La comunicazione elettronica tra PA e cittadini: dove stiamo andando?

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Lo scorso 5 agosto è stato pubblicato da parte del DDI (il nuovo nome del dipartimento tecnologico di Brunetta che per esteso suona come “Dipartimento per la Digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’Innovazione tecnologica”) un importante bando di gara per un servizio di “comunicazione elettronica certificata tra pubblica amministrazione e cittadini”, in breve CEC-PAC. E’ un bando abbastanza ricco (50 milioni di euro, seppure in due tranches da 25, di questi tempi sono qualcosa), importante per il tema e singolare per le sue modalità. Siamo ancora in fase di prequalifica (si è scelto il sistema della gara ad invito e siamo in fase di dichiarazione di interesse e verifica dei requisiti da parte dei candidati), ma la mia impressione è che sarà un’iniziativa che avrà conseguenze importanti per il futuro del processo di digitalizzazione della PA e quindi vorrei da subito condividere con voi alcune domande e alcune riflessioni. Vi dico subito che sono alquanto perplesso.

10 Settembre 2009

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

Lo scorso 5 agosto è stato pubblicato da parte del DDI (il nuovo nome del dipartimento tecnologico di Brunetta che per esteso suona come “Dipartimento per la Digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’Innovazione tecnologica”) un importante bando di gara per un servizio di “comunicazione elettronica certificata tra pubblica amministrazione e cittadini”, in breve CEC-PAC. E’ un bando abbastanza ricco (50 milioni di euro, seppure in due tranches da 25, di questi tempi sono qualcosa), importante per il tema e singolare per le sue modalità. Siamo ancora in fase di prequalifica (si è scelto il sistema della gara ad invito e siamo in fase di dichiarazione di interesse e verifica dei requisiti da parte dei candidati), ma la mia impressione è che sarà un’iniziativa che avrà conseguenze importanti per il futuro del processo di digitalizzazione della PA e, quindi, vorrei da subito condividere con voi alcune domande e alcune riflessioni. Vi dico subito che sono alquanto perplesso.

Prima di spiegarvi le ragioni della mia perplessità credo sia il caso di ripercorrere, seppure brevissimamente, la storia della posta elettronica certificata (PEC) nella PA che nasce da Stanca nel 2005 e ha visto sino ad ora molti annunci e false partenze. Mi avvalgo per questo della ricostruzione che ne ha fatto in un interessante post nel suo blog Marco Scialdone.

  • La posta elettronica certificata (PEC) prende il via con il D.P.R 68/2005, a sua volta "attuativo" di una disposizione del 2000 del Testo unico del Documento Amministrativo dove si leggeva che "la trasmissione del documento informatico per via telematica, con modalità che assicurino l’avvenuta consegna, equivale alla notificazione per mezzo della posta nei casi consentiti dalla legge".
  • Con il Decreto Legge 185/2008 (convertito in legge 2/2009) il Governo prevede che le imprese e i professionisti debbano necessariamente dotarsi di una casella di PEC e di concedere una casella di PEC ai cittadini che ne facciano richiesta. L’articolo 16-bis infatti recita: "per favorire la realizzazione degli obiettivi di massima diffusione delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni ai cittadini che ne fanno richiesta e’ attribuita una casella di posta elettronica certificata il cui utilizzo abbia effetto equivalente, ove necessario, alla notificazione per mezzo della posta".
  • Nella stessa disposizione si rimanda ad un D.P.C.M. per la definizione delle modalità di rilascio e di uso della casella di posta elettronica certificata assegnata ai cittadini. Il Decreto in questione viene adottato il 6 maggio 2009 e, ancora una volta, specifica che (art. 3): "Al cittadino che ne fa richiesta la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’innovazione e le tecnologie, direttamente o tramite l’affidatario del servizio, assegna un indirizzo di PEC". Lo stesso decreto specifica che l’affidatario del servizio sarà scelto con gara.

Riassumendo:

  • il cittadino ha diritto ad una casella PEC.
  • Ad inizio agosto viene pubblicato il bando per la scelta dell’affidatario del servizio.

Sino a questo punto, al di là dei dubbi[1] intrinseci su uno strumento che esiste solo in Italia e che ha visto sino ad ora un utilizzo molto limitato anche (o soprattutto) per la scarsa preparazione delle PA a recepire comunicazioni elettroniche (con buona pace del codice dell’amministrazione digitale), la storia è abbastanza chiara. Un capitolo a parte riguarda la PEC per le imprese, divenuta obbligatoria per legge con una fornitura quasi monopolistica da parte di Infocert, che è l’azienda speciale ad hoc delle Camere di commercio, ma per ora esula dalla nostra analisi.

Le cose si complicano con il bando che citavo all’inizio dell’articolo: infatti nella sua descrizione (ancora non c’è un vero e proprio capitolato che sarà inviato solo alle aziende che saranno invitate, ed anche questa è una procedura un po’ anomala) leggo alcune cose che non mi convincono molto:

  • Non si parla più di PEC, che seppure a diffusione limitata è già presente sul mercato, ma di CEC-PAC (un acronimo che sta per Comunicazione elettronica certificata tra Pubblica Amministrazione e cittadini). Questa comunicazione è esclusiva, nel senso che non ci sarà nessun altro mezzo di comunicazione elettronico certificato tra PA e cittadini.[2] Non è quindi assolutamente chiaro se con la mia casella PEC potrò lavorare ancora verso la PA o dovrò averne due.
  • Infatti questa casella per la CEC-PAC sarà ad uso esclusivo della comunicazione tra PA e cittadini, ciò vuol dire che non potrò usarla ad esempio per trasmettere con maggiori certezze documenti per comprare casa o per una qualsiasi transazione privata.
  • Ci sarà un solo concessionario del servizio e tutte le amministrazioni dovranno servirsi di quello interrompendo progetti e sperimentazioni già presenti e in alcuni casi (si veda l’articolo di Tommaso Del Lungo in questo stesso numero della newsletter) funzionanti.
  • Nella descrizione dei requisiti tecnici richiesti al fornitore ci sono molti punti che mi sembrano quanto meno bizzarri tra tutti mi accontento di citare il più eclatante (se volete una disanima completa vi consiglio l’ottimo articolo di Andrea Lisi e Luigi Foglia su Punto Informatico e, visto che ci siete, anche gli altri loro articoli lì citati). Si chiede che il fornitore abbia già una rete di sportelli (fisici!) estremamente diffusa che sia in grado di assicurare un punto di accesso in almeno l’80% dei comuni italiani con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti, con orario di apertura al pubblico, dal lunedì al sabato, 9.00-13.00. Anche senza voler essere maligni e fare dietrologia qui c’è la carta di identità di una sola grande azienda pubblica italiana che, guarda caso, è anche l’unica a perdere soldi se alla posta tradizionale delle raccomandate si sovrapponesse davvero uno strumento più veloce e soprattutto gratis. Come giustamente ricorda l’articolo citato grossi dubbi erano stati già sollevati proprio sull’affidamento dei servizi oggetto della presente gara ed anche l’ANCI aveva già riconosciuto la necessità che venissero "specificati, all’interno del capitolato di gara, dei criteri atti a limitare il rischio che si crei una posizione dominante da parte dell’affidatario del servizio, a scapito del mercato".
  • Infine nel bando è prevista la possibilità che il concessionario (solo il concessionario? Anche le amministrazioni?) affianchi ai servizi di base gratuiti (o meglio pagati dalla fiscalità generale perché appunto 25 milioni non sono pochi) servizi a pagamento, ma quali? A quali costi? Chi sarà responsabile della loro qualità e della congruità dei prezzi? A quel punto si tratterà di mercato non sorvegliato? Se sì è veramente anomalo che sia nell’ambito di una concessione governativa esclusiva, se no bisognerà capire chi e come controllerà.

Per concludere, a mio parere, siamo di fronte ad un’iniziativa che potrebbe essere sì un’opportunità importante sulla strada della digitalizzazione della PA e della dematerializzazione, ma ad alcune condizioni che non sembrano del tutto soddisfatte dal bando in questione e che potrebbero essere così riassunte:

  • Confermare standard certi per la PEC
  • Aprire effettivamente al mercato
  • Non creare un dualismo tra PEC e CEC-PA che ci costringa ad avere due caselle certificate una per i rapporti con i privati ed un’altra per i rapporti con le amministrazioni
Per saperne di più su SPC – Sistema Pubblico di Connettività naviga su Saperi PA!
  • Infine, ma è la cosa più importante, continuare con decisione l’opera di informatizzazione dei backoffice e di interconnessione (SPC) tra le amministrazioni che garantisca un’effettiva possibilità di applicazione del tanto citato quanto disatteso codice dell’amministrazione digitale. Altrimenti avremo forse una strada, ma come sempre sarà desolatamente deserta.

[1] Interessante a questo proposito la ricostruzione che fa della vicenda nel suo video racconto Guido Scorza

[2] La cosa mi sembrava incredibile perché taglia fuori tutte le sperimentazioni e i progetti pilota presenti sul territorio e perché è lesiva dell’autonomia delle amministrazioni locali, e quindi ho letto le carte con attenzione. Le cose stanno proprio così: ne fa fede la risposta al quesito di gara che riporto:

QUESITO 28 : NEL DISCIPLINARE DI GARA ART. 2.1 SI RIPORTA “IL CONTRATTO HA PER OGGETTO L’AFFIDAMENTO DI UNA CONCESSIONE DI SERVIZI…” . SI RICHIEDE DI CHIARIRE SE I SERVIZI OGGETTO DELL’AFFIDAMENTO HANNO CARATTERISTICHE DI ESCLUSIVITÀ.

RISPOSTA 28: I servizi di comunicazione elettronica certificata tra Pubblica Amministrazione e Cittadino (CEC-PAC) sono affidati in via esclusiva al concessionario.