Nuove professioni del web dentro la PA

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Dopo l’intervista della settimana scorsa, in cui presentava la sua idea al contest “la tua idea per una pa migliore”, abbiamo chiesto a Francesca Sensini, Web Content Editor al Comune di Città di Castello, di approfondire la sua riflessione con un articolo un po’ più ampio. Il contributo mostra come la legge italiana sulla comunicazione pubblica sia rimasta sostanzialmente immutata negli ultimi 11 anni, non riconoscendo in alcun modo la trasformazione introdotta con l’avvento delle nuove tecnologie. Lo proponiamo certi che potrà essere uno spunto interessante per una proficua discussione.

13 Dicembre 2011

F

Francesca Sensini

Articolo FPA

Dopo l’intervista della settimana scorsa, in cui presentava la sua idea al contest “la tua idea per una pa migliore”, abbiamo chiesto a Francesca Sensini, Web Content Editor al Comune di Città di Castello, di approfondire la sua riflessione con un articolo un po’ più ampio. Il contributo mostra come la legge italiana sulla comunicazione pubblica sia rimasta sostanzialmente immutata negli ultimi 11 anni, non riconoscendo in alcun modo la trasformazione introdotta con l’avvento delle nuove tecnologie. Lo proponiamo certi che potrà essere uno spunto interessante per una proficua discussione.

Entrare nel mondo digitale per la PA è stato un processo lungo e, di certo, non privo di ostacoli e problemi. Prima la formazione digitale dei dipendenti, che ha occupato molto tempo poi, se da una parte le norme e i decreti obbligavano gli enti a digitalizzarsi, dall’altra con fatica si riuscivano spesso a trovare uomini e sopratutto mezzi per operare una vera e propria evangelizzazione digitale.
Un percorso nato molti anni fa quando la parola trasparenza entrò di diritto tra i commi di una legge e rinnovato negli anni: dal CAD fino all’albo pretorio online, dalla legge Stanca alle linee guida per i siti web, passando per il piano di E-gov.
Un percorso lungo, ma che ha lasciato sempre libertà di azione da parte degli enti, sopratutto quelli locali. Le norme e i decreti, in realtà, non hanno mai puntato moltissimo sulla sanzionabilità come leva (oggettivamente sempre efficace per la PA) per la mancata attuazione degli steps digitali.

Oggi, con i tagli netti e senza molti incentivi, la PA non può più affidarsi come prima all’outsourcing che sublima le carenze digitali e permette l’attuazione di tutti i processi amministrativi, né può delegare come prima la gestione della comunicazione e l’informazione.
Le risorse interne devono essere valorizzate e questo secondo la manovra estiva del 2011 ormai è un obbligo morale e professionale.
Dunque si deve partire da qui. 

Chi si occupa di comunicazione e informazione lo fa ai sensi della legge 150/2000, legge che prevede professionalità all’URP e all’ufficio stampa garantite da una laurea in comunicazione o un master da una parte e dall’iscrizione all’albo dei giornalisti dall’altra.
Ma è tempo di rivedere queste qualifiche e di aggiornarle ai nostri tempi e alle nuove prospettive della PA digitale.
Con un po’ di pragmatismo provo a proporre un’idea su come e dove inserire i nuovi profili professionali del web che a mio avviso sono ormai necessari dentro la PA.

Esistono degli skill profiles elaborati dall’IWA con competenze di base e avanzate.
Dentro questi profili se ne possono individuare almeno 3 che possono essere inseriti nella PA a pieno titolo e anche (molto importante) all’interno di una legge che vada a rinnovare il DPR 422/2001 e dunque la 150/2000.

Il web content manager ha competenze di base tecniche e di marketing oltre che di scrittura per il web. Il suo profilo si coniuga bene con la “rete civica” ovvero con chi gestisce il portale. Nelle linee guida è stato individuato il responsabile della pubblicazione dei dati, ma come sappiamo pochi enti lo hanno realmente attivato, quella che serve è una professionalità competente anche tecnicamente che sappia entrare anche dentro le problematiche tecniche sulla pubblicazione dei dati.

Il community manager, secondo la scheda pubblicata negli skill profiles, conosce il linguaggio del web, ma sa anche di leggi sul diritto d’autore, sa creare pagine HTML, ma sa anche dialogare efficacemente con i cittadini. Ecco, sarebbe perfetto per essere investito della gestione delle pagine social degli enti e, chiaramente, per essere inserito nell’URP.

Il digital strategic planner sarebbe a tutti gli effetti il coordinatore della comunicazione online, ovvero colui che gestisce tutte le attività di comunicazione dell’ente e ne garantisce la corretta fruizione da parte dei cittadini. Tutte le attività di comunicazione e gli eventi dovrebbero essere organizzati sotto la sua diretta responsabilità, includendo tra le sue competenze, anche quella del fund raising, ormai necessità imprescindibile per organizzare eventi o manifestazioni.

Oltre a questi Anche il digital journalist è ormai indispensabile dentro l’Ufficio Stampa.  Un giornalista capace di informare attraverso i mezzi che ci sono a disposizione non trascurando tutta la parte multimediale: dalla webTV ai podcast e tutto quello che, a costo zero, può arrivare ai cittadini.
Non ultimo sarebbe opportuno inserire un Data manager, ovvero un gestore dei dataset che, con l’open data, potrebbe diventare il vero coordinatore dell’attività di trasparenza ed essere il vero supporto anche dell’attività del portavoce e dell’ufficio stampa, stando anche alla linea politica ed editoriale degli enti.

Tutte queste professionalità, che esistono e che sono codificate, possono essere attribuite con dei corsi di formazione e di aggiornamento professionale (cosi come avveniva ai tempi della 150/2000 in cui chi gestiva la comunicazione senza averne titolo veniva mandato a fare dei corsi di formazione con i parametri indicati nel DPR 422/2001).
Chi ha già queste competenze deve, secondo il principio sancito dalla legge 78/2010, essere utilizzato per questi incarichi.
Molti dei corsi di formazione professionale esistenti sono creati sulla base delle competenze codificate negli skill profiles e non è certo difficile trovare scuole di formazione professionale che si adoperino a questo tipo di aggiornamento per la PA. Non è certo lasciando all’ICT la gestione dei siti web e della comunicazione che si digitalizza un ente e si salvaguarda la corretta informazione e comunicazione. Comunicare non è un concetto che si sviluppa su codice binario, le sfumature della scrittura sul web, anche per la PA, ha regole molto flessibili, ma principi ferrei, e comunicare la trasparenza oggi è un principio dal quale non ci si deve sottrarre, anche se questo comporta sacrifici di tempo ed energia per gli addetti ai lavori. 

Innovare da dentro si può, basterebbe “imporlo” per legge, così come da sempre si muove la PA; soprattutto laddove la sensibilità digitale dei dirigenti e degli amministratori è davvero ancora scarsa e occorrerebbe troppo tempo per infonderla e farla introdurre nella loro agenda quotidiana.