Dal Piano Sud al Piano nazionale ripresa e resilienza: mettere insieme le forze per colmare i divari

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Con il pacchetto di misure concordato dai leader UE nel luglio scorso, si parla di 140 miliardi di euro disponibili per le regioni del Mezzogiorno. Un’occasione inedita per lavorare sull’eliminazione dei divari territoriali, ha sottolineato il Ministro Provenzano. In questo contesto Piano sud 2030, nuovo accordo di partenariato sui fondi strutturali e Piano nazionale di ripresa e resilienza hanno obiettivi programmatici comuni e coerenti. Ma come realizzare questi obiettivi? Quale ruolo per la PA e per le amministrazioni locali in particolare? Un focus che ritroveremo al FORUM PA Sud in programma dal 2 al 6 novembre

1 Ottobre 2020

S

Michela Stentella

Content Manager FPA

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Inserire la prospettiva della coesione territoriale al centro del Piano nazionale di ripresa e resilienza, coniugando, quindi, sviluppo nazionale e coesione, perché senza un rilancio del Sud il Paese non può ripartire. Da questa convinzione ha preso le mosse, il 28 settembre scorso, l’Audizione del Ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, davanti alle Commissioni Bilancio e Politiche UE del Senato, in relazione alle Proposte di Linee guida per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Nel documento di Proposte, trasmesso alle Camere il 15 settembre scorso, si sottolinea la coerenza e continuità con il PNR (Piano di Rilancio) presentato dal Presidente del Consiglio a giugno 2020, di cui è parte integrante il Piano Sud 2030 e che vede tra le linee strategiche, oltre alla modernizzazione del Paese e alla transizione ecologica, anche l’inclusione sociale e territoriale e la parità di genere. Ecco quindi che nel documento di proposta troviamo tra gli obiettivi “Ridurre i divari territoriali di reddito, occupazione, dotazione infrastrutturale e livello dei servizi pubblici” e tra le missioni “Equità sociale, di genere e territoriale”. E se la UE vincola l’utilizzo delle risorse per la ripresa e la resilienza proprio alla riduzione delle disparità economiche, sociali e territoriali all’interno degli Stati membri, ecco che la prospettiva della coesione rientra in un quadro organico di proposte sia a livello nazionale che europeo.

Del resto i numeri forniti dal Ministro Provenzano nel corso dell’audizione al Senato parlano, per le regioni del Mezzogiorno, di un grave impatto della crisi soprattutto a livello occupazionale (ci si aspetta, secondo le stime di Svimez, di arrivare a fine anno con circa 600-800mila posti di lavoro in meno nelle regioni del Sud), ma anche di una inedita opportunità. Grazie al pacchetto articolato di misure concordato dai leader UE il 21 luglio scorso – che combina il quadro finanziario pluriennale (QFP) con uno sforzo straordinario per la ripresa, Next Generation EU – si parla di 140 miliardi di euro messi sul piatto per il Sud Italia. Ecco il dettaglio fornito proprio dal Ministro Provenzano: a fronte di una quota di Recovery fund pari a quasi 70 miliardi di “grants” (aiuti), che per almeno il 34% (25 miliardi) devono essere destinati al Sud, avremo 43 miliardi di fondi strutturali europei per il ciclo 2021-2027 tra FESR e FSE, a cui va aggiunto il cofinanziamento nazionale e regionale, che non può essere minore del ciclo precedente e quindi attiverebbe una quota pari a 80 miliardi di risorse per i programmi operativi regionali e nazionali. Di questi fondi strutturali (più cofinanziamento), circa 52 miliardi sarebbero destinati, secondo il riparto attuale, proprio al Mezzogiorno. Poi ci sono le risorse di React-EU per circa 10 miliardi. E le risorse del Fondo Sviluppo e Coesione incrementato per il prossimo ciclo, con oltre 73,5 miliardi dei quali l’80% spetta alle regioni del Sud.

Insomma, una mole inedita di risorse da utilizzare per colmare i divari, ma che saranno davvero utili solo se verrà adottata una prospettiva e una strategia di lungo periodo. Il riferimento, in questo senso, è precedente alla crisi Covid-19 ed è proprio il Piano Sud 2030, lanciato a  febbraio 2020, che guarda a un’azione pubblica decennale di rilancio degli investimenti (pubblici e privati), per garantire un orizzonte temporale che sia adeguato a una buona programmazione e attuazione degli interventi. Come ha sottolineato il Ministro Provenzano, il Piano per il Sud (che mobiliterà da qui ai prossimi dieci anni oltre 123 miliardi di euro di investimenti) è “ancora attuale e per certi versi ancora di più per investimenti programmati e metodo promosso”.  In prospettiva, la nuova spesa deve essere aggiuntiva e non sostitutiva di quella ordinaria, ci deve essere coordinamento e complementarità nelle linee di intervento che si realizzeranno tra nuovi fondi strutturali e Piano Next generation EU, bisogna individuare obiettivi precisi e fabbisogni di investimento su cui indirizzare le risorse al fine di suscitare le migliori progettualità e si deve poi lavorare soprattutto sull’attuazione degli interventi.

Centrale in questo contesto, la lettura di dinamiche territoriali attivate o esacerbate dall’emergenza pandemica (la frattura tra nord e sud, ma anche tra territori diversi all’interno di queste macro-aree; il tema delle aree interne; il divario tra città e piccoli centri; la “questione appenninica”), la nascita di una nuova idea di sviluppo più diffuso, equilibrato ed omogeneo, che vede il protagonismo di aree finora marginalizzate (pensiamo per esempio al filone del South working di cui oggi tanto si parla), l’attenzione ad aspetti quali il contrasto alla povertà educativa e la digitalizzazione, che significa infrastrutturazione ma anche alfabetizzazione digitale, necessaria per l’accesso ai servizi di famiglie, imprese e PA. Sopra tutto questo, la convinzione che investire nelle aree meno sviluppate sia essenziale per tutto il Paese, basti pensare che secondo Svimez per ogni 10 euro investiti al Sud, 4 tornano al Centro Nord in termini di attivazione di domanda di beni e servizi.

In conclusione, sottolinea il Ministro Provenzano, Piano sud 2030, nuovo accordo di partenariato sui fondi strutturali, Piano nazionale di ripresa e resilienza hanno obiettivi programmatici comuni e coerenti e questo è un punto molto importante. Come realizzare questi obiettivi? Prima di tutto lavorando a un vero partenariato tra soggetti pubblici e privati e alla “rigenerazione amministrativa”, a tutti i livelli istituzionali, rafforzando le nostre amministrazioni (soprattutto quelle locali) con l’inserimento di competenze tecniche e manageriali decisive per la realizzazione degli investimenti previsti, reclutando alte professionalità destinate all’impiego e attuazione degli interventi complessi che discendono dalle politiche di coesione. Fondamentale è il ruolo di Enti locali, regioni e imprese, che sui territori definiscono meglio di ogni autorità centrale la direzione verso un modello di coesione economica e sociale rispondente ai bisogni delle comunità.

Su tutti questi temi ci confronteremo dal 2 al 6 novembre, in occasione di FORUM PA Sud, uno dei tre eventi che, insieme a “FORUM PA for a Smart Nation” e “FORUM PA Sanità”, sarà al centro di “FORUM PA 2020 Restart Italia“. A partire dal convegno inaugurale che si terrà il 2 novembre e che si concentrerà, in particolare, sul rapporto tra finanziamenti e nuovo modello di sviluppo, per arrivare all’evento conclusivo del 6 novembre, focalizzato sul ruolo dei soggetti territoriali nell’attuazione delle politiche di coesione. Nell’intervallo tra i due appuntamenti, importanti focus tematici. Qui aggiornamenti sul programma e iscrizioni

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