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I nostri ragazzi non respirano innovazione. Alla ricerca di un piano visionario per l’Italia

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L’innovazione è una competizione globale e – come nello sport – occorre puntare sui “vivai” per crescere e sperare di vincere. Far appassionare i giovani, far respirare l’atmosfera della buona competizione, cerare un ambiente favorevole, sia in termini culturali che sociali, attrarre i talenti internazionali, facilitare i migliori… Tutte cose che il nostro paese non sta facendo o sta facendo male. Una bella riflessione di Roberto Cingolani, proposta all’ultima Giornata Nazionale dell’Innovazione, riassume bene quali sono i vizi di forma del sistema italiano e lancia alcuni propositi interessanti.

19 Giugno 2012

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Tiziano Marelli

Articolo FPA

L’innovazione è una competizione globale e – come nello sport – occorre puntare sui “vivai” per crescere e sperare di vincere. Far appassionare i giovani, far respirare l’atmosfera della buona competizione, cerare un ambiente favorevole, sia in termini culturali che sociali, attrarre i talenti internazionali, facilitare i migliori… Tutte cose che il nostro paese non sta facendo o sta facendo male. Una bella riflessione di Roberto Cingolani, proposta all’ultima Giornata Nazionale dell’Innovazione, riassume bene quali sono i vizi di forma del sistema italiano e lancia alcuni propositi interessanti.

Fra i tanti interventi di grande interesse che si sono susseguiti – lo scorso martedì 12 giugno – nel corso della Giornata Nazionale dell’Innovazione, organizzata dall’Agenzia dell’Innovazione – e dedicata al tema “L’Italia che corre” – particolare attenzione ha riscosso quello tenuto da  Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, un momento d’incontro che invitiamo ad ascoltare e vedere in versione integrale e che lui stesso ha voluto definire “una testimonianza da parte di una persona di trincea impegnata nella ricerca”.

Il primo argomento affrontato da Cingolani è stato quello molto spesso trattato (soprattutto di questi tempi) della fuga dei nostri cervelli all’estero, in buona parte futuri professionisti di grande importanza scientifica e di settore. Un fenomeno che non sempre è opportuno censurare tout court, perché, se questi nostri giovani talenti fuggono, “vuol dire che si tratta di soggetti appetibili”, quindi significa anche che “sono senz’altro preparati”, e se ne può anche dedurre quanto il nostro livello di ottima formazione sia evidente.

Paragonando il settore della ricerca nazionale ad una macchina di Formula Uno costretta da una situazione nazionale ormai annosa e cristallizzata a correre su una strada sterrata piuttosto che sull’asfalto, Cingolani ha voluto sottolineare come sia importante cominciare a discutere al più presto mantenendo “una certa distanza dalle ideologie quando si parla di innovazione e di sviluppo”, associando idealmente l’intero comparto ad una immaginifica competizione sportiva, che nulla ha a che fare con le regole della vita di tutti i giorni, “non esattamente qualcosa dove si esplicita la ‘democrazia’, ma piuttosto un posto dove si sprigionano performance e dove vige il principio di responsabilità: se io ‘faccio’ vinco”.  Un ambito, quindi, che va letto e gestito in maniera diversa da quasi tutti gli altri che riguardano il sociale”, e il primo punto del quale occorre tener conto è il concetto di “people first”, cioè l’innovazione intesa come patrimonio degli esseri umani.

Un percorso difficile, che deve cominciare dall’età scolare, e che è concetto assolutamente compreso e del tutto già ampiamente assimilato da altri popoli – il relatore ha citato a tal proposito cinesi, giapponesi, coreani e anche finlandesi – che su questo argomento lungimirante si rivelano parecchio all’avanguardia rispetto a noi, tanto che dovrebbe esserci chiaro come l’innovazione si crea fin da piccoli anche attraverso la televisione, a partire dallo studio “di palinsesti televisivi opportuni”. A questo proposito noi abbiamo già accumulato un gap considerevole – i nostri ragazzi, è l’affermazione, non “respirano innovazione” – che, grazie alla velocità con la quale “corre tutto ciò che innova”, rischia di trasformarsi in un ritardo incolmabile e che, anche se si dovesse verificare da parte nostra una ripresa del tempo perduto prossima ventura, “non potremo ormai più coglierne i giusti benefici nel breve periodo”.
In ogni caso, si tratterebbe di una – ancora possibile – “azione di recupero” che se deve partire “lo deve fare fin da adesso, perché stiamo parlando dei nostri ragazzi, dei nostri figli”, soggetti che vivono in un Paese che vanta il più alto numero di telefonini pro capite, ma che è anche fra quelli che si scambia il più basso numero di kilobyte”. Il cellulare, in sostanza, è usato praticamente solo per telefonare, e non anche per tutte le altre funzioni “innovative” che ormai questo oggetto in sé detiene,  e quella che quindi ne  esce è l’evidenza di un suo sotto-utilizzo: non solo lo usiamo male, ma non ne cogliamo in pieno gli aspetti innovativi che insieme a questo semplice oggetto sono oggi ampiamente connessi.

Lo studio dell’innovazione

Quindi l’innovazione – ha continuato Cingolani – non è e non deve essere una moda, ma piuttosto uno “studio”, e se invece facessimo intendere ai nostri giovani quale livello di tecnologia è nascosto dietro ad uno dei nostri oggetti attualmente d’uso più comune, cominceremmo (“e dobbiamo farlo”, al più presto) ad “inoculare in piccole dosi il veleno dell’innovazione a loro sin da piccoli”, contribuendo così a far crescere (appunto) dei piccoli people first, passaggio che è da ritenersi fondamentale” per l’eccellenza nella nostra epoca, e che può rendere del tutto “attrattiva la carriera dei ricercatori”, e di conseguenza anche innalzarla “il più possibile al livello degli standard internazionali”. Al di là del valore legale di un titolo quello che più importa, infatti, è ciò che consegue al suo raggiungimento, tanto che per questo tipo di attestato, nel particolare, devono valere “standard di valutazione internazionali”: modelli che devono fungere anche da attrattiva per chi dall’estero vuole invece venire a “fare ricerca” in Italia.

E qui entra in gioco la polemica sullo studio dei libri di testo in inglese (a seguito di un’iniziativa del Politecnico di Milano), che secondo Cingolani è da ritenersi “strumentale”, vista l’importanza che ricopre la conoscenza di questa lingua da considerare ormai universale, e che la diffusione di corsi del genere può favorire l’attrazione di studenti stranieri nel nostro Paese, un aspetto determinante al tal punto da poter addirittura “bilanciare il flusso di chi entra in Italia rispetto a chi esce, perché la fuga dei cervelli non è un male in assoluto se viene compensato da un loro flusso entrante e contrario”.

Tempi certi della burocrazia e partecipazione

Altro problema sentito nell’ambito dello sviluppo e della ricerca è quello della burocrazia, che secondo Cingolani “può anche rivelarsi una garanzia per il cittadino”, ma che altrove, all’estero, riesce a garantire “certezza dei tempi, mentre da noi questo non avviene, e il tutto si trasforma in un problema di tempo e di denaro spesso che questo comporta”. L’deale, di conseguenza, sarebbe quello “di poter disporre di tempi certi con i quali lavorare, soprattutto nel comparto della ricerca, dove la gara si fa anche sul tempo”, visto che “arrivare secondi quando si innova serve a poco, perché chi è primo fa poi  quello che vuole”. Quindi, in Italia, “è da migliorare l’impianto burocratico” perché questo, nel complesso, “aiuta il cittadino” e, rispetto alla ricerca, risulta addirittura elemento fondamentale per raggiungere risultati positivi in tempi chiaramente determinati.

Arrivando poi a toccare l’argomento delle infrastruttrure, Cingolani ha affermato che il vero potere tecnologico si detiene proprio grazie e attraverso il loro possibile e corretto utilizzo, e un aspetto importantissimo per un Paese come il nostro è quello di mantenere un forte controllo della tecnologia hard. In questa direzione abbiamo finora compiuto molti errori, ma non vantiamo un ritardo incolmabile, e di conseguenza bisogna sviluppare la nostra capacità di aggregazione perché “la nostra sociologia dell’individualismo (che tanto ci contraddistinge, ndr) è un aspetto deleterio”. In poche parole, “occorre ‘percepire’ l’area della partecipazione” e muoversi di conseguenza, anche qui senza frapporre troppi e ulteriori ritardi rispetto a quanti ne abbiamo già accumulati finora.

Secondo il direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, il termini di strategia dobbiamo tenere ben presente che “un Paese come il nostro – connotato da ambizioni culturali e tecnologiche molto alte, e da una tradizione indicibile e grandissima – dovrebbe permettersi il lusso di studiare un piano di visione di lungo termine, qualcosa che vada  molto più in là del semplice piano pluriennale della ricerca, un piano invece più ‘visionario’ capace di tracciare linee di intervento nell’ordine dei prossimi venti-trent’anni”, quindi nel medio e lungo periodo. Per farlo, ha concluso Cingolani, “non  occorre impegnare soldi, ma piuttosto fare un esame di coscienza e pensare come gestire e finanziare la crescita di un settore come il nostro”. Forse non siamo ancora pronti per agire in tal senso, ma questo sarebbe un modello capace di funzionare, visto che e è così in molti Paesi, e quindi può succedere anche da noi, e ci si può riflettere.

La riflessione, sì: dopo interventi come questo, per fortuna, può capitare di indugiarci a lungo.

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