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Il buco e la foca

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Sì, lo confesso, l’immagine pulita di un buco nel ghiaccio, intorno a cui stiamo tutti aspettando che emerga la mitica “ripresa” mi piace assai di più del famoso tunnel con una luce in fondo, che poi non sai mai se è l’uscita o un treno che ci viene addosso! Il punto è che, per quanto posso vedere, stiamo tutti aspettando infreddoliti che la foca esca di nuovo dallo stesso buco in cui si è inabissata. Ecco io credo che non sarà quello il buco da cui riuscirà e che con grande probabilità neanche sarà la stessa foca. Fuor di metafora già tre anni fa in un editoriale dal titolo “La crisi e poi?” citando Rampini incitavo a non sprecare la crisi, ma ad operarci per cambiamenti sostanziali non tanto e non solo nei processi e nei contesti (un po’ di liberalizzazioni, una spruzzata di incentivi, un goccio di semplificazione, un bicchierino di ricostituente alle nuove imprese), quanto nel nostro stesso immaginare il futuro e quindi nelle scelte strategiche di fondo. Molta acqua è passata sotto i ponti, ma ancora non vedo quella svolta che potrebbe aiutarci a non congelarci in un’attesa forse vana.

25 Settembre 2012

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

Sì, lo confesso, l’immagine pulita di un buco nel ghiaccio, intorno a cui stiamo tutti aspettando che emerga la mitica “ripresa” mi piace assai di più del famoso tunnel con una luce in fondo, che poi non sai mai se è l’uscita o un treno che ci viene addosso!

Il punto è che, per quanto posso vedere, stiamo tutti aspettando infreddoliti che la foca esca di nuovo dallo stesso buco in cui si è inabissata. Ecco io credo che non sarà quello il buco da cui riuscirà e che con grande probabilità neanche sarà la stessa foca.

Fuor di metafora già tre anni fa in un editoriale dal titolo “La crisi e poi?” citando Rampini incitavo a non sprecare la crisi, ma ad operarci per cambiamenti sostanziali non tanto e non solo nei processi e nei contesti (un po’ di liberalizzazioni, una spruzzata di incentivi, un goccio di semplificazione, un bicchierino di ricostituente alle nuove imprese), quanto nel nostro stesso immaginare il futuro e quindi nelle scelte strategiche di fondo.

Molta acqua è passata sotto i ponti, ma ancora non vedo quella svolta che potrebbe aiutarci a non congelarci in un’attesa forse vana.

Per spiegarmi faccio qualche esempio, per ciascuno anche un link per approfondire:

1.      E se la foca non fosse l’automobile? Non c’è dubbio che le sorti della FIAT in Italia, con i suoi oltre 80.000 dipendenti diretti più l’indotto, è fonte di gravi preoccupazioni per la tenuta del Paese. Ma se invece di rincorrere l’auto ci occupassimo di accrescere il peso dell’economia digitale sul PIL (da noi è meno del 2%, in UK è quasi l’8%)? Le ricette non sono banali e con gli sforzi per l’Agenda digitale forse qualche timido passo avanti si sta facendo, ma ancora non siamo riusciti a ribaltare il paradigma e scuola, ricerca e innovazione restano al palo. Per chi avrà voglia di leggerla, vi propongo una mia breve analisi di quel che sta succedendo: ahimè non siamo solo agli ultimi posti in tutti gli indici per l’economia di Internet, ma stiamo scivolando sempre più giù. Ma questa situazione non è senza un perché e scovare il colpevole non è così difficile se leggiamo i numeri. 

2.      E se la new economy non vivesse nei garage? Certo è importantissimo creare le condizioni per la nascita di piccole start-up innovative, ma il problema delle imprese italiane è che non spendono in ricerca e innovazione e non lo fanno per la maggior parte perché sono troppo piccole, troppo legate alla figura tradizionale dell’imprenditore solitario, troppo svincolate dai mercati mondiali raggiungibili via Internet. Forse quindi l’impegno maggiore lo metterei nell’aiutare le aziende a crescere e a capitalizzarsi: la maggior parte delle innovazioni e dei brevetti nel mondo nascono dalla ricerca di aziende che innovano prodotti (e anche processi) nella cosiddetta old economy, che è old solo se non innova. Leggetevi questo post di Alfonso Fuggetta e magari date un’occhiata a come le imprese tedesche rispondono alla concorrenza dei Paesi a basso costo di mano d’opera. 

3.      E se le città invece di essere il problema fossero la soluzione? Crogiolo di problemi e di contraddizioni le nostre città, dove pure viviamo in grande maggioranza, costituiscono la nostra croce, ma anche l’ambiente in cui incontriamo il mondo e la sua feconda diversità. Da lì può arrivare la ripresa, dall’economia delle comunità intelligenti (come le chiama il decreto Digitalia che spero proprio veda la luce venerdì prossimo). Ma non sempre e non comunque. Solo se sapremo immaginare le nostre città con una visione che, pur nella coscienza della nostra storia, sappia vedere il nuovo nelle tecnologie, nella sostenibilità, nei nuovi servizi, ma molto più nella partecipazione, nella tolleranza, nella coesione sociale e l’inclusione, nello sviluppo della creatività. Solo in questo senso una città può esser smart, non se compra qualche gadget di ultima generazione. Con questo spirito apriamo tra un mese Smart City Exhibition a Bologna, non per fare solo una vetrina di prodotti, che pure servono, ma per immaginare insieme un futuro per le persone, per le aziende, per le diverse comunità che la città ospita. 

4.      E se il merito divenisse la norma invece che l’eccezione? Sparare sul Consiglio regionale del Lazio non è solo facile, ma è anche un po’ necrofilo: quel che personalmente mi colpisce non sono le bricconate di qualche personaggio da operetta (l’immagine come sapete non è mia), ma che queste persone, proprio queste che abbiamo visto all’opera, sono state scelte da qualcuno, inserite in un elenco, approvate da organi superiori di partito e poi, solo dopo, messe in un ruolo che non erano certo in grado di sostenere. E’ solo un macroscopico sintomo di una malattia sempre più grave: la totale assenza della valutazione del merito in qualsiasi scelta pubblica (ma a volte anche privata) di persone e ruoli. Ho letto con grande interesse, anche se non concordo su tutto, il libro di Abravanel e D’Agnese “Italia, cresci o esci!”. Credo che metta bene in luce il nesso tra una possibile ripresa e la necessità di ripensare completamente i criteri di selezione e di rimettere in moto un ascensore sociale che ora è del tutto fermo.
In questo senso le rigidità che l’articolo di Bonaretti della scorsa settimana lamentava sono l’esatto contrario di quel che ci serve. Dobbiamo invece avere il coraggio di “investire sui valori e le competenze delle persone”.
 

5.     E se le donne ci aiutassero a cambiare punto di vista?  La crisi fa male a tutti, ma alle donne un po’ di più. Possiamo pensare di far loro un po’ più di posto nelle decisioni strategiche, ossia nei posti chiave, economici e politici del Paese? Se, come io credo, il nuovo sviluppo (la foca che aspettiamo) dovrà essere basato sui beni relazionali, sulla qualità della vita, sulla qualità di un nuovo stato sociale che, senza buttare a mare diritti di civiltà, sappia ripensarsi, allora non sarebbe il caso di chiedere alla componente femminile della società un lume sulla strada da prendere. In fondo l’approccio maschile allo sviluppo l’abbiamo già visto e non mi pare abbia funzionato molto e soprattutto non mi pare abbia funzionato per tutti e per tutte.

Solo cinque esempi, cinque tasselli di un mosaico che potrebbe far comparire l’immagine di una ripresa diversa, di una ripresa che, appunto, non abbia sprecato la crisi.

Ottimista? Non proprio. 

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