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Startup, il procurement pubblico può dare la sveglia a un mercato dormiente: ecco come

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Nel nostro Paese l’uso del
procurement pubblico come strumento di politica industriale e di innovazione è
del tutto sconosciuto, nonostante la dimensione e la tipologia della
domanda di beni e servizi del settore pubblico rappresentino un fattore
cruciale per lo sviluppo

28 Gennaio 2016

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Renzo Turatto, docente Scuola Nazionale dell'Amministrazione

In questi anni di difficoltà il tema della start-up, e soprattutto delle start-up innovative, si è progressivamente imposto come uno dei nuovi argomenti chiave del dibattito di politica industriale.

La tesi è semplice: per far ripartire il sistema non basta distribuire incentivi alle imprese. Se l’obiettivo non è costruire nuovi, inutili, capannoni destinati a rimanere vuoti, ma l’avvio di un nuovo ciclo di crescita ciò che serve è innalzare il grado di competitivit à del sistema-paese attraverso lo sviluppo di nuove tecnologie, di nuove soluzioni di mercato, di nuovi modelli organizzativi.

E poiché è dimostrato che la propensione al cambiamento e alla sperimentazione è maggiore nelle realtà più giovani serve favorire l’ingresso sui mercati di nuove imprese, capaci di immettere nuova linfa propulsiva nel sistema tramite lo sviluppo di nuove idee e di nuovi progetti.

Non si tratta di un tema limitato al nostro Paese. In Francia le politiche rivolte ai poli della competitività hanno previsto interventi di incentivo finalizzati allo sviluppo di cluster innovativi. In Finlandia azioni di sostegno all’avvio di start-up innovative sono state previste all’interno della politica di sviluppo dei settori a alto contenuto di conoscenza (scienze della vita, ICT, tecnologie verdi). In Germania si è agito sugli spin-off universitari attraverso il programma EXIST con cui si è promossa la cultura d’impresa, si sono finanziate start up, si è favorito il trasferimento tecnologico nelle scuole di alta formazione. In Olanda si sono realizzate azioni a favore delle nuove imprese a forte contenuto tecnologico all’interno dell’iniziativa Techno-Partner con la quale si è dato vita a parternship locali tra imprese, università, incubatori, banche, finanziatori locali.

L’Italia in questi anni non è rimasta ferma, anzi. Nel 2012, al fine di promuovere la crescita, lo sviluppo tecnologico e l’occupazione, tramite il formarsi di un sistema animato a forte caratterizzazione innovativa è stato approvato una nuova normativa organica finalizzata a favorire la nascita e la crescita dimensionale delle nuove imprese innovative ad alto valore tecnologico. La nuova legge (DL 18.10.2012 n. 179) prevede, oltre a una serie di semplificazioni di ordine amministrativo, alcuni benefici fiscali a favore di chi intende partecipare finanziariamente allo sviluppo di nuovi soggetti imprenditoriali a forte connotazione tecnologica. Ulteriori agevolazioni fiscali sono inoltre state introdotte per favorire l’utilizzo da parte di queste società di programmi di incentivazione tramite stock options, mentre altre semplificazioni sono state previste per quel che riguarda l’utilizzo da parte queste imprese di contratti di lavoro flessibili.

Nel 2013 è stato poi varato un nuovo strumento nazionale di incentivazione delle start-up innovative (D.M. Sviluppo economico 6.3.2013), il quale è stato confermato negli anni successivi, seppur con alcune modifiche. Nell’attuale versione sono previste agevolazioni a favore delle start-up innovative che prevedono programmi di spesa di importo compreso tra 100 mila e 1,5 milioni di euro, per beni di investimento e/o per costi di gestione. A queste imprese, in aggiunta a un’azione di tutoring, viene data la possibilità di beneficiare di un mutuo senza interessi, il cui valore massimo può variare tra i 1.050.000 e 1.200.000 Euro. Laddove l’iniziativa imprenditoriale sia localizzata nelle regioni del Mezzogiorno al mutuo agevolato si somma poi un contributo a fondo perduto, pari al 20% della somma finanziata.

Il punto però è che questi interventi si sono dimostrati di scarsa, o quantomeno dubbia, efficacia. Le start-up innovative che si sono iscritte negli appositi elenchi istituiti per dare attuazione alla normativa del 2012 sono poco più di 5 mila: un numero assolutamente trascurabile se confrontato con le 800 mila nuove imprese nate nel biennio 2013-2014.

E’ andata sicuramente meglio con il programma di incentivazione avviato nel 2013. L’intervento è stato in grado di focalizzarsi su oltre 500 imprese, con agevolazioni complessive pari a oltre 120 milioni di Euro. Qui – perlomeno – l’interesse da parte delle imprese c’è stato.

Resta tuttavia ancora da capire se, e in che misura, le agevolazioni abbiano davvero raggiunto lo loro scopo, se hanno avuto effetti di impulso sulla popolazione delle nuove imprese (o sul loro consolidamento) e, soprattutto, hanno incrementato la presenza nel sistema di nuova impresa innovativa. Purtroppo le poche informazioni disponibili non permettono di concludere nulla, lasciando ancora tutto da dimostrare che si sia trattato di un’operazione di successo.

Tutto questo porta a una semplice considerazione: vista la dubbia, o forse sarebbe meglio dire poca, capacità delle azioni messe in atto di intercettare i potenziali beneficiari (che pure esistono, considerata la dimensione della natalità delle imprese), perché non cambiare strada? Perché non agire sulla dimensione dei mercati innovativi e, dunque sulle possibilità di business delle start-up, piuttosto che sulla riduzione dei loro costi? Peraltro agendo in questo modo si eviterebbero i rischi di opportunismo, sempre presenti negli interventi di aiuto alle imprese.

Nel nostro Paese l’uso del procurement pubblico come strumento di politica industriale e di innovazione è del tutto sconosciuto , nonostante la dimensione e la tipologia della domanda di beni e servizi del settore pubblico rappresentino un fattore cruciale per lo sviluppo. In altre realtà la situazione è del tutto diversa: negli Stati Uniti, così come in Giappone, gli appalti pubblici in ricerca e sviluppo vengono fortemente utilizzati come strumento per incentivare le imprese a studiare innovative non esistenti sul mercato.

L’argomento è delicato, visto ciò che ogni giorno leggiamo nelle pagine di cronaca. Ma limitare il problema delle modalit à di acquisto della PA a un semplice elemento di legalità rischia di essere fuorviante. Per come oggi utilizzati, gli attuali processi di gara portano inevitabilmente a privilegiare l’acquisto di beni e servizi esistenti e a favorire gli operatori maggiormente strutturati a discapito dei nuovi entranti.

Questa tendenza va invece contrastata. Gli strumenti per farlo già esistono, sia all’interno della normativa nazionale, sia facendo riferimento alle indicazioni date dalle nuove direttive europee in materia di appalti pubblici.

Si tratta solo di operare.

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