A Milano non c’è “di mezzo il mare” e gli immobili sequestrati alla mafia vanno – in tutta fretta – a chi si occupa del sociale

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Bella e concreta iniziativa dell’amministrazione comunale meneghina che, senza frapporre troppo tempo fra le decisioni doverose da prendere e il farlo in tempi brevi, ha dato una lezione di velocità legale ed etica in un colpo solo. Un’operazione da considerarsi assolutamente in linea con la lotta dura alla mafia, portata velocemente a buon fine e che può anche fare da ottima cartina da tornasole, semmai a qualche altra amministrazione venisse in mente di muoversi tempestivamente e nello stesso modo: “agire” si può, e se si vuole si può fare anche in fretta.

12 Giugno 2012

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Tiziano Marelli

Articolo FPA

Bella e concreta iniziativa dell’amministrazione comunale meneghina che, senza frapporre troppo tempo fra le decisioni doverose da prendere e il farlo in tempi brevi, ha dato una lezione di velocità legale ed etica in un colpo solo. Un’operazione da considerarsi assolutamente in linea con la lotta dura alla mafia, portata velocemente a buon fine e che può anche fare da ottima cartina da tornasole, semmai a qualche altra amministrazione venisse in mente di muoversi tempestivamente e nello stesso modo: “agire” si può, e se si vuole si può fare anche in fretta.

Con la premessa che la decisione in questione è da ritenersi adottata seguendo le “Nuove linee di indirizzo per l’assegnazione in concessione d’uso a titolo gratuito e per finalità sociali degli immobili confiscati alla mafia e trasferiti al patrimonio del Comune”, la Giunta di Milano ha distribuito, nei giorni scorsi, ottantacinque unità di diverso tipo ad altrettante strutture cittadine impegnate nel sociale, a diverso livello. I criteri di assegnazione determinati “alle luce dalle nuove disposizioni normative e dell’esperienza maturata nella gestione dei beni immobili” hanno voluto ribadire “la necessità di far nascere nelle strutture messe a disposizione del Comune attività sociali al servizio del territorio, che costituiscano un’opportunità di sviluppo e di lavoro per la città, promuovendo la cultura della legalità”.

Per poter utilizzare i beni confiscati alle organizzazioni malavitose presenti sul territorio milanese deve comunque essere garantita la possibilità di avvicendamento degli enti rispetto al loro godimento – per ogni singola unità è stata fissata una data di scadenza, eventualmente rinnovabile – oltre al dovere di ottemperare una serie di incombenze burocratiche e a dimostrazione dell’effettivo uso della destinazione concordata (azioni doverose, che permettono in maniera semplice il controllo del buon fine dell’operazione).

Nell’elenco degli spazi sottratti alla mafia (se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, l’episodio nel suo complesso evidenzia come meglio non si poteva che al nord questo bubbone esiste, eccome!) visibile sul sito del Comune sono compresi appartamenti e box (la maggioranza), ma anche villette a schiera, locali commerciali di diversa grandezza, un terreno agricolo e addirittura un autosalone. Quest’ultimo è stato assegnato alla Fondazione Exodus di Don Mazzi che saprà senza dubbio ri-nobilitare lo spazio in questione al meglio, al pari di quanto senz’altro faranno tutte le altre onlus e strutture di diverso impegno civile coinvolte nell’operazione, nell’ambito di quelli che il Comune di Milano ha voluto inderogabilmente definire come “progetti sociali”: semplice ed esplicita dizione, ma assolutamente obbligatoria da sottoscrivere da parte dei “beneficiari” per potersi fare carico dell’opportunità concessa.

In pochi passaggi e momenti di discussione tutto si è risolto, e l’idea approvata e resa immediatamente esecutiva, smentendo – a velocità molto sostenuta – chi continua a sostenere la stolta e fuorviante idea che fra “il dire e il fare” ci sia troppo spesso “di mezzo il mare”. E non si dica che c’entri in qualche modo il fatto che, a Milano, il mare non c’è: sarebbe spiegazione “geografico-semplicistica” che non regge, nemmeno per scherzo.

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