Professioni giuridiche, perché il digitale fa crescere il business

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Ci sono studi di avanguardia che stanno ampliando il portafoglio servizi cavalcando l’onda tecnologica o quella delle soluzioni che generano valore alle imprese. Consulenze sui modelli di business delle startup, la contrattualistica in campo ICT, l’alfabetizzazione legale al personale di front-back office, la gestione non amministrativa delle risorse umane

18 Luglio 2016

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Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano

Professionisti in navigazione o all’ancora in qualche baia protetta? Per evitare di essere forzosamente manichei nella risposta, possiamo dire che entrambe sono l’espressione di scelte, in alcuni casi consapevoli, in altri indotte dalle circostanze e, quindi, subite. Dall’esame del ciclo di vita dei servizi – realizzato nel corso della quarta edizione dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano – ci possiamo rendere conto quanto le tecnologie digitali rappresentino il trigger in grado di aprire nuovi scenari organizzativi e di business per il mondo delle professioni. Ovviamente per chi possiede occhi per vedere e orecchie per ascoltare, per chi ha capacità e volontà di interpretare i segnali forti e deboli che provengono dall’ambiente circostante. È evidente che tutta la parte delle attività tradizionali svolte da avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro ha raggiunto l’apice della maturità. Chi ha investito in tecnologie digitali entrerà o è già entrato nella fase della rivitalizzazione, chi, invece, non ha investito in tecnologia per questi processi lavorativi, ha imboccato l’inesorabile via del declino, sul quale possiamo scommettere solo sulla durata ma non certo sul suo risultato finale, già deciso dal mercato. Le attività tradizionali – gestione della contabilità, elaborazione dei cedolini paga, gestione degli adempimenti civilistico-fiscali, gestione e recupero dei crediti, per citarne alcune – ricevono nuova linfa grazie alle tecnologie, garantendo una crescita della produttività, un’efficienza complessiva superiore, il ritorno a marginalità più interessanti e, non da ultimo, una maggiore fidelizzazione della clientela, che può così percepire anche una nuova modalità di ricevere i servizi. Ma l’energia potenziale delle tecnologie si esprime ai massimi livelli nelle fasi di crescita e di introduzione. Qui troviamo, innanzi tutto, gli studi che, prima di altri, sono intervenuti sui modelli organizzativi e di business, usando anche le tecnologie. Sono studi di avanguardia che stanno ampliando il portafoglio servizi cavalcando l’onda tecnologica o quella delle soluzioni che generano valore alle imprese. Rientrano in queste categorie le consulenze sui modelli di business delle startup, la contrattualistica in campo ICT, l’alfabetizzazione legale al personale di front-back office, la gestione non amministrativa delle risorse umane (analisi e sviluppo delle competenze e del potenziale, consulenza previdenziale ai dipendenti dei clienti). Nell’area quasi pioneristica di introduzione, invece, gli smart data , la nuova frontiera del servizio che fa del dato il vero ‘re di denari’. Pochi, anzi pochissimi, sono gli studi che hanno compreso di essere seduti su un forziere pieno di oggetti di gran valore: i dati. Oggi, usati in chiave quasi esclusivamente passiva, per riempire i campi degli adempimenti obbligatori, domani – un domani prossimo per alcuni, remoto per altri – fucina di servizi a valore per i clienti – veramente di impatto per il conto economico delle aziende – ed elemento distintivo per chi saprà leggerli e interpretarli. Il reale cambiamento nasce proprio da lì. Ecco il vero trigger, il caronte che traghetterà gli studi più evoluti da una logica documentale a una che punta al contenuto del documento: il dato. Il suo possesso diventerà l’arma vincente, quella che fa la differenza in chiave di competizione sul mercato.

Ma il professionista, in quanto tale, non si improvvisa sui temi che vuole affrontare. La formazione diventa, allora, fondamentale. Non più solo quella tecnica, pre-requisito per l’esercizio della professione, ma quella manageriale, che esplora aree meno tipiche per la professione con il fine di ampliare il bagaglio delle conoscenze e delle competenze in un mercato sempre più esigente e attento all’innovazione. I nuovi strumenti sono già stati esplorati da chi non teme il cambiamento. Le indagini dell’Osservatorio hanno, infatti, chiaramente evidenziato che redditività e tecnologie vanno a braccetto: al crescere dell’una aumenta anche l’altra e, soprattutto, aumenta l’adozione di tecnologie a contenuto più innovativo, indipendentemente dalla dimensione dello studio. Ma non è tutto. I più avveduti – come dimostra un panel di quasi 250 studi, monitorati dal 2013 al 2015 – usano i social network in chiave business, per promuovere la visibilità dello studio e, di conseguenza i suoi servizi. L’8% del 2013 diventa il 31% del 2015, segno che in tre anni è aumentata la conoscenza dello strumento, che qualcuno ne ha capito le potenzialità, dopo che si è “messo a studiare’ o si è fatto supportare da qualche esperto. E la consulenza online, inizia a far capolino tra gli strumenti innovativi come ausilio delle modalità tradizionali di erogare i servizi o di promuovere le attività. Insomma, il mercato delle professioni si muove, almeno quella parte – poco meno di un terzo – che viaggia sui binari dell’innovazione e non teme di riconfigurare alcuni aspetti del proprio profilo professionale, arricchendolo.