300.000 impiegati pubblici in meno: troppi o troppo pochi? È questione di “bene comune”.

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Stiamo ovviamente parlando dei trecentomila dipendenti in meno (-8,4%) che lavoreranno nelle amministrazioni pubbliche nel 2013, secondo le dichiarazioni fatte da Brunetta qualche giorno fa. Si tratta, come subito precisato, non di licenziamenti, ma di blocco del turnover, di regolamentazione dei contratti atipici, di pensionamenti: ma comunque è una bella cifra seppure frutto di cinque anni di provvedimenti. È troppo grande o troppo piccola questa riduzione? Gli statali sono troppi o troppo pochi?

2 Novembre 2010

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

Stiamo ovviamente parlando dei trecentomila dipendenti in meno (-8,4%) che lavoreranno nelle amministrazioni pubbliche nel 2013, secondo le dichiarazioni fatte da Brunetta qualche giorno fa. Si tratta, come subito precisato, non di licenziamenti, ma di blocco del turnover, di regolamentazione dei contratti atipici, di pensionamenti: ma comunque è una bella cifra seppure frutto di cinque anni di provvedimenti. È troppo grande o troppo piccola questa riduzione? Gli statali sono troppi o troppo pochi?

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È chiaro che alla mia domanda è impossibile rispondere, nonostante ahimè molti ci abbiano provato con reazioni non molto meditate in un senso o nell’altro, senza rispondere prima alla domanda su quale sia la PA che vogliamo. Comincerò quindi da questa risposta, a rischio di essere noioso, poi prometto di tornare alla domanda iniziale.
Io credo fermamente che l’amministrazione pubblica di un Paese democratico vada considerata come un “bene comune” e da questa convinzione farò discendere alcune conseguenze spero non banali.

Per sostenere che la PA di un Paese è un “bene comune” è necessario definire insieme questo concetto che avevamo già accennato in un precedente editoriale. Nella tradizione giuridica anglosassone vengono definiti “commons”- beni comuni – quei beni che sono proprietà di una comunità e dei quali la comunità può disporre. La nozione di “beni comuni” identifica, perciò, tutti quei beni materiali e immateriali: l’ambiente, le foreste, il mare come ecosistema e come territorio di pesca, le acque interne, le infrastrutture e i servizi di pubblica utilità, ma anche immateriali: la fiducia sociale, la solidarietà, la sicurezza, la conoscenza che costituiscono un patrimonio collettivo di una comunità e il cui uso deve essere regolato per impedire che queste risorse comuni siano preda di soggetti o organizzazioni singole che, attraverso un uso indiscriminato ne producano nel tempo l’impoverimento. Alla fine degli anni sessanta uno studioso, Garret Hardin, in un famoso articolo intitolato “La tragedia dei beni comuni” propose la tesi secondo la quale questi beni sarebbero destinati all’esaurimento perché preda sempre e comunque degli egoismi individuali; un più equilibrato e moderno studio che a partire dagli anni ’90 si è svolto soprattutto negli Stati Uniti (Elinor Ostrom ne è stata paladina) propone invece una tesi opposta. I beni comuni possono essere beni “sostenibili” ed essere un risorsa fondamentale per le comunità e le nazioni a patto che le comunità coinvolte nel loro utilizzo definiscano e condividano regole per la loro “sostenibilità” e cioè garantiscano la possibilità della rigenerazione naturale o sociale dei beni comuni stessi.

Come vedete questa metafora è feconda per la PA e ci pone subito alcuni principi che sono punti cardinali del nostro ragionamento:

  • la PA per essere bene comune deve essere svincolata da interessi di parte…

  • …nello stesso momento per poter essere “sostenibile”, e quindi perché non si estingua nei conflitti, deve essere regolata…

  • …e tali regole devono essere ampiamente condivise e non dettate da una o l’altra parte politica,

  • infine, last but not least, la PA e i suoi dipendenti non possono essere giudicati o valutati se non sulla base dell’effettiva disponibilità che di essa hanno i membri della comunità, quindi, in altre parole, sulla base dell’incremento della qualità e della quantità della “restituzione di valore” che la PA è tenuta a garantire ai cittadini contribuenti secondo quello che è il primo principio del patto sociale. 

Abbiamo quindi, tramite il ricorso al concetto di commons, introdotto un orientamento nel nostro percorso: la nostra stella polare, nel prendere le misure alla PA, sarà data dal “bene comune” e i nostri punti cardinali, su cui ci orienteremo, saranno tre presupposti deontologici che appartengono alla amministrazione pubblica e che vanno contemperati: la sua autonomia da interessi di parte (per altro garantita al massimo livello dalla Costituzione), la sua responsabilità di fronte ai cittadini (ma anche ai loro rappresentanti politici… e qui la cosa non è banale) , la sua trasparenza e accountability.

Diremo, quindi, che la PA che vogliamo è caratterizzata da “autonomia, responsabilità, trasparenza”. Si tratta per altro di principi costituzionalmente garantiti e come tali “non a disposizione” di una o l’altra parte politica.
Su questa base torniamo alla nostra domanda iniziale: è una cosa buona o cattiva per il Paese che la PA dimagrisca in modo così significativo?

Mi lascia molto freddo la preoccupazione che misure del genere accrescano la disoccupazione, non perché sottovaluti il tragico problema della mancanza di posti di lavoro e, soprattutto, della scarsa percentuale degli occupati in Italia, ma perché credo che non sia compito dell’amministrazione pubblica quello di creare lavoro purché sia. La mia risposta quindi nascerà solo dalle considerazioni precedenti.

Su questa base, a mio parere, è un bene se la PA si riduce, e quindi costa meno (contribuendo così alla tenuta dei conti pubblici), SE e solo SE non si riduce il suo valore di “bene comune” del Paese, quindi…

  • SE questa riduzione non pregiudica il suo orientamento all’interesse della comunità nazionale, e quindi non riduce la quantità e la qualità dei servizi forniti ai cittadini ed alle imprese. E’ ovvio che perché questo succeda deve aumentare e non di poco la produttività, con tutto quello che ne consegue anche in termini di investimenti organizzativi e tecnologici;
  • SE attraverso il blocco del turnover non penalizziamo i giovani e non peggioriamo il già drammatico invecchiamento della forza lavoro pubblica (con quasi 48 anni di media siamo la PA più vecchia del mondo!) riducendone di fatto il suo valore;
  • SE nella scelta della riduzione ci muoviamo nel solo interesse pubblico, quindi senza interessi di parti o di lobby;
  • SE con questa riduzione e con il blocco delle assunzioni non impoveriamo alcuni asset di competenze fondamentali per una PA che voglia attuare il “governo con la rete”: penso ai project manager, ai negoziatori, agli esperti di relazioni pubbliche, ai tecnici e ai teorici dell’innovazione: ma anzi se utilizziamo questa riorganizzazione per avere le competenze che ci servono (“meno uscieri, più ingegneri” aveva detto il precedente Ministro Nicolais beccandosi bordate di fuoco anche “amico”);
  • SE siamo capaci di discriminare e di giudicare dove e come ridurre e, quindi, non attuiamo tagli ciechi anche qui, ma diminuiamo la forza lavoro dove è in eccesso e la rimbocchiamo, almeno in parte, dove è carente;
  • SE siamo capaci di impiegare bene le risorse che ci sono e, quindi, di “muoverle” lì dove ci servono con una mobilità agile e flessibile.

A voi il giudizio se stiamo rispettando queste condizioni.