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Patto della Salute, la cornice per mettere a sistema le nostre risorse migliori

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Poste le condizioni per stabilire le sinergie più efficaci tra professionisti e livelli istituzionali, per conoscere, gestire e risolvere i problemi emergenti che derivano dall’impatto con le nuove tecnologie. In questo senso, il Patto per la Sanità Digitale traccia il disegno per ricomprendere tali percorsi. Sarebbe però auspicabile che presso la cabina di regia del NSIS e, comunque, nei tavoli tecnici a questa collegati, siano ascoltate le voci dei medici

23 Luglio 2016

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Paolo Misericordia, Responsabile Area ICT di FIMMG

In questi giorni è stato pubblicato il Patto per la Salute Digitale che, per come è definito all’art. 1 dello stesso documento, rappresenta “… il piano strategico unitario e condiviso per il conseguimento degli obiettivi di efficienza, trasparenza e sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, attraverso l’impiego sistematico dell’innovazione digitale in sanità”.

Vengono delineate la composizione e le modalità di funzionamento del Nuovo Sistema Informativo Sanitario Nazionale (NSIS), indicando, all’art. 3, “la clausola di invarianza finanziaria” che garantisce l’assenza di nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. E se questo crea le premesse indispensabili per il varo agevole del Patto, mette però in evidenza la fragilità istitutiva di un progetto ambizioso in cui l’innovazione tecnologica dovrebbe, a questo punto, trovare non facili meccanismi e modalità di “autosostentamento”.

L’attenzione alla spesa, l’aspetto dell’efficienza, quello della misurabilità dell’efficacia dei progetti costituiscono i driver fondamentali del Patto: rappresentano peraltro, in assoluto, obiettivi condivisibili per qualsiasi processo evolutivo dei sistemi complessi. A volte, e sta accadendo spesso nella storia recente dei nostri sistemi, questi obiettivi costituiscono, però, limiti mal valicabili da tanti livelli amministrativi: questi ultimi, in altri termini, mostrano spesso difficoltà nell’intraprendere strategie di investimento perché intimoriti da possibili conseguenze anche giuridiche, disorientati dagli eccessi di garanzie che devono raccogliere, frastornati da normative soggette a prospettive di interpretazione a volte conflittuali. Il rischio che troppe volte si realizza è quello di non procedere, di fermarsi, di mettere in atto vere e proprie strategie inerziali, tanto da configurare atteggiamenti di “amministrazione difensiva”.

Il Patto auspica che si determinino delle soluzioni di partenariato pubblico-privato per la creazione di progetti sperimentali; le progettualità, sottoposte a valutazioni di processo e di esito, confluiranno in un archivio pubblico, da dove saranno monitorate dalla cabina di regia del NSIS, e sulla base del quale, questo stesso organismo, provvederà a definire un Master Plan triennale tenendo conto delle priorità assistenziali, delle coperture finanziarie, delle aspettative dei cittadini.

Si tratta indubbiamente di un passaggio importante nella storia della digitalizzazione applicata alla sanità del nostro Paese: viene creata la cornice all’interno della quale realizzare e fare crescere iniziative di questo tipo.

Appare interessante la possibilità di fare emergere esperienze che nascono in periferia, anche sul territorio, magari gestite e curate dalla sensibilità dei professionisti; sembrerebbe infatti che viene presa in considerazione dal Patto, l’ipotesi di favorire lo sviluppo e la crescita di iniziative secondo una logica “bottom-up”, che poi possano essere riprese, magari adeguate e rese organiche all’intero Sistema. Utilizzare esperienze già consolidate offre diverse opportunità: è possibile affrontare e risolvere problemi tecnici e relazionali che si verificano “sul campo”, ma anche offrire, ad esempio, soluzioni innovative rispetto alle questioni della “privacy”. I servizi destinati alla continuità assistenziale sul territorio, e quelli tra territorio ed ospedale, in parte ma non esclusivamente riconducibili al FSE, implementati in alcune iniziative nazionali nell’ambito della medicina generale, hanno già fornito preziose informazioni (e permesso di proporre le soluzioni informatiche più adeguate) per affrontare i problemi della condivisione dei dati sanitari nelle Aggregazioni Funzionali Territoriali. Si tratta in questo caso di gruppi di 20-25 medici di medicina generale che condividono i dati sanitari dei propri pazienti per garantire la continuità dell’assistenza nell’intero arco della giornata.

Possono verificarsi, cioè, le condizioni migliori, su esperienze pilota, per stabilire le sinergie più efficaci tra professionisti e livelli istituzionali, per conoscere, gestire e risolvere i problemi emergenti che derivano dall’impatto con le nuove tecnologie. In questo senso, il Patto per la Sanità Digitale traccia il disegno per ricomprendere tali percorsi.

Sarebbe auspicabile che presso la cabina di regia del NSIS e, comunque, nei tavoli tecnici a questa collegati, siano ascoltate le voci dei medici: sono i professionisti certamente più coinvolti nei processi assistenziali, che, utilizzando i vantaggi informativi ed operativi che l’ICT mette a loro disposizione, saranno tenuti ad erogare prestazioni più efficienti ed efficaci. Perché questo avvenga è necessario che i progetti siano costruiti sulla base delle indicazioni degli stessi medici, che essi siano coinvolti nell’ideazione e realizzazione delle iniziative. Il sistema non può permettersi di impegnare risorse per programmi che non trovano il riscontro e l’interesse dei professionisti della salute, con il rischio addirittura che vengano da questi poco utilizzati.

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