le sperimentazioni, ma almeno fino a poco tempo fa, nonostante una normativa all’avanguardia, poche sperimentazioni sono uscite dal “limbo” e sono definitivamente entrate, peraltro dopo lunghe “gestazioni”, nel tessuto organizzativo dello Stato (Fatturazione Elettronica, Certificazione di Malattia Telematica, UNIEMENS, UNILAV, DURC). Nella stragrande maggioranza dei casi, una “idea buona” s’è fatta strada quando si sono intersecati due fattori: una “necessità per ridurre complessità e colmare un gap evolutivo” ed un “soggetto promotore forte” del panorama socio-economico. Per il ruolo che ha, l’INPS ha quasi sempre giocato un ruolo di primaria importanza, complice anche il suo raffinato e potente Sistema Informatico che, praticamente, lo interconnette con ogni Ente o grande Organizzazione di pubblico interesse. I motivi delle predette lungaggini son stati moleplici e non si sta qui a dissertare sulle singole cause, anche perché, sostanzialmente, il vero ed unico problema che affligge la Pubblica Amministrazione non è la vetustà dei paradigmi, né tantomeno la burocrazia, ma si tratta di qualcosa di molto più semplice, quasi “banale”: la convinzione diffusa che “l’informazione è potere” e la conseguente “gelosia” nello scambiarla e farla circolare.

E’ questa, in fondo la causa del proliferare di Enti, delle molteplici “Convenzioni” da tenere aggiornate, delle resistenze formalmente suffragate dal “Principio di non eccedenza” e dalla “Protezione dei dati personali”, ma informalmente sostanziate dall’anzidetta, discutibile, convinzione.

Che il Potere Legislativo ed Esecutivo se ne siano accorti ed abbiano comunque posto rimedi è evidente e tutto ebbe inizio prorompente col D.Lgs 82/2005 (Codice dell’Amministrazione Digitale, abbreviato in CAD) che all’art. 50 imponeva a tutte le Amministrazioni di scambiarsi i dati per fini istituzionali senza costi aggiuntivi o restrizioni di sorta, fatti salvi i dati personali e l’interesse di Stato. Nonostante tale forte spinta, ci volle molto tempo perché i primi decreti attuativi vedessero la luce. Furono creati Organismi ad hoc, Commissioni di studio ed anche definite infrastrutture, ma quasi sempre, le “buone idee” si son fatte strada a fatica e quando ciò è avvenuto c’è sempre stato dietro un “soggetto promotore forte” ed una “necessità impellente”. Quasi mai s’è entrati nel circolo virtuoso indotto dall’idea di fondo che “la PA è una, anche se s’estrinseca ed agisce con modalità diverse sul territorio”.

Il predetto art. 50 che quasi imponeva alle Amministrazioni di stender tra loro collegamenti che cablavano processi cooperativi, fu man mano soddisfatto con la pubblicazione di “Open Data” (linked e non). Vero che essi sono espressione dell’attività d’una organizzazione interamente messa nelle mani della collettività (ergo, non possono contenere informazioni che ledono i diritti di riservatezza personali) affinché quest’ultima la utilizzi anche a fini di Business in servizi di nuova generazione, ma nel rapporto tra Amministrazioni Pubbliche è molto meglio stendere collegamenti di tipo “point-to-point” per cablare processi trasversali e, a tal punto, diventerebbe poco efficiente gestire tutto ciò con meri meccanismi di “upload/download”. Da qui l’esigenza di sincronizzarsi su archivi condivisi in una sorta di “Cloud” all’interno del quale più Amministrazioni (almeno due) disegnano assieme i processi condivisi, traguardando l’interesse collettivo.

A tale “Cloud” si è ormai giunti con SPC (sistema Pubblico di Connettività) definito dal CAD come: “l’insieme di infrastrutture tecnologiche e di regole tecniche, per lo sviluppo, la condivisione, l’integrazione e la diffusione del patrimonio informativo e dei dati della pubblica amministrazione, necessarie per assicurare l’interoperabilità di base ed evoluta e la cooperazione applicativa dei sistemi informatici e dei flussi informativi, garantendo la sicurezza, la riservatezza delle informazioni, nonché la salvaguardia e l’autonomia del patrimonio informativo di ciascuna pubblica amministrazione”.

A tal punto, l’infrastruttura esiste ed il problema non sarebbe più tecnico, ma di volontà politiche e direzionali. Logica vuole che le Amministrazioni cooperanti si concentrino solo sul processo da cablare, trascurando i dettagli implementativi del dato e concentrandosi “solo” su ciò che esso significa ed impersona per ciascuna di loro (metadato + dato = informazione) nel contesto collaborativo d’una “Organizzazione allargata” che in fondo in fondo è il miglior modo per unificare gli intenti, sinergizzare gli sforzi e far vedere al cittadino, finalmente, una PA che agisce come un corpo unico. Logico utilizzare un formato universalmente riconosciuto e semplice, quindi, “Open”. E’ questo il concetto di dato “Smart”, quindi “Smart Data”: dati in formato “Open” che sono “Open” solo tra le Amministrazioni o le Organizzazioni che collaborano, ma non è detto che lo siano per l’intera collettività. Sono “Open” perché in formato aperto (cosa che consente di trascurare il dettaglio implementativo), sono “Smart” perché disegnati e scambiati al fine di cablare processi trasversali tra Organizzazioni, pubbliche o private che siano.

E’ un concetto che non si trova in letteratura perché nasce in INPS a seguito d’un approccio sperimentale con Forum-PA ed ha riguardato dati reali sul welfare e sulle attività produttive, ma è, a ben vedere, applicato in maniera ingenua tutte le volte che due Amministrazioni buttano giù una Convenzione d’intenti tra loro e la finalizzano ad uno scambio dati di mutuo interesse lavorativo per fini istituzionali. Il concetto di “Smartness” sta proprio nel disegnare intelligentemente i processi trasversali tra Amministrazioni traguardando i bisogni del cittadino, dell’azienda e, in generale, della collettività e da questa visione riuscire ad instaurare canali comunicativi stabili e cablati che “liberano dalla schiavitù della non conoscenza” i tanti comparti della PA che interagiscono.

Tecnologicamente, il dilagare di Internet ed il basso costo delle tecnologie consente di pervenire al suddetto disegno, quel che sinora è mancata è una applicazione concreta che stimolasse adeguatamente l’idea portante secondo la quale “la PA è una ed esiste perché la collettività le trasferisce complessità, confidando nella sua esauriente risoluzione”. Sostanzialmente, in un mondo interconnesso, è nella precedente e semplicissima frase che si nasconde il concetto di “Smart Data”. In poche parole, è più un problema di “uomini” che non di “mezzi”. Costerebbe pochissimo (la tecnologia c’è già ed anche tanta), ma i suoi ritorni sarebbero enormi (basta guardare un qualsiasi giornale per rendersi conto di quanta inefficienza, inefficacia e diseconomicità è causata dalla mancanza di conoscenza condivisa tra Amministrazioni centrali e locali). Anche stavolta l’INPS una proposta concreta ce l’ha: abbiamo avviato al nostro interno l’uso degli “Smart Data”, scaturiti dalla predetta collaborazione con ForumPA, a supporto del Controllo di Gestione, ma riteniamo che la loro “restituzione al Territorio” (quindi ai Comuni e, in generale alla PAL) attraverso l’infrastruttura “Cloud” di SPC, previ accordi programmatici tra enti per cablare processi condivisi, possa rappresentare un volano non indifferente per il Sistema-Paese e, a conti fatti per l’intera Unione Europea (che forse non a caso parla di “Interoperabilità Semantica” tra Pubbliche Amministrazioni).

Solo a titolo d’esempio, l’altoforno di Piombino fu chiuso nella prima metà del 2014, ma gli ammortizzatori sociali erogati nel comprensorio mostravano un trend negativo nel settore già da molto tempo. Averlo socializzato in tempo come “conoscenza” tra le varie Amministrazioni coinvolte molto probabilmente avrebbe stimolato una sua riconversione o il rilancio di altri settori che avrebbero potuto agevolmente assorbire l’esubero senza che esso divenisse un costo per la collettività. Analoga analisi poteva esser fatta per l’Alcoa in Sardegna, l’Ilva di Taranto e tante altre filiere industriali che, nella maggioranza dei casi evidenziano “prima” una situazione di sofferenza, consentendo d’agire in tempo utile ed in modo positivo. Non c’è miglior motivo per sfatare il mito che “l’informazione è potere” e non c’è miglior volano socio-economico d’una PA che “prevede” in un certo posto una crisi di settore ed agisce “prima” per dare soluzioni concrete. D’una PA così il cittadino avrebbe certamente fiducia ed entreremmo nel contesto della “Social Intelligence” (intesa come “Smartness nel definire le Public Policies”), più che “Business Intelligence”. Ovvio che il dato “Smart” inteso come restituzione di conoscenza al territorio ne rappresenti uno dei pilastri.