Competenze digitali: per colmare il gap, serve un ecosistema che coinvolga cittadini, PA e imprese

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Nel luglio scorso è uscito il DESI 2022. In quell’occasione avevamo commentato i risultati sottolineando come, nonostante i progressi ottenuti dal nostro paese nell’indice generale, ancora una volta tra le note dolenti spiccasse l’utilizzo dei servizi pubblici digitali e il livello di competenze (solo il 46% delle persone possiede almeno competenze digitali di base). Oggi torniamo su questo tema con un articolo in cui Marco Balassi (Agenzia delle Entrate-Riscossione, che qui scrive a titolo personale) presenta un punto di vista sugli interventi prioritari da implementare per migliorare il nostro posizionamento e raggiungere i livelli dei Paesi Europei più avanzati

6 Ottobre 2022

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Marco Balassi

Direttore Area Innovazione e Servizi Operativi, Agenzia delle Entrate-Riscossione

Photo by Kenny Eliason on Unsplash - https://unsplash.com/photos/mqoLpeeYBic

Nell’edizione 2022 dell’Indice di Digitalizzazione dell’Economia e della Società (DESI 2022) l’Italia si colloca al 18º posto fra i 27 Stati membri dell’UE, guadagnando due posizioni rispetto al 2021. In un articolo uscito a luglio su queste pagine sono stati riportati i risultati dell’indice e, in particolare, sono state evidenziate le principali criticità: siamo ancora indietro rispetto alla media europea per utilizzo dei servizi pubblici digitali e, come sempre, il tasto più dolente riguarda le competenze. L’Italia è al 25esimo posto nell’indicatore relativo al capitale umano e solo il 46% delle persone possiede almeno competenze digitali di base (contro una media UE del 54%).

Politiche e investimenti devono insistere, quindi, soprattutto su questa dimensione. La transizione digitale è una priorità per l’UE e gli Stati membri: una forza lavoro e un settore pubblico con competenze digitali sono fondamentali per realizzarlo.

Ma come fare? Come accelerare la crescita delle competenze digitali in Italia, per favorire anche una progressione da un punto di vista sociale, economico e ambientale, considerando la grande interdipendenza che esiste tra il digitale e la sostenibilità del Sistema Paese? Come promuovere lo sviluppo e la diffusione di una moderna cultura ai tempi del digitale? Quale può essere il ruolo delle imprese? Quale può essere il ruolo delle istituzioni? Perché il nostro Paese non è capace di progredire significativamente sulle competenze digitali e continua a permanere nelle retrovie in tutti i principali report tra i paesi europei, nonostante le iniziative introdotte, sino ad oggi, siano sicuramente molto apprezzabili?

Il tema delle competenze digitali è un problema molto complesso, che richiede tempo, ma la cui soluzione esige una risposta di sistema e deve avere la forza e la massa critica necessaria per cambiare passo, per avanzare nel ranking internazionale. In questo articolo provo a dare alcune risposte, che non pretendono di essere esaustive, ma che ritengo essere prioritarie, per accelerare nei prossimi anni, ai tempi del PNRR, la crescita delle competenze digitali del nostro Paese finalizzata ad acquisire un posizionamento competitivo nel mercato del lavoro e dello sviluppo economico, basato su una maggiore sostenibilità digitale. 

Per un’analisi di dettaglio sugli indicatori del DESI, sulle iniziative già avviate e sulle proposte per migliorare il posizionamento dell’Italia rispetto agli altri Paesi Europei rimandiamo all’articolo completo, liberamente scaricabile, in cui sono evidenziate anche tutte le fonti utilizzate.

La lezione che il COVID-19 ci ha fornito è che siamo capaci di cambiare velocemente le nostre abitudini, quando acquisiamo la consapevolezza che cambiare è l’unico modo per sopravvivere. Con la stessa determinazione dovremmo agire, per dare un nuovo impulso per portare il nostro Paese a una “nuova normalità sulle competenze digitali”. Ne avevo parlato in un precedente articolo sempre su queste pagine. Dovremmo affrontare il problema delle competenze digitali, così come il nostro Paese ha affrontato la pandemia da Covid-19, quando ci siamo dovuti organizzare per vaccinare la popolazione. Bene, dovremmo fare la stessa cosa con le competenze digitali. Ragionando per segmenti della popolazione omogenei dovremmo immaginare di fare, quando necessario, anche più “vaccini digitali”, con iniziative di “booster digitale” specifiche. Dunque, c’è da mobilitare tutto il Paese (cittadini, realtà pubbliche e private in un programma integrato e coeso di sistema).

Il nostro Paese, per migliorare il proprio posizionamento, rispetto agli altri Paesi Europei e uscire dalle retrovie, dovrebbe attivare un ecosistema dedicato alle competenze digitali, coinvolgendo Pubblico e Privato in un “journey” definito strategicamente e ben governato nella sua fase di execution; non è più pensabile proseguire nella realizzazione, seppur lodevole, di iniziative isolate sparse a macchia di leopardo per il Paese, con dimensioni per massa critica e investimenti non sempre adeguate alla sfida da affrontare.

Affidare l’ecosistema sulle competenze digitali ad un manager di standing molto elevato per competenze ed esperienza, con una squadra ben dimensionata di persone competenti, per governare l’avanzamento delle iniziative, d’intesa con tutti gli attori istituzionali e privati, a cui sono stati affidate le iniziative da implementare. Definire uno steering di elevata caratura politica che possa sponsorizzare l’ecosistema per la sua realizzazione, utilizzando quanto già definito e disponibile nel PNRR e da tutti i fondi europei e nazionali disponibili per tale scopo, e sarà necessario destinare ulteriori investimenti.

L’ecosistema delle competenze digitali dovrebbe essere organizzato in due principali aree di intervento:

Prima area dedicata alle competenze sulla cittadinanza digitale, con l’obiettivo di insegnare la fruizione dei servizi nativi digitali della PA, così da poter ridurre significativamente il digital divide necessario per realizzare lo swich-off della PA al digitale e garantire ai cittadini l’accessibilità da remoto ai dati di proprio interesse e rendere non più necessaria la presenza fisica dei cittadini presso gli uffici della Pubblica Amministrazione.

Questa area, di assoluta priorità, richiede di formare digitalmente sia i cittadini, sia i dipendenti pubblici, altrimenti non sarà possibile gestire il cambiamento per realizzare lo swich off. È necessario definire un piano di adoption dei servizi nativi digitali per accompagnare il cambiamento, per assicurare la massima inclusione.

Oltre ad attività formative e di comunicazione continue sarà necessario costruire nel cloud una rete permanente di servizi operativi di supporto, opportunamente differenziato, per accompagnare cittadini e dipendenti pubblici ad operare nel cyberspazio. Da un lato per fruire, come cittadini, dei servizi digitali che la PA rende disponibili nel cloud e dell’altra per erogare ai dipendenti della PA tutto il supporto tecnico ed operativo necessario, per attivare servizi digitali da erogare ai cittadini. Senza la rete di supporto operativo, fatta da formatori, intermediari e facilitatori, non si avrebbe la forza necessaria per portare a regime il cambiamento e gestire con successo lo swich off digitale della PA, che dovrà diventare a regime 100% paperless e cashless.

Il piano dovrebbe prevedere che il cittadino, persona fisica, debba conseguire un certificato di cittadinanza digitale, con il quale gli venga assegnato il kit del cittadino digitale, che contiene: SPID, CIE 3.0, il domicilio digitale, la firma elettronica qualificata, l’APP IO, il wallet elettronico per i pagamenti digitali con pagoPA, l’accesso alla Piattaforma delle Notifiche Digitali. All’ottenimento del certificato dovrebbe corrispondere un premio e da quel momento la relazione tra cittadino e Pubblica Amministrazione potrà/dovrà essere nativa digitale. Inoltre, il cittadino dovrebbe avere accesso ad una piattaforma di e-learning dove potersi aggiornare periodicamente e richiedere eventuali supporti operativi all’uso dei servizi digitali della PA. Il primo cluster di cittadini da coinvolgere nel processo di certificazione dovrebbero essere tutti quelli già dotati di SPID e/o CIE. Poi a seguire i giovani nella fascia di età tra i 16 e i 40 anni non dotati di SPID/CIE, e così via fino a raggiungere la fascia dei pensionati.

Con l’ottenimento del certificato di cittadinanza digitale, ogni cittadino sarebbe dotato di domicilio digitale, attraverso il quale si potrebbe ridurre drasticamente la produzione di documenti cartacei che le Pubbliche Amministrazioni, ancora oggi, inviano ai cittadini, così che la Piattaforma delle Notifiche Digitali possa decollare al più presto.

Lo schema di decreto del Ministero per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale trasmesso alla Conferenza delle Regioni, che attua quanto previsto dal Codice dell’amministrazione digitale (Cad, ossia il decreto legislativo 82/2005) prevede che le comunicazioni della PA ai cittadini dal 2024 dovranno avvenire via Pec. Le Pubbliche Amministrazioni, o gestori dei servizi pubblici e le controllate pubbliche dovranno inviare comunicazioni in forma solo elettronica dal primo gennaio 2024 anche a cittadini, che a quella data, non avranno ancora un domicilio digitale. Proprio per colmare questo gap, verrà attribuito gratuitamente (anche prima dell’inizio del 2024) un domicilio digitale a quanti ne saranno ancora sprovvisti o a coloro per i quali risulti non più valido quello detenuto.

Di fatto, è un tassello finalizzato ad attribuire un indirizzo di posta elettronica certificata (Pec) e far decollare pienamente la Piattaforma nazionale delle notifiche. Sarà il gestore della piattaforma per le notifiche a comunicare l’attribuzione del domicilio digitale ai soggetti che ne risulteranno ancora sprovvisti. Per l’attribuzione dovrà prima consultare le informazioni presenti nell’Indice nazionale dei domicili digitali “riservato” ai cittadini non tenuti all’iscrizione in Albi, elenchi e registri professionali o nel Registro delle imprese, con quelli dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr). Passaggio che avverrà attraverso la Piattaforma nazionale digitale dei dati prevista dall’articolo 50-ter del Codice dell’amministrazione digitale. Naturalmente non ci sarà solo l’attribuzione del domicilio digitale gratuito, perché il gestore della piattaforma delle notifiche dovrà comunicare ai cittadini interessati di aver “creato” un domicilio digitale con annesse istruzioni per l’uso (modalità di attivazione, gestione e cessazione).

In quest’ottica lo schema di decreto consente anche il ricorso a «campagne di comunicazione e ogni altra iniziativa utile alla capillare diffusione». Resta, però uno step ulteriore per chiudere il circolo virtuoso della comunicazione solo telematica: l’attivazione del domicilio digitale attribuito gratuitamente. Se ciò non dovesse avvenire, le Pa, i gestori di servizi pubblici e le controllate pubbliche comunicheranno tramite la piattaforma delle notifiche con le modalità e secondo le regole previste per le notificazioni in forma analogica. Una sorta di rete di salvataggio, considerate le difficoltà che potrebbero avere diverse fasce della popolazione italiana: in particolar modo, quelle meno avvezze alla tecnologia o in aree in cui il digital divide resta ancora marcato. A ogni buon conto, anche se la notifica dovesse continuare ad avvenire in forma analogica, il gestore della piattaforma informerà il cittadino della possibilità di attivare il domicilio digitale che gli è stato gratuitamente attribuito (FONTE: articolo IlSole24Ore – Le comunicazioni della PA ai cittadini solo via PEC – di Giovanni Parente e Benedetto Santacroce – 29 settembre 2022).

Come si diceva prima, le PA dovrebbero diventare completamente paperless e cashless, così da rendere i processi operativi e i servizi offerti ai cittadini più efficienti ed efficaci e così da ridurre significativamente i costi di carta, stampanti, scanner, fotocopiatrici, recapito, notifica, contenzioso per difetto di notifica e trasporto valori. La crisi energetica in corso ha fatto aumentare i costi di produzione della carta, problema che si aggiunge a quello della produzione e approvvigionamento della stessa, che mette a rischio l’erogazione dei servizi ancora incentrati sulla produzione di atti cartacei. Bisognerebbe disincentivare le pubbliche amministrazioni, utilizzando anche la leva dei sistemi incentivanti per stimolare i dirigenti a adottare politiche di riduzione dell’acquisto di carta, stampanti, fotocopiatrici e toner, entro un tempo prestabilito. La crescita delle competenze digitali dei cittadini favorirebbe anche una maggiore sostenibilità sociale, economica ed ambientale del nostro Paese, in quanto si andrebbe a digitalizzare la relazione e l’experience tra PA e Cittadini. Gli sportelli fisici delle PA per erogare i servizi diventerebbero canali di accesso residuali, con enorme riduzione dei costi logistici e di locazione immobiliare, in favore di servizi digitali self-service e di sportelli digitali in cloud (attraverso piattaforme di video-collaboration), dove poter accedere su appuntamento, evitando file. In sintesi, questo modello di servizio renderebbe la PA molto ibrida-digitale, sicura, accessibile, trasparente e sostenibile, favorirebbe il lavoro agile e ridurrebbe anche l’impronta di carbonio, in quanto ridurremmo gli spostamenti di cittadini e dipendenti pubblici, che potrebbero operare da qualsiasi luogo e con qualsiasi device.

Questa iniziativa dovrebbe essere messa in relazione ai sette indicatori del DESI sul Capitale Umano, tracciando e rendendo tutto ben misurabile, attraverso una piattaforma digitale che dovrà essere alimentata obbligatoriamente, con i dati necessari, da tutti gli attori coinvolti nell’iniziativa. Questa piattaforma diventerebbe uno dei data source di riferimento per meglio alimentare il DESI e finalmente poter misurare la progressione delle competenze digitali di base nel nostro Paese, in modalità data driven.

Seconda area dedicata alle PMI e alla crescita di professionisti nell’ICT con competenze avanzate, molto ricercate nel mercato del lavoro e necessarie per modernizzare e rendere più competitivo il nostro Paese.

In questa fase storica le competenze più innovative e ricercate sono, a titolo esemplificativo, quelle sulla Cybersecurity, Artificial Intelligence, Cloud and Edge Computing, Blockchain, Big Data e Data Science, IoT, High Performance Computing e Robotic Process Automation. Altrettanto fondamentali solo le figure di Project / Program Management, User Experience Designer, Analisti Programmatori, Architetti e Sistemisti fondamentali per implementare nuovi progetti/prodotti e gestire le operation.  È importante che questa seconda area sappia governare tempestivamente gli aggiornamenti necessari, in relazione ai veloci cambiamenti che avvengono nel tempo nel settore delle tecnologie, per garantire un time to market adeguato nella promozione e diffusione delle competenze necessarie, per favorire un innalzamento della produttività e della competitività del Sistema Paese e promuovendo un approccio basato sull’Open Innovation e sul Design Thinking.

Le Aziende e la Pubblica Amministrazione, oltre a continuare a sostenere la filiera della ricerca a partire dalle università, devono essere anche in grado di programmare nel medio-lungo periodo la propria evoluzione e, in base a questa, pianificare i propri interventi formativi e di reclutamento di persone con competenze STEM. Scuole superiori, ITS, università, centri di ricerca e imprese sono il tessuto vitale su cui costruire questo percorso, con l’obiettivo di formare una nuova classe di professionisti dotata di una solida cultura, anche umanistica, e con un bagaglio tecnico-scientifico all’altezza delle sfide della sostenibilità e della trasformazione digitale. Si dovrebbero costruire partenariati strutturali pubblico-privati per colmare i gap di competenze, orientando la formazione e canalizzando la ricerca. Tre le aree prioritarie di intervento: rafforzare il coinvolgimento delle imprese nei piani didattici degli ITS e dei percorsi universitari, promuovere l’offerta di contenuti STEM a tutti i livelli del sistema scolastico e, da ultimo, incentivare la collaborazione tra mondo accademico e aziende attraverso lo strumento dei dottorati industriali e la creazione di ecosistemi per il trasferimento tecnologico. La sfida è quella di creare un nuovo “patto delle competenze”, in linea con la direzione tracciata dal PNRR, affinché il Paese dia nuovamente sbocco ai giovani, proceda lungo la strada dello sviluppo tecnologico e garantisca, così, la propria sostenibilità e competitività nel lungo periodo (Fonte: articolo IlSole24Ore – Le comunicazioni della PA ai cittadini solo via PEC – di Giovanni Parente e Benedetto Santacroce – 29 settembre 2022).

Diventa irrinunciabile assumere la consapevolezza che l’unico modo perché l’Italia possa tornare a crescere è che si metta in moto una capacità di “fare sistema” tra pubblico e privato, imparando a gestire la complessità attraverso, come si diceva prima, una governance autorevole, che metta insieme le capacità, le competenze e le esperienze già disponibili, per innalzare le competenze digitali del nostro Paese, con l’obiettivo di:

  • innalzare la cultura dell’innovazione e delle competenze ai tempi del digitale;
  • semplificare il rapporto della PA con cittadini e imprese, attraverso l’erogazione di servizi nativi digitali estremamente efficaci e facili da utilizzare, lungo l’intero ciclo di vita, evitando di fare inutili file agli sportelli e di perdere tempo
  • digitalizzare le PMI per renderle più competitive.

Sarebbe fondamentale agire in parallelo su più fronti e usare un approccio sia top down, sia bottom up, molto pragmatico, ed accompagnato, come di diceva in precedenza, da azioni premiali ed incentivanti. La capacità di digitalizzare il nostro Paese per renderlo più competitivo e sostenibile da punto di vista sociale, economico ed ambientale passa dalla nostra capacità di innalzare significativamente la cultura e le competenze ai tempi del digitale.

Le iniziative proposte non sono sicuramente esaustive, ma rappresentano, dal mio punto di vista, le priorità rispetto alle quali bisognerebbe agire con grande determinazione e capacità di execution, per accelerare nei prossimi anni il raggiungimento di un posizionamento adeguato del nostro Paese rispetto al tema delle competenze digitali.

In conclusione, ampliare le competenze digitali dei cittadini (persone fisiche e giuridiche) è un’occasione unica, da non perdere se vogliamo progredire nel prossimo futuro, e ci vuole una risposta di sistema, senza la quale è impossibile cambiare passo, ma che è alla nostra portata, se ci mobiliteremo e ci organizzeremo così come abbiamo fatto per affrontare la pandemia da Covid-19.

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