Riflessioni in ordine sparso: dall’era dell’E-GOV alla stagione delle Smart Cities. Quanti errori riusciremo ad evitare?

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Ancora non si conosce il testo definitivo del decreto agenda digitale e chi si occupa di innovazione lo attende con ansia, quasi rappresentasse la bacchetta magica per uscire dallo stallo in cui grava l’innovazione della PA e del Paese. Dalla bozza in circolazione tutti gli appartenenti alla comunità dei cosiddetti innovatori, ciascuno dal proprio punto di vista, si affannano a commentare il testo proponendone la riscrittura in toto o in parte rispetto ai loro desiderata e alla loro specifica visione della realtà. La scena che si presenta ad un osservatore esterno assomiglia molto a quanto accade nel teatro di Pirandello. Parafrasando: ciascuno recita a soggetto.

24 Settembre 2012

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Miranda Brugi*

Ancora non si conosce il testo definitivo del decreto agenda digitale e chi si occupa di innovazione lo attende con ansia, quasi rappresentasse la bacchetta magica per uscire dallo stallo in cui grava l’innovazione della PA e del Paese. Dalla bozza in circolazione tutti gli appartenenti alla comunità dei cosiddetti innovatori, ciascuno dal proprio punto di vista, si affannano a commentare il testo proponendone la riscrittura in toto o in parte rispetto ai loro desiderata e alla loro specifica visione della realtà. La scena che si presenta ad un osservatore esterno assomiglia molto a quanto accade nel teatro di Pirandello. Parafrasando: ciascuno recita a soggetto.

Non mi soffermo sull’articolato in circolazione e mi limito solo ad osservare che i contenuti in esso espressi sono nella massima parte oggetto di discussione più che decennale. A farli sembrare, a molti, rivoluzionari è la consapevolezza che, questa volta, la loro riproposizione sotto l’egida di tecnologie che ne assicurano la gestione centralizzata produca un sistema in grado di ricondurre a unicità di percorso i mille rivoli di attività che, ancorché avanzate rispetto ad una innovazione di processo, non sono state in grado di scatenare nel corso degli anni, all’interno dell’articolazione istituzionale, sinergie tali per cui quanto si andava costruendo avesse una definita identità ascrivibile a un progetto idoneo a rispondere alle esigenze che, man mano, andavano delineandosi per lo sviluppo del paese. Sembra difficile immaginare che possa accadere, nei tempi previsti dalla bozza, quello che sarebbe stato utile fosse già accaduto. Appare quindi evidente che la prima riflessione da porsi è inerente a quanto tempo ancora abbiamo, se lo abbiamo, per riagganciare lo sviluppo usando le leve dell’innovazione.

Sono quasi 15 anni che i temi oggi in discussione riempiono tavoli di lavoro sparsi in tutte le sedi istituzionali ed anche quelli delle imprese che, nel settore di cui si parla, spesso sono andate a traino di quello che la PA, in modo autoreferenziale, ha considerato di volta in volta innovativo, investendo in un mercato che comunque ha assicurato loro ragguardevoli profitti. Mancando un metodo e una cultura della PA in merito alla valutazione del ritorno, prima ancora che economico, almeno di efficacia ed efficienza degli investimenti fatti, sono andate costruendosi molte cattedrali in un deserto che, in termini quantitativi, è ad oggi ancora troppo vasto rispetto all’area bonificata e resa produttiva. Restando nella metafora del deserto, possiamo comunque dire che se alcune cattedrali appoggiano le loro fondamenta in piattaforme petrolifere, assumendo in questo ragionamento propriamente o impropriamente il petrolio come materia prima indispensabile ed inesauribile, è possibile che si riesca attraverso apposita rete a trasferire il combustibile dell’innovazione in ogni dove. Questo è quello che dobbiamo augurarci guardando al passato e ciò può essere fatto solo se pragmaticamente si effettua una vera e propria mappa di ciò che possiamo recuperare e di ciò che dobbiamo assolutamente gettare alle ortiche, pena la riproposizione di sistemi vecchi che convincono solo coloro che nei fatti non vogliono cambiare niente.

Riuscire a considerare la PA strumento e non fine sarebbe già un passo avanti rivoluzionario, poiché obbligherebbe coloro che governano il processo alla costruzione di modelli in cui il sistema servente risponde a logiche stringenti di supporto e di servizio, escludendo che possa anche assumere quello di direttore d’orchestra. Se un sistema-paese può essere paragonato a un’orchestra, i vari strumenti sono i componenti del sistema economico sociale che, per produrre magnifici suoni, abbisogna di un grande direttore. Negli anni che sono intercorsi dai primi vagiti dell’e-gov ad oggi, questo direttore è purtroppo mancato e il disaccordo non ha avuto modo di essere superato da una nota di sintesi che ponesse tutti nelle condizioni di operare armonicamente per la realizzazione di un sistema, anche federato, che rispondesse senza stonature ai cittadini e alle imprese e, cosa ancora più importante, alla crescita complessiva del paese.

Sarebbe comunque ingeneroso non ricordare la grande voglia di trasformazione vissuta tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo secolo. Per un momento è sembrato possibile un cambiamento radicale che è stato poi riassorbito pian piano da continui ripensamenti delle norme coraggiose che erano state emanate e che venivano, anche a livello internazionale, considerate fortemente innovative e lungimiranti rispetto a quanto poi sarebbe successo nel mondo vorticoso delle trasformazioni tecnologiche. Si è preferita una controriforma invece di spingere su soluzioni dirompenti che avrebbero, se gestite fino in fondo, rivoluzionato i processi della PA mettendola nella condizione di essere servente, come deve essere, allo sviluppo del paese. Ai più, politici, burocrati e tecnici, è mancato il coraggio di sostenere con forza la rivoluzione che si andava annunciando. Ciò che è successo in seguito può essere descritto come una serie di stop and go che hanno portato l’intero sistema Italia alla sua versione attuale, un sistema che annovera luci ed ombre e dal quale si cerca disperatamente di uscire, visto lo stato di crisi in cui si trova il paese, attraverso soluzioni dagli acronimi roboanti, traducibili purtroppo solo dagli addetti ai lavori.

A parte i nomi, le soluzioni comunque esistono, se di soluzioni tecnologiche integrate si parla. L’imperativo diventa quali politiche debbano porsi in atto per rendere tali soluzioni effettivamente efficaci ai bisogni del sistema Italia. Quello cui si sta assistendo, le norme già emanate e quelle in fase di emanazione vanno nella direzione auspicata? Il peggiore dei mali sarebbe se anche questa volta si sfuggisse all’esigenza di considerare il problema nel suo insieme, permettendo alle varie componenti della cabina di regia recentemente attivata di produrre ciascuna la propria agenda degli interventi prioritari, senza ricondurre a capo dell’esecutivo la definizione delle politiche dell’innovazione atte a sostenere la crescita del paese. Che questo succeda non è ancora evidente e il rischio che possano riproporsi, con connotazioni di stile diverse, le logiche che hanno reso poco efficaci le prime fasi dell’e-gov può considerasi reale.

Esiste però una grande differenza tra la fase cosiddetta propulsiva o di ciclo ascendente, quale quella dei primi anni duemila, e quella di oggi, rappresentata dalla mancanza di risorse da destinare agli interventi che si rendono, a voce di tutti, indispensabili. La spinta che questa situazione reale ha dato nel considerare referenti privilegiati delle politiche (e dei pochi conseguenti finanziamenti pubblici) le imprese e non la PA, è un segnale preciso di una inversione di tendenza che potrebbe preludere ad un cambiamento effettivo, purché non lo si vanifichi con un sostegno privo di verifiche ed eventuali correzioni in corso d’opera quali risultato di una cultura del monitoraggio cui bisogna sottoporre tutte le iniziative. Questa cultura è mancata nella prima fase dell’E-gov, o è stata presente solo nella conduzione di alcuni progetti: ciò ha comportato non pochi problemi al dispiegamento di quanto veniva prodotto e non ha permesso il consolidamento delle attività svolte.

Progetti bloccati appena dopo la sperimentazione ce ne sono stati molti, anche a valenza nazionale. Uno per tutti la CIE: essa torna oggi in agenda nella versione auspicata da molti che hanno lavorato al progetto, e mai prima accettata da parte di chi non condivideva l’unicità dello strumento, adducendo mille insormontabili ostacoli al suo essere anche carta sanitaria. Non sarebbe mai troppo tardi, per una realizzazione che ha alle spalle 15 anni di ripensamenti, se la soluzione descritta fosse realizzabile immediatamente ed utile alla migliore fruizione dei servizi erogabili nelle fattispecie oggi tecnologicamente possibili. Riflettere sulla necessità di riproporre lo strumento CIE/tessera sanitaria alla luce della trasformazione che nel frattempo è avvenuta nel mondo di internet, dei media e dei network, è obbligatorio. Siamo tenuti, nostro malgrado o volentieri, a confrontarci con progetti globali per valenza strategica, non riconducibili a decisioni derivanti da politiche pubbliche, ma da soluzioni innovative a bisogni che il mercato ha saputo raggiungere, soddisfare e proporre in alternativa. La CIE per la CIE potrebbe non rappresentare un progetto così innovativo come poteva essere qualche anno fa.

Nel corso degli anni inoltre la resistenza alla trasformazione dei processi interni alla PA ha fatto sì che una serie di normative si stratificassero, aggiungendo invece di togliere complicazioni di ordine tecnologico e vanificando così il concetto di semplificazione che, contemporaneamente, si andava implorando. Basti pensare alle firme digitali e al numero di soggetti che le usano normalmente per capire che qualcosa non ha funzionato. L’impossibilità di coniugare tecnologia e amministrazione al di fuori di quelli che sono i ritmi del mondo digitale, cercando di asseverare i prodotti alla burocrazia, in linea generale, non ha dato risultati positivi, né dal punto di vista dei benefici per l’utenza (se si considera il rapporto costi/benefici in termini aggregati rispetto ai finanziamenti pubblici), né da quello della crescita del mercato (che a sua volta è rimasto ingessato sull’offerta pubblica e di questa subisce l’andamento). Oggi che il pubblico non ha più risorse da erogare a pioggia, spetta anche alle imprese una riflessione approfondita sul loro ruolo, e torna evidente che il modello che va delineandosi – e che ci si augura possa consolidarsi nella stagione delle smart cities o degli smart territories, come dir si voglia, – è una sfida da cogliere con convinzione.

Rispetto a quindici anni fa siamo in un’altra era: quando si parla di digitale, lo scenario si apre su un mondo per la comprensione del quale servono categorie interpretative completamente rinnovate, da costruirsi coerentemente alla trasformazione anche antropologica alla quale ciascun componente (sia esso cittadino declinato in ogni fattispecie, impresa o PA più o meno rinnovata) non può sottrarsi. Questo accade, ci piaccia o meno, e così è anche se non ci pare. 


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