La Cassazione su dipendenti pubblici, telefonino aziendale e internet. Si può fare, senza esagerare

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Ieri la Cassazione si è pronunciata sul caso di un dipendente comunale di Stresa accusato di peculato e abuso di ufficio per aver usato il telefonino di servizio per contatti privati e per essersi collegato a internet in ufficio per motivi privati.
In particolare, il dipendente aveva all’attivo 276 sms e 625 chiamate verso contatti privati per un totale di 25 ore e un costo di 75 euro nell’arco di due anni, oltre al già citato uso di internet sul posto di lavoro per motivi personali.

26 Novembre 2010

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Redazione FORUM PA

Articolo FPA

Ieri la Cassazione si è pronunciata sul caso di un dipendente comunale di Stresa accusato di peculato e abuso di ufficio per aver usato il telefonino di servizio per contatti privati e per essersi collegato a internet in ufficio per motivi privati.
In particolare, il dipendente aveva all’attivo 276 sms e 625 chiamate verso contatti privati per un totale di 25 ore e un costo di 75 euro nell’arco di due anni, oltre al già citato uso di internet sul posto di lavoro per motivi personali.

Il Gup di Verbania lo aveva prosciolto dalle accuse, riconoscendo che, pur se reiterate, le sue condotte "comportavano costi modesti", rilevando così “l’assenza di atti appropriativi di valore economico sufficiente per la configurabilità del delitto di peculato”.

Confermando il non luogo a procedere pronunciato dal gup di Verbania, contro cui aveva presentato ricorso la Procura di Torino, la Suprema Corte, con la sentenza numero 41709 del 25 novembre 2010, ha ricordato che “non integra il reato di peculato l’utilizzo da parte del pubblico ufficiale dei telefoni di cui ha disponibilità per ragioni di ufficio per comunicazioni di carattere privato o l’uso del PC collegato alla rete internet per questioni personali, qualora i danni al patrimonio della pubblica amministrazione siano di scarsa entità o nulli, finendo per essere irrilevanti, rilevandosi le condotte inoffensive del bene giuridico tutelato”.

In particolare sul fronte internet, la sesta Sezione penale ha chiarito che, essendo attivo un abbonamento pre-pagato per la navigazione, “nessun danno è stato cagionato alla pubblica amministrazione”.