Il patrimonio del Ministero per i Beni culturali: l’importanza della conoscenza per una gestione efficiente

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Musei, biblioteche, archivi, monumenti, aree archeologiche, uffici: il patrimonio immobiliare del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) è caratterizzato da una grande varietà e, quindi, da problematiche specifiche per ognuna di queste tipologie. Ancor più di quanto accade in altre realtà, quindi, per una gestione efficiente si deve partire da una conoscenza approfondita del patrimonio in tutti i suoi aspetti. A sottolinearlo è Paolo Iannelli, Responsabile dell’Ufficio Sicurezza del Patrimonio Culturale del MiBAC, al quale abbiamo chiesto quali sono le principali criticità che si riscontrano nella gestione del patrimonio immobiliare nel settore dei Beni culturali e quali strategie si possono adottare per risolverle.

10 Febbraio 2010

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Michela Stentella

Articolo FPA

Musei, biblioteche, archivi, monumenti, aree archeologiche, uffici: il patrimonio immobiliare del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) è caratterizzato da una grande varietà e, quindi, da problematiche specifiche per ognuna di queste tipologie. Ancor più di quanto accade in altre realtà, quindi, per una gestione efficiente si deve partire da una conoscenza approfondita del patrimonio in tutti i suoi aspetti. A sottolinearlo è Paolo Iannelli, Responsabile dell’Ufficio Sicurezza del Patrimonio Culturale del MiBAC, al quale abbiamo chiesto quali sono le principali criticità che si riscontrano nella gestione del patrimonio immobiliare nel settore dei Beni culturali e quali strategie si possono adottare per risolverle.

“La criticità maggiore è la varietà del patrimonio – sottolinea Iannelli – sia per quanto riguarda la tipologia che per quanto riguarda l’utilizzo. Parliamo di edifici monumentali, ma anche di edifici moderni, e di edifici con le più disparate destinazioni d’uso, che quindi presuppongono anche problematiche diverse, da quelle d’ufficio a quelle espositive, a quelle di tutela. Se normalmente un’amministrazione ha delle esigenze ben definite, quindi chiede agli immobili determinate performance, nel nostro caso c’è una problematica d’uso che penso sia unica al mondo, caratterizzata proprio da una forte promiscuità. È difficile, infatti, che ci siano immobili destinati a un solo uso, per esempio un immobile destinato solo a museo: sicuramente c’è il museo, ma ci sono dentro anche gli uffici della Sovrintendenza, o addirittura altre sedi istituzionali. Da notare, infatti, che proprio per la vocazione territoriale che hanno i nostri insediamenti, spesso siamo in ‘condominio’ con altre amministrazioni (enti del turismo, regioni, province, comuni) e questo pone il problema di compartimentare le attività, quindi un problema sia di sicurezza che di gestione molto forte”.

Ecco, quindi, la forte esigenza di conoscere a fondo il patrimonio di competenza.
“Per poter gestire un tale tipo di patrimonio è indispensabile non solo conoscerlo, ma conoscerlo nel dettaglio – dice Iannelli – non è sufficiente una conoscenza statistica dei problemi, perché è un patrimonio che non ha nessuna riproducibilità. Ogni singola realtà presenta, a livello gestionale, una problematica tutta sua, difficilmente riproponibile anche in termini di soluzione. E se normalmente, per un progetto che deve definire la gestione di un immobile, basta conoscerne la tipologia di attività e il numero di persone, in un contesto così complesso serve una conoscenza approfondita dell’uso, delle promiscuità e della specificità del lavoro svolto nel singolo immobile”.
“Questo qui – aggiunge Iannelli – è un problema serissimo, perché mentre la conoscenza dell’immobile in sé è, per certi versi, un po’ più statica, la conoscenza dell’uso è più complessa, legata a fenomeni più dinamici. Ed è un tipo di informazione che deve venire dall’interno dell’amministrazione: se, infatti, possiamo affidare a persone esterne l’incarico di rilevare l’immobile e gli impianti, difficilmente possiamo pensare di coinvolgerle nella conoscenza di tutti i fattori legati all’uso. Da qui l’esigenza non solo di conoscere, ma anche di rendere possibile un aggiornamento continuo di questa conoscenza da parte del personale interno: quindi informatizzazione e disponibilità on line dei dati, ma anche formazione e qualificazione del personale stesso”.

Proprio su queste esigenze (censimento del patrimonio artistico e culturale, in particolare dal punto di vista della sicurezza; informatizzazione dei dati; formazione e riqualificazione dei dipendenti) è stato improntato il “Progetto per la Sicurezza e Tutela del Patrimonio Culturale”, avviato nel 2000 e realizzato dalla società Cofathec servizi (ora Cofely spa) su incarico del Ministero dei Beni Culturali. Il progetto ha ricevuto nel 2007 il "Premio Best Practice Patrimoni Pubblici" promosso da FORUM PA e Terotec.

Ascolta la relazione sul progetto presentata a FORUM PA 2007

Sono state censite le dotazioni di sicurezza (in particolare impianti antintrusione e antincendio) di 1.060 insediamenti presenti su tutto il territorio nazionale (in pratica la totalità del patrimonio di pertinenza del ministero); sono state analizzate ed elaborate 100mila schede tecniche cartacee ed informatizzati più di 1 milione di dati; il tutto è confluito in una banca dati  (Securart) realizzata ad hoc, consultabile sulla rete Intranet del MiBAC.
Sono stati inoltre progettati ed eseguiti interventi di adeguamento impiantistico e messa a norma di oltre 200 siti sottoposti a tutela. Tra questi: le Terme di Caracalla, Palazzo Venezia, il Museo Etrusco a Villa Giulia, la Galleria nazionale d’arte moderna (Gnam) e la Galleria Borghese, il Complesso del San Michele e il Collegio Romano, a Roma; la Reggia di Caserta; Palazzo Pitti a Firenze. Infine, è stata attuata la riqualificazione e stabilizzazione professionale di 206 ex lavoratori socialmente utili.

Conclusa la prima Convenzione quinquennale, del valore di 59 milioni di euro, tra il MiBAC e la Cofathec (con affidamento diretto ai sensi del d.lgs 468/97), il progetto ha avuto seguito con due nuovi appalti[1].
“Si tratta di un progetto in divenire – specifica Iannelli – la banca dati non può essere statica, va sempre aggiornata e, riprendendo quanto dicevo prima, per alcuni aspetti deve essere aggiornata dal personale interno. Infatti, rispetto al progetto iniziale che si concentrava sull’aspetto della sicurezza, negli anni la banca dati si è arricchita con moduli più legati all’aspetto gestionale. Contiene dati riguardanti la destinazione d’uso, la quantità di spazi destinata ad alcune funzioni, i costi di gestione e manutenzione, e quindi dati che possono essere utili anche ai fini della programmazione, gestione, mantenimento e anche valorizzazione del patrimonio. Inoltre, sempre rispetto al progetto iniziale c’è stato un passaggio in formato web oriented, quindi la banca dati è disponibile sulla rete intranet e arriva in tutti gli uffici, con la possibilità di filtrare account e abilitazioni in modo praticamente infinito. Ultimamente sta passando l’idea di poterla utilizzare quasi a mo’ di ‘portale degli immobili’ ad uso interno, essendoci la possibilità di inserire e vedere allegati, planimetrie, fotografie, e così via”.

Iannelli, quindi, cita anche la valorizzazione del patrimonio tra i possibili effetti del progetto. Ne approfittiamo per chiedergli quali sono secondo lui le politiche e le soluzioni di governance che possono servire per valorizzare il patrimonio artistico/culturale del nostro Paese, trasformandolo da voce di bilancio passiva a risorsa, da costo a opportunità.
“Prima di tutto bisogna ricordare che i nostri insediamenti non sono nati per avere una funzione espositiva o di valorizzazione, ma per preservare e fare tutela. La parola d’ordine era ‘preservare chiudendo’; solo in seguito c’è stata una svolta culturale per cui oggi si parla di ‘preservare valorizzando’, quindi aprendo all’esterno. Non sempre, però, a questa evoluzione culturale è seguita un’evoluzione degli strumenti. Di recente è stata istituita, all’interno del MiBAC, una Direzione generale apposita per la valorizzazione; questa è una risposta forte, che colma una lacuna storica del ministero. A questo input politico devono poi affiancarsi altre due azioni: prima di tutto una qualificazione e redistribuzione del personale, che si adatti alle diverse esigenze di gestione del patrimonio in carico. Una cosa è assumere custodi per sorvegliare un posto chiuso al pubblico, altra cosa è assumere personale perché si vuole aprire il sito al pubblico anche la notte. L’altra azione consiste nel fare rete con le istituzioni locali nell’ottica dell’ottimizzazione delle risorse economiche e umane. Parliamo chiaro: le persone non ci sono e c’è il blocco delle assunzioni. È facile dire ‘apriamo i musei fino alle 10 di sera’, ma come si fa se il personale non c’è e se non ci sono i soldi per pagare gli straordinari? A questo problema di risorse umane ed economiche non si può far fronte da soli, per cui la valorizzazione e la promozione possono essere azioni valide, ma se non si fa rete sull’aspetto gestionale si è perdenti comunque”.

 


[1] aggiudicazione in gara pubblica a Cofathec per il triennio 2006-2008, con un impegno di spesa globale di circa 18 milioni di Euro; aggiudicazione in gara pubblica a Cofathec per il triennio 2009-2011, con un impegno di spesa globale di circa 16,5 milioni di Euro.