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Comunità intelligenti da misurare. Arriva la statistica smart

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La promozione di comunità intelligenti, compito “istituzionalmente” affidato all’Agenzia per l’Italia Digitale dal Decreto Crescita 2.0, non può fare a meno di processi di monitoraggio e misurazione. In altre parole abbiamo bisogno di: indicatori statistici,  percorsi di raccolta, gestione, analisi e indicizzazione dei dati (open di default), sistemi e applicazioni di visualizzazione, metodologie di analisi su stato di attuazione e conseguimento degli obiettivi indicati nel "Piano nazionale delle comunità intelligenti". E, infatti, lo stesso Decreto all’art. 20 chiede all’Istat di lavorare con l’Agenzia sullo sviluppo di questi strumenti. In qualche modo anche la nostra statistica nazionale deve diventare “smart”. Se ne è parlato alla XI Conferenza Nazionale di Statistica.

28 Febbraio 2013

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Chiara Buongiovanni

La promozione di comunità intelligenti, compito “istituzionalmente” affidato all’Agenzia per l’Italia Digitale dal Decreto Crescita 2.0, non può fare a meno di processi di monitoraggio e misurazione. In altre parole abbiamo bisogno di: indicatori statistici,  percorsi di raccolta, gestione, analisi e indicizzazione dei dati (open di default), sistemi e applicazioni di visualizzazione, metodologie di analisi su stato di attuazione e conseguimento degli obiettivi indicati nel "Piano nazionale delle comunità intelligenti". E, infatti, lo stesso Decreto all’art. 20 chiede all’Istat di lavorare con l’Agenzia sullo sviluppo di questi strumenti. In qualche modo anche la nostra statistica nazionale deve diventare “smart”. Se ne è parlato alla XI Conferenza Nazionale di Statistica.

Il lavoro sulla misurazione delle comunità intelligenti è tutto davanti a noi. L’Istat, mentre si organizza per rispondere al nuovo compito assegnatogli dal Decreto Crescita 2.0 e in  fase di gestazione di quella che qualcuno ha già definito la statistica smart, ha aperto la riflessione al contributo dei “non – statistici”.

Lo scorso 21 febbraio, l’XI Conferenza Nazionale di Statistica ha ospitato il workshop Le comunità intelligenti: cosa sono e come si misurano”, condotto da Emanuele Baldacci, Istat e con la partecipazione di Gianni Dominici, Forum PA; Claudio Forghieri, Smart City Exhibition; Mario Calderini, MIUR;  Raffaele Sannicandro, Comune di Bari e Rik Bleeker, Amsterdam Economic Board.

Oltre alla definizione della smart community (che non è un “di cui” dal momento che ciò che definiamo sarà quello che misuriamo), due sono i punti principali emersi dall’incontro. Il primo riguarda la governance del processo di definizione degli indicatori statistici e dei sistemi di misurazione; il secondo il richiamo ad aspetti ed esigenze delle città italiane, non sempre coincidenti con il modello “smart city” attualmente mainstream da Bruxelles in giù.

Di quale smart community parliamo
Che la smart community sia un fatto di politiche e non di tecniche e/o accessori tecnologici lo chiarisce subito Calderini, quando ricorda che "smart city" di per sé non significa niente, che i policy maker lo hanno sempre saputo e che ciò che da contenuto al concetto sono le politiche.
Sulla stessa linea Dominici, quando spiega che la smart city è una infrastruttura socio – tecnica per la creazione di innovazione sociale e aggiunge come suo elemento costitutivo la "condivisione di modelli e obiettivi".  La condivisione è la parola chiave per Bleeker che, riferendosi al modello “Amsterdam”, usa la figura della triplice elica costituita da “industria, governo e cittadinanza” con al centro la tecnologia. L’innovazione, di matrice sociale e tecnologica, emerge chiaramente quale linfa vivificante della comunità intelligente, tanto che Forghieri individua nella capacità di "guardare avanti di venti anni e dotarsi di strumenti amministrativi per governare da qui al futuro" la caratteristica principale della smart community.
Sannicandro, riferendosi all’esperienza di Bari, introduce creatività, cultura e conoscenza quali dimensioni imprescindibili della smart city italiana.

Dunque, tutti d’accordo sul fatto che la dimensione smart:

  •   include ma non si esaurisce nella forza dirompente dell’innovazione tecnologica
  •  si realizza partendo dalla base e ha per protagonista la PA locale
  • si sviluppa attraverso partnership creative tra pubblico, privato e società civile

La programmazione economica, tra la smart community e la sua misurazione
Un punto (apparentemente dolente) che emerge è che tra la definizione di smart community e la sua misurazione ci sono i processi di  programmazione economica. Questione importante perché, come molti notano, sono le risorse finanziare che spesso orientano lo sviluppo della smart city su alcune dimensioni piuttosto che su altre.
Calderini riconosce come la programmazione europea insista su dimensioni della smart city legate ad esigenze che, per realtà come quella italiana, non sono forse le più urgenti. “Il modello di smart city sostenuto dalla Commissione Europea – dice –  è piuttosto un modello da ricca borghesia nordeuropea. In Italia forse abbiamo bisogno di altro”. "Il modello della smart city – continua – rappresenta una grande occasione di disintermediazione, ma bisogna fare attenzione a non tagliar fuori dalla programmazione dimensioni importanti, come il commercio, il turismo e la cultura".  A questo proposito Sannicandro rilancia, affermando che la programmazione economica riferita alle smart city dovrebbe venire dal basso, non da Roma tantomeno da Bruxelles. La proposta dell’Assessore all’Urbanistica del Comune di Bari è, infatti, che le città diventino interlocutori intermedi nei processi di programmazione e pianificazione economica europea.

Alla ricerca di modelli sostenibili
La sostenibilità economica è sicuramente un punto di snodo per lo sviluppo delle smart community italiane.
Calderini
riconosce che se da un lato le comunità sono decisamente intraprendenti nel far nascere “comunità intelligenti”, dall’altro esiste un problema di scarsità di risorse pubbliche, che fa presente l’urgenza di lavorare a modelli sostenibili e la necessità di individuare nuovi strumenti di finanza.  Del resto, proprio la carenza di risorse e l’introduzione di nuovi strumenti finanziari (ad es. i social bond) aumentano la necessità per le città di poter disporre di indicatori pertinenti e di piattaforme di monitoraggio degli indicatori. "Questi strumenti – sottolinea Sannicandro – sono fondamentali per poter operare scelte congrue".

La questione del “cosa” misurare
Il primo punto, sottolineato ancora da Calderini è che le smart city non sono tutte uguali e dunque non vanno misurate tutte esattamente allo stesso modo.
Più in generale, sono diverse e nuove le dimensioni su cui la smartness di una città va misurata. Per Forghieri, una nuova attenzione va posta nel costruire indicatori di significato per i policy maker, ovvero indicatori in grado di restituire dati su dimensioni nuove e sempre più centrali nella vita della città: pratiche di crowd sourcing, architetture di cogestione, iniziative di realtime government. Altra dimensione da includere nella misurazione della smart city per Forghieri è la sua capacità di includere i cittadini, attraverso processi di alfabetizzazione. La condivisione è universalmente riconosciuta tra le unità di misura principali della smart city. Bleeker lo sintetizza proponendo la formula “Sharing vs Owning” come paradigma dell’intelligenza urbana. A questo aggiunge la necessità di misurare la propensione e le pratiche di partnership pubblico – private (PPP) all’interno della comunità di riferimento. Ancora dal territorio (Bari) arriva un suggerimento importante: quando si imposta il sistema di misurazione della smart city non vanno dimenticate le dimensioni particolari. “Ad esempio – suggerisce Sannicandro – a Bari anche il mare ha suo peso nella smart city”.

Una previsione di metodo
Dominici conclude con una “previsione” di metodo.
"In riferimento al compito assegnatogli dal Decreto Crescita 2.0 – afferma – è evidente che il ruolo dell’Istat non sarà quello di cacciar dal capello gli indicatori, ma di elaborare, con la collaborazione degli esperti e degli stakeholder, un modello operativo per monitoraggio e misurazione”. E su questo specifica: “Occorre distinguere tra un sistema monitoraggio del percorso e un misurazione degli impatti per valutare la smart city”.
A questo proposito introduce ICity Lab, il nuovo spazio di ricerca e approfondimento sulle città intelligenti realizzato fa Forum PA e da oggi  on line all’indirizzo www.icitylab.it.

A chiudere l’incontro è Baldacci che individua le parole chiave a guida del lavoro sulle comunità intelligenti: innovazione, condivisione e partnership.

 

 


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