“South Working”: la rinascita dei territori passa dal lavoro agile

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Utilizzare lo smart working come mezzo per migliorare la coesione sociale, territoriale ed economica e quindi ridurre il divario territoriale tra le regioni. Questo l’obiettivo centrale del progetto “South Working – Lavorare dal Sud”, ideato da Elena Militello e portato avanti dall’associazione “Global Shapers – Palermo Hub”

30 Luglio 2020

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Michela Stentella

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Del progetto “South Working – Lavorare dal Sud” si sono occupate ultimamente importanti testate nazionali (dal Sole24ORE al Corriere della Sera, alla RAI) che hanno raccontato questa idea partita da Elena Militello, 27 anni, PhD in Diritto e Scienze presso l’Università del Lussemburgo e palermitana di origine, che nel periodo dell’emergenza sanitaria è rientrata nella sua città e ha proseguito da lì il proprio lavoro. Un’esperienza di “smart working”, che ha fatto nascere il desiderio di collegare questo modello di lavoro agile a un progetto più ampio di rilancio dei territori.

L’idea di South Working è quella di favorire, attraverso la diffusione del modello di lavoro agile, il rientro nelle città di origine (in particolare quelli del Sud Italia, ma non solo) di persone che lavorano all’estero e, più in generale, lo spostamento dei lavoratori che desiderano vivere in un luogo diverso da quello in cui si trova la sede del proprio datore di lavoro, agevolando così anche la rinascita economica e sociale delle città e territori di rientro. “Il nostro obiettivo – sottolinea infatti Elena – non è lo smart working in sé, ma utilizzare lo smart working come mezzo per migliorare la coesione sociale, territoriale ed economica e quindi ridurre il divario territoriale tra le regioni”. I valori del progetto, insomma, coincidono con quelli già sanciti dall’art. 119 della Carta Costituzionale, che promuove lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, allo scopo di diminuire le diseguaglianze tra nord e sud del paese, garantire una distribuzione delle ricchezze e mitigare gli effetti negativi dell’esodo migratorio.

Si parla del Sud, quindi, ma come ricorda Elena “il concetto di sud è relativo, siamo tutti il sud di qualcun altro”, per cui il focus è “lavorare da dove si desidera, Lavorare da ovunque”.

“La possibilità di lavorare da dove si vuole può essere attrattiva sia per gli italiani emigrati all’estero, sia per chi lavora in paesi dove la qualità della vita percepita è inferiore e preferirebbe, ad esempio, vivere in Italia – sottolinea Elena -. Possiamo partire dallo smart working e dalla libertà di circolazione tra i paesi europei per attrarre talenti. Parliamo, in genere, di lavoratori altamente qualificati, che lavorano in autonomia o hanno responsabilità di coordinamento. Ovviamente servono anche software, processi e formazione per sostenere questo approccio e modificare la cultura aziendale e di leadership, per poter parlare davvero di lavoro agile e non di home working come è avvenuto in questo periodo di emergenza”.

Elena ha presentato il suo progetto all’associazione non profit Global Shapers – Palermo Hub, di cui già faceva parte, raccogliendo grande entusiasmo e facendo nascere un team di giovani che ora sta lavorando su questo percorso: è stato istituito un Osservatorio per raccogliere dati sulle esperienze dei lavoratori e delle imprese ed è stato lanciato un questionario esplorativo anonimo, che è possibile compilare a questo link.

Centrale, tra le azioni proposte all’interno del progetto, è la creazione di una rete tra gli spazi di coworking esistenti sui territori, perché come sottolinea Elena “usare i coworking, invece di lavorare da casa, dà la possibilità di fare network, avere spazi di socialità e creare innovazione. L’obiettivo è stimolare l’economia dei luoghi di destinazione tramite, appunto, un network forte tra persone di settori diversi e che hanno fatto esperienze in Paesi e contesti differenti”.

Per avviare questi processi è fondamentale la collaborazione con gli enti locali e i Comuni, affinché non ci sia un unico luogo aggregatore al centro della città, ma vengano attivati spazi di coworking anche nei quartieri periferici, in cui i privati non hanno interesse ad investire, alleggerendo così anche il problema degli spostamenti verso il centro città, con ovvie ricadute sulla vivibilità e la sostenibilità urbana.

Ma non solo. “Quello che vorremmo creare è una sorta di presidio di comunità – spiega Elena – luoghi che (uno per quartiere nelle città più grandi e uno per comune nei piccoli centri) vadano a coprire tutte le necessità, quindi il coworking dovrebbe avere accanto anche accanto anche servizi per le altre fasce della popolazione, come asili o luoghi di aggregazione per gli anziani. Un po’ sul modello di quanto avviene già da tempo a Milano con i Centri civici presenti nei diversi quartieri”.

Effetti positivi potrebbero svilupparsi anche sull’innovazione e sui servizi offerti dalla PA sui territori, perché secondo Elena: “anche solo una massa critica di persone che ha fatto esperienza all’estero e rientra in territori con un livello di servizi e infrastrutture diverso rispetto a quello a cui si era abituati, aumenterà le aspettative nei confronti delle pubbliche amministrazioni. Speriamo che anche questo sia uno stimolo al cambiamento”.

In conclusione, sottolinea Elena “vogliamo stimolare un movimento di opinione tra i diversi soggetti coinvolti, datori di lavoro, lavoratori, amministrazioni locali e nazionali, per dimostrare che può nascere una situazione di vantaggio reciproco da questo tipo di progetto. Vogliamo fare da collettore tra tutte le realtà interessate, stimolando la collaborazione tra privati ed enti locali. Il Comune di Palermo, che abbiamo scelto come progetto pilota, per esempio si è dimostrato molto interessato anche al tema dei coworking pubblici. È una città che si presta molto al progetto, perché ha già l’infrastruttura tecnologica, essendo la seconda città più cablata d’Italia dopo Milano, e ha un aeroporto raggiungibile in circa 30 minuti. Potrebbe quindi essere la città giusta per mostrare come un progetto di questo tipo possa contribuire a stimolare un miglioramento nei servizi, la nascita di reti sociali e imprenditoriali, attraendo quei talenti e quel capitale umano perduti nei decenni passati”.

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