Falsi invalidi e invalidi veri: l’Inps fra giusti controlli e abitudine (nazionale) all’eccesso

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I controlli effettuati l’anno scorso dal nostro istituto nazionale di previdenza mettono finalmente in luce l’altissima percentuale di irregolarità, tanto che ben il 23% delle indennità passate al setaccio sono già state revocate. Sul fenomeno ha finora inciso in maniera forte la “funzione di scambio” esercitata dalla politica e dalla criminalità organizzata. Pesanti ombre e critiche, invece, sull’iter che devono affrontare molti invalidi a tutti gli effetti: un calvario che sarebbe giustificato, secondo il presidente Mastrapasqua, dal fatto che “lavorando sui grandi numeri, qualche errore si può fare”. Ma oltre ai controlli e al rigore, nei casi più gravi dovrebbe forse prevalere un atteggiamento di sensibilità, umanamente obbligatorio quando le ragioni dei deboli sono evidenti.

1 Marzo 2011

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Tiziano Marelli

Articolo FPA

I controlli effettuati l’anno scorso dal nostro istituto nazionale di previdenza mettono finalmente in luce l’altissima percentuale di irregolarità, tanto che ben il 23% delle indennità passate al setaccio sono già state revocate. Sul fenomeno ha finora inciso in maniera forte la “funzione di scambio” esercitata dalla politica e dalla criminalità organizzata. Pesanti ombre e critiche, invece, sull’iter che devono affrontare molti invalidi a tutti gli effetti: un calvario che sarebbe giustificato, secondo il presidente Mastrapasqua, dal fatto che “lavorando sui grandi numeri, qualche errore si può fare”. Ma oltre ai controlli e al rigore, nei casi più gravi dovrebbe forse prevalere un atteggiamento di sensibilità, umanamente obbligatorio quando le ragioni dei deboli sono evidenti.

logo passepartoutChe il nostro sia un Paese dove gli eccessi abbondano è un dato di fatto, direi quasi connaturato nel modo di essere italiani. Gli esempi si potrebbero sprecare, ma prendere spunto dall’attivismo – sacrosanto quasi in toto, come vedremo – dell’Inps nell’ultimo periodo credo serva una volta di più a centrare il problema.

Partiamo da un articolo del Corriere della Sera dello scorso mercoledì 16 febbraio. In un lungo servizio (esordio in prima pagina, a seguire tutta la 17) Enrico Marro certifica nero su bianco come il nostro istituto nazionale di previdenza – dopo interi lustri passati nel pressoché totale immobilismo rispetto ad un fenomeno che definire vergognoso dal punto di vista etico e pesantissimo da quello economico è assolutamente riduttivo – sia arrivato a revocare nel corso del 2010 ben "il 23% delle pensioni d`invalidità civile controllate, quasi una su quattro” (l’anno precedente le revoche erano state invece pari all’11% del totale messo sotto esame). Secondo il presidente dell’ Inps Antonio Mastrapasqua – l’occasione è per lui buona anche per sottolineare che entro quest’anno l’Inps avrà controllato almeno 800mila “invalidi”, su un totale che sfiora i 3 milioni – le verifiche finalmente puntuali e le conseguenti revoche truffaldine sono dovute ad un “affinamento del campione” sottoposto a monitoraggio, non dimenticando anche di aggiungere poi che le pensioni di invalidità (260,27 euro al mese per tredici mensilità) e le indennità di accompagnamento (487,39 euro al mese per dodici mensilità) spesso svolgono una “funzione di scambio” “politico, quando va bene; intermediato dalla criminalità organizzata, quando va male”, e quindi il giro di vite Inps è volto a “eliminare le prestazioni ingiustificate e fare ‘opera di deterrenza’, cioè spaventare chi vuol fare il furbo”.

Per citare dati definitivi di questa vera e propria “operazione di Pulizia”, è importante sapere che sulla base delle elaborazioni, “in testa alla classifica delle regioni col più alto tasso di revoca delle prestazioni ci sono la Sardegna (53%), l`Umbria (47%), la Campania (43%), la Sicilia (42%) e la Calabria (35%)”. Nel particolare, “a livello provinciale spiccano Sassari con ben il 76% delle prestazioni controllate cancellate, Cagliari (64%), Napoli (55%), Perugia (53%), Benevento (52%)”. Gli effetti – chiamiamoli così – collaterali non si sono fatti attendere, tanto che già in questi primi mesi del 2011, sempre per fare degli esempi concreti, “in Campania le domande sono diminuite del 27%, in Molise del 39%, in Puglia del 35% (tiene duro la Sicilia, invece, con appena un -1%)”, ed è indubbio che in quest’ultimo caso sarebbe molto importante capire come mai.

Dati rispetto ai quali, del resto – come sottolinea anche l’autore dell’articolo – risulta comunque fondamentale che chi realmente abbia le carte in regola per poter accedere all’indennità ottenga quanto gli spetta. Un problema molto sentito tanto che, chiosa Mastrapasqua, i diritti reali devono andare assolutamente salvaguardati, evitando errori e incomprensioni: “Oggi  un vero invalido si vergogna di dirlo perché teme immediatamente di essere additato come un falso invalido. Noi siamo impegnati a smontare questo diffuso sentimento di ostilità, per ridare la giusta attenzione a una categoria che la merita e che purtroppo deve far fronte a problemi gravi con poche centinaia di euro al mese”.

Parole sante, che sembrano però in parte confliggere con le rigidità messe in lice da un altro articolo del Corriere della Sera, uscito solo cinque giorni prima. Nell’occasione, Maria Giovanna Faiella riporta la storia di alcuni invalidi, tali senza ombra di dubbio e a colpo d’occhio. Credo sia importante riportare testualmente il calvario vissuto da quattro di loro. Inizia Catia Petra di Pavia: “Sono nata con un’amiotrofia spinale progressiva e non ho mai camminato autonomamente. Nel 2007 ho passato un mese in rianimazione intubata e tracheotomizzata. Quando a luglio scorso ho ricevuto la lettera dell’Inps per la visita di controllo, ho inviato il foglio di dimissioni; non è bastato. Ma i documenti dell’ospedale non valgono? Il giorno della visita ho portato le cartelle dei ricoveri, ma volevano il verbale che certificava la mia invalidità al 100%, rilasciatomi nel ‘90 dalla Commissione medica militare. Tra amministrazioni pubbliche non si parlano? Dovrebbero saperlo, poi, che l’Asl mi ha accordato l’infermiere a domicilio e mi fornisce aspiratore e sondini”. Prosegue Lucia Micocci di Roma: “Sono cieca dalla nascita a causa di una retinite pigmentosa. Mi hanno convocato per la visita. Avevo anticipato via fax i documenti richiesti, ma hanno detto che il certificato medico era datato (1984). La visita è durata 4 ore e mezzo, mi hanno fatto il fondo oculare e prescritto anche un altro esame: Pev (potenziali evocati visivi). Per farlo nel pubblico ci vogliono 6- 7 mesi di attesa o, per farlo subito, bisogna pagare 150 euro”. Rincara la dose Marco Rasconi di Milano: “Ho l’atrofia muscolare spinale. I due medici della commissione che mi dovevano fare il controllo non conoscevano la mia malattia, ho dovuto spiegargliela io”. Chiude tristemente Giuseppe Arena di Napoli, padre di un bimbo di due anni e mezzo: “Mio figlio è nato con una cataratta congenita e ha passato la visita di prima istanza il 5 marzo 2009. Dopo 6 mesi doveva arrivare il decreto, ma non risultava neppure la pratica all’Inps. A dicembre dello stesso anno ho consegnato gli altri documenti richiesti. Un anno dopo lo chiamano per una visita straordinaria, un’altra l’ha fatta a gennaio scorso. Sono passati quasi due anni e ancora non si sa a che punto è la pratica”.

Naturalmente l’Inps – sempre per bocca del suo presidente – non ha tardato a scusarsi, giustificandosi con il fatto che “lavorando sui grandi numeri, qualche errore si può fare”. E lo ha fatto anche citando l’episodio che ha visto protagonista Luca Pancalli, vicepresidente del Coni e notoriamente irrimediabilmente costretto su una sedia a rotelle, anche lui chiamato per una (assolutamente inutile) verifica di controllo. Pare un’autentica caduta di stile l’esempio in questione perché non dovrebbe essere necessario citare un “invalido illustre” per giustificare la mancanza di semplice attenzione verso il disagio (che nei casi più evidenti si può benissimo accertare ad occhio nudo velocizzando poi al massimo la pratica per rendere meno penoso possibile l’iter nel suo complesso) rispetto al dovere assoluto di una burocrazia che deve funzionare al meglio (come in effetti sembra stia facendo, finalmente) per smascherare abusi anche e addirittura benedetti dalla criminalità. Possiamo chiamarlo auspicabile atteggiamento di comprensione, solidarietà, vicinanza alle disgrazie altrui. O più semplicemente sensibilità: ragione assoluta che basterebbe, una volta di più, per non farci riconoscere sempre assolutamente bravi e campioni – come si diceva all’inizio – anche nell’esercizio tutto nazionale dell’eccesso.