EDITORIALE

Una PA che naviga veloce, controvento

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La nostra impressione è che la PA abbia trascorso un anno “navigando di bolina”, una particolare andatura che consente all’imbarcazione di “risalire il vento”, o in altri termini, di viaggiare controvento. E allora, questa volta guardando avanti come possiamo migliorare la navigazione? Abbiamo bisogno di tre forti discontinuità. La prima riguarda la narrazione delle nostre PA, la seconda riguarda la struttura organizzativa e la terza discende dalla sfida tecnologica dell’intelligenza artificiale

19 Gennaio 2024

Gianni Dominici

Amministratore Delegato FPA

Foto di giuseppe Peppe su Unsplash - https://unsplash.com/it/foto/persone-che-vanno-in-barca-a-vela-in-mare-durante-il-giorno-VylnmNlvmxc

Questo editoriale è l’introduzione all’Annual Report 2023 di FPA (la pubblicazione è disponibile online gratuitamente, previa registrazione)

L’anno appena concluso spicca e si contraddistingue per la chiara e netta centralità che è stata assunta dal capitale umano, dalle persone dentro le organizzazioni pubbliche. La speranza è che si lasci definitivamente alle spalle quel riduzionismo culturale, ma anche politico, che relegava questa dimensione ai margini del cambiamento. La cultura della macchina pubblica come fardello, degli impiegati statali come fannulloni da sorvegliare e punire.

Pensiamo solamente alla recente sentenza del TAR del Lazio in merito alla disposizione prevista dal Decreto ministeriale “Madia-Poletti” del 2017 che determinava nel settore pubblico gli orari delle fasce di reperibilità, in caso di visita fiscale, superiori rispetto a quelle del settore privato. Una vera discriminazione che partiva dal presupposto che, rispetto ai dipendenti privati, quelli pubblici siano dipendenti da controllare con maggiore incisività.

Ci sono tutti i segnali per dire che una nuova stagione sia cominciata. Un cambiamento tanto necessario quanto indispensabile. Ovviamente, le contraddizioni sono ancora tante, così come le difficoltà da superare, ma il cambiamento sembra davvero alla portata. In questa direzione va, ad esempio, la direttiva in materia di misurazione e valutazione della performance dei dipendenti pubblici, pubblicata a fine dello scorso novembre. L’obiettivo è riconoscere alle persone che lavorano nella PA una nuova centralità, inserendo il processo di valutazione in un contesto più ampio, in cui si guarda non solo ai risultati del singolo, ma anche alla capacità dell’organizzazione di valorizzare il merito, aggiungere valore, potenziare le competenze e i talenti delle persone.

Investire sulle persone significa creare le condizioni indispensabili per soddisfare la necessità di una PA all’altezza delle sfide che abbiamo davanti. Non si tratta di un obiettivo solo italiano, ma sempre più anche europeo ed internazionale. Il 2023 ha salutato infatti la prima comunicazione della Commissione europea in materia di pubblica amministrazione dal titolo “Rafforzare lo spazio amministrativo europeo”, denominata ComPAct. Come descritto in questo annuario, si tratta di un evento storico per almeno due motivi: innanzitutto perché è un atto unico, politicamente di spessore e primo nel suo genere ad affrontare direttamente il tema della capacità amministrativa, ma anche perché sancisce definitivamente il riconoscimento da parte della Commissione europea della centralità dell’operato della pubblica amministrazione quale elemento fondamentale per garantire l’efficienza e la competitività di uno Stato.

Tornando al caso italiano, per costruire la PA in grado di gestire il futuro le sfide sono ancora tante, ma anche le risorse economiche rimangono un’opportunità senza precedenti. Come descriviamo nel capitolo dedicato alla programmazione europea, oltre ai fondi del PNRR nel 2023 si intersecano tre fenomeni rilevanti per la politica di coesione: termina al 31 dicembre la spesa dei fondi strutturali 2014-2020, vengono finalmente avviati i Programmi nazionali e regionali previsti dall’Accordo di partenariato 2021-2027, firmato da Italia e Commissione Europea e viene ridefinito dal Governo l’impianto della governance delle politiche di coesione, nella direzione di una forte integrazione e accentramento tra fondi strutturali e PNRR. Ma, come accade all’avvio di ogni nuovo ciclo di coesione, non possiamo che chiederci se saremo in grado di spendere le risorse disponibili nei tempi previsti senza accelerazioni dell’ultima ora. È questo, infatti, uno degli ambiti (ma sicuramente non l’unico) in cui il disinvestimento sul settore pubblico impatta direttamente e fortemente sulla capacità amministrativa e operativa della pubblica amministrazione. Non a caso, nell’Accordo di partenariato 2021-2027, l’Italia e la Commissione europea hanno risposto alla domanda di rafforzamento amministrativo con misure e strumenti ben definiti come i Piani di Rigenerazione Amministrativa (PRigA) e il CapCoe, un nuovo programma nazionale che ha tra i suoi obiettivi la promozione di un piano straordinario di assunzioni, soprattutto negli enti territoriali, la formazione e le nuove competenze, il supporto per la rigenerazione amministrativa degli enti attuatori della coesione. È in questo contesto che il 30 novembre scorso è partita la procedura per più di duemila nuove assunzioni in sette Regioni del Mezzogiorno per migliorare l’attuazione della politica di coesione e la capacità di spesa dei fondi europei e nazionali.

La ricerca di nuove persone da inserire negli organici rimane, anche per il 2023, una priorità a fronte delle dinamiche occupazionali, all’interno del settore, ancora incerte. L’anno appena trascorso beneficia, infatti, di una piccola crescita tra gli occupati nel 2022 ma, soprattutto, di contratti a tempo determinato, mentre continua a calare il numero degli ‘stabili’. Complessivamente, in 10 anni nelle PA italiane si sono ‘perse’ 168mila persone e l’Italia continua ad avere un numero totale di impiegati pubblici nettamente inferiore a quello dei principali Paesi europei in proporzione alla popolazione (5,5 impiegati pubblici ogni 100 abitanti, mentre sono 6,1 in Germania; 7,3 in Spagna; 8,1 in UK; 8,3 in Francia); e in proporzione agli occupati (14 impiegati pubblici ogni 100 occupati contro il 16,9 in UK, il 17,2 in Spagna, il 19,2 in Francia). E, se è ricominciata la stagione dei concorsi pubblici, ciò è avvenuto nell’ambito di un mercato del lavoro in continua evoluzione, caratterizzato da inediti fenomeni che stanno fortemente cambiando atteggiamenti, aspettative e priorità professionali: le Grandi Dimissioni, il Quiet Quitting (tendenza allo svolgimento strettamente necessario del lavoro per cui si è assunti e retribuiti, considerato l’opposto dell’employee engagement) e la Yolo Economy (You Only Live Once, approccio volto ad impostare la propria vita e le proprie scelte, anche lavorative, sulla base del principio per cui “si vive una volta sola”). Come descritto nel testo del capitolo sul pubblico impiego, questo nuovo contesto introduce il tema dell’attrattività, che non riguarda solo i giovani e i meno giovani che entrano nel settore pubblico, ma influenza nel tempo il percorso di quanti vi lavorano, in una continua ricerca di equilibrio tra cambiamento (interno ed esterno alle organizzazioni pubbliche) e senso di appartenenza. È qui che si collocano le riflessioni sulla retention, ovvero sulla necessità di catturare i nuovi talenti e di trattenerli e farli crescere. Il 2023 è quindi l’anno delle grandi riflessioni sull’attrattività della pubblica amministrazione, complice da una parte la provenienza professionale del Ministro per la PA Paolo Zangrillo, che ha ricoperto posizioni di vertice nell’ambito delle risorse umane per grandi aziende italiane, e dall’altra gli ormai evidenti cambiamenti del mercato del lavoro e le ripercussioni di questi anche sul reclutamento nel settore pubblico.

Se l’equipaggio, rappresentato dalle persone che lavorano nei diversi comparti, è ancora incompleto, le nostre PA però non possono aspettare ancorate in rada un momento migliore. E guardando indietro all’anno appena trascorso appare evidente che il mare in effetti è stato affrontato, a volte anche con importanti successi.

Per quanto riguarda la dimensione digitale, anche nell’ultimo anno i grandi progetti-Paese sul tema hanno conosciuto importanti progressi. I trend di crescita registrati nell’ultimo quadriennio hanno trovato conferma anche nel 2023, sebbene con tassi di incremento sensibilmente più bassi rispetto al recente passato. Un rallentamento che ha riguardato quasi tutte le grandi piattaforme nazionali, a partire da quelle per l’identità digitale che, probabilmente, hanno raggiunto un primo livello di saturazione. La specificità dell’anno trascorso però riguarda soprattutto il lato della domanda o, meglio, la progressiva convergenza tra offerta e domanda di servizi pubblici digitali, che va finalmente a risolvere una anomalia tutta italiana, rispetto al contesto europeo, di un costante divario tra disponibilità di servizi pubblici digitali e loro effettivo utilizzo. Un avanzamento che beneficerà nei prossimi anni anche degli importanti progressi registrati in tutte le misure del PNRR dedicate alla digitalizzazione della PA. Come scriviamo all’interno del rapporto, il 2023 rappresentava in questo senso un passaggio molto più complesso rispetto ai primi due anni di implementazione del Piano. Un passaggio che sembra essere stato superato senza particolari scossoni. Pertanto, al netto di improvvisi (e impronosticabili) stravolgimenti nelle ultime settimane dell’anno, anche il 2023 ha visto la digitalizzazione della PA confermarsi tra le componenti più solide del Piano, o quanto meno tra quelle che ancora oggi mostrano meno criticità in termini di scadenze rispettate. La bontà dell’impianto complessivo del capitolo sulla PA digitale è avvalorata anche dalla capacità mostrata dagli enti territoriali di rispondere alle opportunità offerte dal PNRR. Un attivismo evidente già dallo scorso anno, sin dal lancio dei primi avvisi sulla piattaforma PA Digitale 2026 (aprile 2022), e che ha trovato conferma anche nel 2023. Al momento della realizzazione di questo testo, in base ai dati forniti dalla piattaforma, su una platea di oltre 22.300 potenziali beneficiari sono più di 17.000 le amministrazioni (circa i tre quarti) ad aver ottenuto fondi a valere su almeno una misura. Le risorse assegnate, al netto delle rinunce formalizzate nei decreti di finanziamento, ammontano a circa 2,4 miliardi di euro.

Il 2023 ci restituisce segnali positivi anche per l’altra transizione alla base del Recovery Plan: quella ecologica. Il tema dello sviluppo sostenibile è tornato nell’agenda politica e nel dibattito pubblico del nostro Paese. Ciò non significa che nei mesi precedenti fosse sparito dalla lista delle questioni nazionali, ma non c’è dubbio che – sull’onda dell’emergenza innescata dal conflitto russo-ucraino – la transizione ecologica sia stata considerata principalmente nella sua dimensione di transizione energetica. Negli ultimi mesi, invece, si è tornati a dare impulso e vigore a una visione di transizione ecologica portatrice di sviluppo sostenibile da intendersi come fenomeno economico, sociale, ambientale e antropologico. Non è un caso che ciò stia avvenendo in un momento in cui il tema della transizione verde ha raggiunto livelli di popolarità e di maturità nella popolazione europea in generale, e, nondimeno, nella popolazione italiana. Un segnale concreto in questa direzione è l’introduzione del Nuovo Codice degli appalti pubblici in vigore dal 1° luglio, in cui i CAM (Criteri Ambientali Minimi) sono trasformati in requisiti necessari da inserire nei bandi e negli avvisi pubblici. Un cambio di passo importante a fronte dei ritardi che ancora sconta il settore. A confermarlo sono i dati del VI Rapporto dell’Osservatorio Appalti Verdi di Legambiente-Fondazione Ecosistemi. In termini di competenze, la formazione del personale è un’abitudine consolidata per il 63% dei capoluoghi, ma ancora un’azione limitata a un residuale 23% nei Comuni italiani censiti dal Rapporto. Anche se il 100% dei Comuni capoluogo afferma di conoscere il Green Public Procurement, l’applicazione dei suoi criteri resta in alcuni casi ancora sfidante. Il testo segnala soprattutto le criticità riportate nel caso del criterio Plastic Free (adottato solo dal 49% dei Comuni non capoluogo che compongono il campione intervistato), dei Criteri Sociali applicati (il 30% dei Comuni) e del Gender Procurement (42% dei Comuni).

La centralità delle persone per la crescita e la ripresa del Paese è ancora più evidente negli ultimi due settori trattati nel rapporto: sanità e scuola.

Nella sanità è forte, fortissimo anzi, il processo di impoverimento del proprio capitale umano. Riprendendo i dati del capitolo, il fenomeno più evidente è il rapido invecchiamento del corpo medico e infermieristico. In Italia negli ultimi due decenni la quota di medici di età superiore ai 55 anni è passata da circa il 20% (anno 2000) a circa il 56% nel 2019; è l’esempio più eclatante in ambito europeo. Inoltre, nel 2019 circa 20% di tutti i medici in Italia ha un’età pari a 65 anni e oltre. Mentre il basso numero di infermieri (6,3 infermieri ogni 1.000 abitanti, dato sotto la media UE-27) si accompagna ad un basso numero di studenti che ogni anno si laureano in questa disciplina: nel 2020 meno di 17 per 100.000 abitanti, a fronte di oltre 40 per 100.000 in Danimarca, Svezia e Germania. A questo si aggiunge la fuga all’estero dei giovani professionisti sanitari. Secondo la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, sono 1.000 ogni anno i medici che scelgono di andarsene. Dati preoccupanti in assoluto, che diventano allarmanti se riferiti alla dimensione territoriale: in particolare, nel 2020 Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto da sole quotano il 94,1% del totale della mobilità attiva. In tale contesto è difficile parlare di equità di accesso alle cure, nel tempo ci saranno Regioni sempre più virtuose e altre sempre meno, in un’amplificazione a scala delle diseguaglianze in cui le fasce meno abbienti occupano il gradino più basso. A fronte di questo grave problema strutturale il 2023 ci restituisce un settore, grazie soprattutto agli obiettivi e alle risorse del PNRR, in grande trasformazione con cantieri aperti nei diversi ambiti: la territorializzazione degli interventi di assistenza sanitaria (Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedali di Comunità); l’innovazione, la ricerca e la digitalizzazione del settore (il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, l’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero); la formazione necessaria. È evidente che l’esito di questi cantieri nei prossimi mesi determinerà o meno il recupero di un settore attualmente in grande crisi.

Considerazioni simili valgono per l’altro settore strategico per il Paese, ovvero la scuola. Come scriviamo nel testo del capitolo, anche qui la creazione di valore non può più dipendere soltanto dall’impegno e dalla buona volontà dei singoli (pur fondamentale, come è stato ad esempio nel momento più critico della risposta alla pandemia), ma da requisiti di sistema che investono l’organizzazione nel suo complesso. Un settore strutturalmente in crisi che deve necessariamente sfruttare al meglio le opportunità che gli sono offerte dalle risorse di cui improvvisamente dispone. Guardiamo alcuni numeri estraendoli dal Rapporto OCSE “Education at a glance 2023”: in Italia il 22% dei giovani, più di 1 su 5, non ha il diploma di istruzione secondaria superiore (contro il 14% nell’area OCSE); la spesa in istruzione è ancora troppo bassa (il 4,2% del PIL contro il 5,1% della media OCSE); la professione del docente è poco attrattiva, anche per via degli stipendi (se guardiamo per esempio al potere d’acquisto per gli stipendi degli insegnanti della scuola secondaria superiore, tra il 2015 e il 2022 questo risulta diminuito di 4 punti percentuali). Si riscontra, inoltre, una forte disparità tra Regioni e uno svantaggio molto accentuato nel Mezzogiorno. In Sicilia l’abbandono scolastico si attesta al 21,1%, in Puglia al 17,6%, in Campania al 16,4% e in Calabria al 14%. C’è poi anche la dispersione scolastica implicita, determinata dal mancato raggiungimento di competenze adeguate pur a fronte del conseguimento di un determinato titolo di studio. La lettura congiunta dei dati sulla dispersione scolastica classicamente intesa (12,7%) e su quella implicita (9,5%) mostra che, a livello nazionale, la popolazione studentesca che si trova in condizione di fragilità degli apprendimenti si attesta a oltre il 20%, cioè un giovane su 5. A fronte di questa ‘emergenza’ il 2023 avrebbe dovuto essere quindi l’anno della messa a terra dei progetti. In realtà, come già appariva evidente dalle prime proroghe concesse a fine 2022, ci sono diversi segnali che mostrano le difficoltà incontrate in questo passaggio e i ritardi accumulati nel momento in cui si è trattato di fare il salto dall’assegnazione dei fondi alla realizzazione (presentazione dei progetti esecutivi in modo conforme, quindi rispettando specifiche istruzioni operative, aggiudicazione delle forniture e dei servizi). Proprio per provare a risolvere alcune criticità strutturali dell’amministrazione scolastica, il 2023 appena concluso ha salutato un Piano di semplificazione per la Scuola articolato in 20 punti, che vede nel digitale lo strumento fondamentale per offrire migliori servizi alle famiglie e per sostenere la revisione dei processi interni, velocizzando le procedure e alleggerendo gli oneri legati ad adempimenti amministrativi che spesso le scuole non riescono a gestire, perché non hanno personale sufficiente o sufficientemente formato. Non solo, tra le misure previste dal Piano c’è anche l’accompagnamento al PNRR, assistenza dedicata alle scuole sia online che sul territorio, attraverso le azioni delle equipe formative territoriali, per la realizzazione delle misure del “PNRR Istruzione”, con l’obiettivo di: garantire la completa adesione delle scuole e raggiungere milestone e target; valorizzare gli investimenti in formazione, processi e tecnologia, come leva per il miglioramento delle attività formative; semplificare le attività amministrative e gestionali in capo alle segreterie scolastiche.

Una PA, complessivamente, che continua a reagire sempre più consapevole del ruolo centrale finalmente riconquistato anche in termini di opinione pubblica. Da un sondaggio, rappresentativo della popolazione italiana, che abbiamo realizzato lo scorso dicembre, viene confermato con chiarezza il cambio di passo: il 58% degli italiani dichiara di avere (molto o abbastanza) fiducia nella PA italiana sulla base della propria esperienza diretta degli ultimi mesi. Se rapportiamo questi risultati alle classi di età degli intervistati emerge l’importante conferma: hanno fiducia nella PA il 63% di coloro che hanno tra 18 e 34 anni, il 63% nella fascia di età 35-54 anni e il 51% degli oltre 55. Risultati che confermano quanto già emerso in una nostra simile indagine dello scorso anno e che evidenziano un rinnovato di interesse da parte dei giovani, non legato esclusivamente allo stereotipo del posto fisso. [n.d.r. I dati aggiornati su questo tema sono stati diffusi in occasione della presentazione dell’Annual Report 2023].

In sintesi, il 2023 rappresenta un importante progresso che però non ci deve far dimenticare che le debolezze da superare sono ancora tante. Riprendendo la metafora della navigazione che abbiamo sviluppato nel capitolo dedicato al digitale, ma che è estendibile ai processi che riguardano la PA nel suo complesso, la nostra impressione è che la PA abbia trascorso un anno “navigando di bolina”. La bolina è quella particolare andatura che, mantenendo un certo angolo e sfruttando le forze aerodinamiche che si generano sulle vele, consente all’imbarcazione di “risalire il vento”, o in altri termini, di viaggiare controvento. Contrariamente a quanto si immagini, in determinate condizioni di vento la barca a vela può raggiungere velocità maggiori viaggiando di bolina invece che di poppa (ovvero con vento a favore), ma per arrivare alla meta di bolina è necessario sfruttare un andamento che ti costringe a fare più miglia, ad allungare il percorso.

E allora, questa volta guardando avanti e lasciandoci alle spalle l’anno appena trascorso, come possiamo migliorare la navigazione? Al di là dei miglioramenti incrementali (procedure concorsi, digitalizzazione, formazione) abbiamo bisogno di tre grosse discontinuità.

La prima discontinuità è abbastanza semplice, anche se presuppone un difficile cambiamento culturale. È urgente supportare questo inedito interesse nei confronti della PA, confortato anche dai dati dei sondaggi, intervenendo su quella narrazione che racconta le pubbliche amministrazioni esclusivamente in modalità ‘grigia’, fatte di insuccessi e sprechi e che rischia di tenere lontano coloro hanno l’ambizione di avere esperienze professionali qualificanti. Noi ci proviamo da anni. Proviamo a fare emergere, partendo dalle cose fatte, un altro racconto, a colori questa volta, in cui i protagonisti sono le persone e i loro progetti. Concreti, reali. Lo facciamo con il nostro lavoro quotidiano, da 34 anni con la Manifestazione FORUM PA e con iniziative particolari come la pubblicazione dell’Annuario degli Innovatori. E lo facciamo anche con i nostri Reportage, come lo Speciale PON GOV Cronicità. Un Reportage che ci ha portato ad attraversare, nel corso del 2023, l’Italia da Trento a Ragusa (la citazione non è solo geografica, perché proprio queste due città sono state protagoniste di un importante progetto comune), scoprendo tanti progetti innovativi. Ma il tema è: riusciamo ad andare oltre il concetto di leader eroe che trascina dietro di sé il resto del territorio? Riusciamo a fare a meno della generosità e del sacrifico di chi è in prima fila? Riusciamo a far sì che l’eccezione diventi la regola? Il senso dei nostri Reportage, e della nostra comunicazione più in generale, è proprio questo: partire dalle persone per andare oltre e far sì che le diverse soluzioni adottate diventino patrimonio comune, diventino, appunto, regola. La PA che ci immaginiamo è la PA che abilita queste esperienze, è la PA che le favorisce, è la PA che le condivide e le fa diventare progetto comune. Una PA coraggiosa, una PA che sa accogliere anche il pensiero divergente e creativo per creare valore nei confronti di cittadini e di imprese.

A questo proposito, la seconda forte discontinuità riguarda la struttura organizzativa. Si parla spesso, in questo periodo, di giovani talenti da assumere nella PA per rafforzarne la capacità operativa. Ma siamo sicuri che le nostre PA siano in grado di accogliere e di valorizzare queste nuove energie vitali? O, peggio, siamo sicuri che la maggior parte dei dirigenti, dei politici vogliano vicino persone che si comportino in modo intelligente? Non ha senso assumere persone di valore e poi dare loro semplicemente degli ordini. Anche perché si rischia di trasformare i talenti in esecutori distaccati e non più interessati agli obiettivi condivisi. Quante volte abbiamo preferito non parlare, non esprimere la nostra opinione? E, come manager, quante volte è accaduto di non ricevere feedback propulsivi, di rimanere delusi dall’atteggiamento poco propositivo dei nostri dipendenti, magari nel corso dell’ennesima riunione che noi stessi abbiamo organizzato?

La diffusa propensione a nascondersi, a non intervenire è conseguenza di quella che Amy Edmondson nel suo libro “Organizzazioni senza paura” descrive come la paura di assumersi un rischio relazionale[1]. Ancora troppo spesso, invece di formulare domande, le persone si riducono a ubbidire ai comandi, a seguire le procedure e a fare le cose che gli vengono richieste. Là dove non prevale la “sicurezza psicologica” il rischio è di ridurre la creatività, la propensione al cambiamento. Ma, aggiunge la Edmondson, assumere individui di talento non basta più: devono essere anche individui in grado di lavorare con gli altri in un ambiente organizzativo che permette di condividere un’idea potenzialmente sensibile, problematica o sbagliata. Un ambiente psicologicamente sicuro. Tornando al momento attuale, all’importante ruolo che le PA devono svolgere per la ripresa del Paese, è ormai evidente che a fronte della crisi sempre più complesse ce la possiamo fare solo tutti insieme. Ripartire dalle persone, come non ci stancheremo mai di ripetere, ma anche adottare nuovi modelli organizzativi basati sull’ascolto interno ed esterno alle organizzazioni. Alla fine di questa riflessione, che ovviamente rimane aperta a integrazioni, ritorna il dubbio iniziale. Siamo sicuri che questo sia un Paese per giovani? Che le aziende e le amministrazioni vedano nelle nuove generazioni, e nelle persone con più talento, un’opportunità per rinnovare completamente i propri modelli organizzativi, per renderli contaminati dal pensiero critico e creativo? Che ci siano leader capaci di delegare e rinunciare alla loro ingombrante presenza? A mettere in discussione la loro verità?

Una nuova cultura organizzativa è ancora più necessaria se si prende in considerazione il cambiamento che potrà essere indotto dalla tecnologia e dagli algoritmi di intelligenza artificiale. Una PA gerarchica e burocratica, impostata sulle procedure, è una PA che rischia di perdere senso a favore dell’efficacia degli algoritmi. La terza discontinuità, quindi, discende dalla sfida tecnologica che è ipotizzabile abbia una forza d’urto superiore a quella che ha avuto la diffusione di internet sulle organizzazioni pubbliche e private. L’anno si è concluso con un importante atto normativo da parte dell’Unione europea, l’AI Act, salutato dalla stessa Ursula von der Leyen in questo modo: «La legge europea sull’intelligenza artificiale è una novità mondiale. Un quadro giuridico unico per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale di cui ci si può fidare. E per la sicurezza e i diritti fondamentali delle persone e delle imprese. Un impegno che abbiamo assunto nei nostri orientamenti politici e che abbiamo mantenuto». Una gestione efficace e consapevole dell’IA può sostenere, nel contesto della PA, una forte accelerazione di razionalizzazione dei processi in corso in merito ai servizi digitali, alla gestione ed elaborazione delle informazioni e dei dati, ai processi decisionali.

Per far sì che queste discontinuità accadano e si realizzino c’è bisogno di coraggio e determinazione, di guardare avanti, di avere nostalgia del futuro che ci aspetta. La posta in gioco è troppo alta per non provarci.


[1] Amy C. Edmondson, Organizzazioni senza paura. Creare sicurezza psicologica sul lavoro per imparare, innovare e crescere, FrancoAngeli, 2020.

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