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La città davvero intelligente (e resiliente)

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Una città può dirsi davvero intelligente, quando sa dialogare. Un dialogo che deve esistere fra le tecnologie, ma anche fra gli enti del territorio e, soprattutto, tra cittadini e tra questi e le istituzioni. Ma se, dal punto di vista tecnologico, il tema dell’interoperabilità è finalmente al centro di molti progetti, purtroppo la comunicazione e collaborazione fra le pubbliche amministrazioni, anche a livello locale, resta spesso a livello d’intento.

16 Luglio 2012

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Alessia Tronchi*

Una città può dirsi davvero intelligente, quando sa dialogare. Un dialogo che deve esistere fra le tecnologie, ma anche fra gli enti del territorio e, soprattutto, tra cittadini e tra questi e le istituzioni. Ma se, dal punto di vista tecnologico, il tema dell’interoperabilità è finalmente al centro di molti progetti, purtroppo la comunicazione e collaborazione fra le pubbliche amministrazioni, anche a livello locale, resta spesso a livello d’intento.

Le esperienze di reali sinergie sono casi così rari, da essere citate ancora come best practices. Nella grande famiglia della pubblica amministrazione vigono, infatti, ancora troppi campanilismi e l’insano meccanismo dell’autoreferenzialità è ancora eccessivamente presente per consentire vere forme di collaborazione.

Ecco allora che la città diventa cento città, fatta da cento sistemi informativi, cento siti, cento pagine social, cento notiziari istituzionali. Una folla di messaggi e di sistemi che, invece di guidare il cittadino, contribuisce a disorientarlo e a farlo perdere nella selva delle diverse attribuzioni e competenze.

Nell’era dei servizi online e della tecnologia a portata di tutti, il cittadino comune ancora non riesce a comprendere a chi si deve rivolgere e cosa deve fare. Non siamo quindi riusciti a soddisfare alcuni dei suoi bisogni primari: chiarezza e usabilità. Presto, però, potremo offrirgli open data, GIS super accessoriati e sistemi di controllo sempre più evoluti.

Il pericolo che intravedo è che ci si concentri troppo su tecnologie e infrastrutture, perdendo di vista il significato più banale, ma anche più importante di intelligenza. Una persona è davvero intelligente, quando ha la capacità di rendere facili anche i concetti più complessi, quando “sente” gli altri, quando si sa adattare e trasformare, in breve quando ha dei contenuti. In fondo basta ascoltare davvero i nostri cittadini per accorgersi che ciò che chiedono a gran voce non sono mirabolanti innovazioni, ma prima di tutto facilità nel reperimento delle informazioni e semplicità di accesso ai servizi.

Se partissimo da questa considerazione, contestualmente allo sviluppo di tecnologie e infrastrutture, dovremmo progettare anche una città redazionalmente unificata, in cui le migliori esperienze e le applicazioni più valide siano estese e messe a disposizione di tutte le istituzioni del territorio; in cui i tanti centri redazionali, pur mantenendo la loro giusta autonomia, possano far capo ad un unico raccoglitore di contenuti. Una sorta di sportello unico online, ma con molte più competenze e servizi e molte meno complessità organizzative.

Un modello di questo tipo potrebbe essere applicato a tutte le realtà territoriali, dai comuni più piccoli, altrimenti e probabilmente esclusi dai grandi investimenti tecnologici, alle metropoli. In tempi brevi e con costi bassissimi (anzi, consentendo in molti casi cospicui risparmi), potremo trasmettere ai nostri cittadini ed a noi stessi quel senso di vera appartenenza al territorio, di coesione e unità d’intenti che spesso sono proprio le istituzioni a non avere.

L’altro aspetto di una città che dialoga è la capacità di scambio fra e con i cittadini. L’avvento dei social network e la loro imponente diffusione ha cambiato radicalmente il modo di fare e di pensare delle persone, che si interrogano, scambiano opinioni, collaborano e condividono con sempre maggiore slancio e facilità.

Con la recente pubblicazione del “Vademecum Pubblica Amministrazione e social media”, sembra che anche la PA centrale si sia resa conto della necessità di sdoganare questa modalità di comunicazione, cogliendone i possibili vantaggi e gli infiniti utilizzi.

Ma sono le recenti calamità accadute nel nostro paese (dall’alluvione di Genova e delle Cinque Terre al terremoto dell’Emilia) ad averci consegnato i migliori esempi di come la cultura social può essere un valido aiuto per la gestione di una città, specialmente durante l’emergenza.

Così il tema della resilienza, cioè ciò che in psicologia chiamano la capacità di trarre un’esperienza positiva da un’avversità, non è più un fatto puramente individuale, ma diventa un aspetto collettivo. Grazie al web 2.0 i cittadini si organizzano per limitare o ridurre l’impatto negativo di un avvenimento, per divulgare e condividere informazioni utili, per sviluppare o ideare progetti di trasformazione, per organizzare il “dopo”.

In tutto ciò le Istituzioni non si possono permettere di essere assenti. Il rischio, per le pubbliche amministrazioni che non vogliono o non imparano a creare, occupare, presidiare, usare, gli spazi virtuali forniti dal web 2.0, è quello di essere superate, bypassate o addirittura sostituite dai loro stessi cittadini, perdendo gradatamente autorità e utilità, e in alcuni casi anche la faccia.

Inoltre, se il loro ruolo è quello di gestire il bene pubblico, devono saper far tesoro anche del patrimonio d’informazioni e competenze che i loro cittadini sono disposti a regalargli. Ma se le istituzioni hanno finalmente capito, che la comunicazione è un’attività essenziale e irrinunciabile, non hanno ancora imparato il valore del dialogo. In questo è sintomatico analizzare l’attività su Facebook e Twitter, usati come alter ego dei propri siti o dei propri uffici stampa, in una spinta modaiola che non riesce però a cogliere capacità e prerogative reali di questi strumenti.

Spesso, d’altra parte, il concetto di dialogo è ancora legato a logiche e modalità tradizionali: consultazioni popolari, riunioni, incontri, ascolto di stakeholders e di rappresentanti di organizzazioni, ecc…Azioni che certo non possono essere accantonate, ma che non sono più sufficienti per trarre una reale rappresentazione della popolazione e promuovere la vera partecipazione.

Comunicazione e condivisione, fino a ieri attività accessorie delle organizzazioni più progredite, oggi, spinte dai social network, sono diventati i campi e i motori del cambiamento e dell’innovazione. Per questo il mondo social, con la sua cultura e i suoi strumenti, può essere una base di rilancio per una Pubblica Amministrazione a corto di risorse, ma non di idee.

E’ quindi imperativa l’esigenza di mettersi a capo di questi processi, non con l’intento di governarli o regolamentarli, ma semplicemente per coordinare e stimolare la comunità.

La gestione di questo nuovo modello di comunicazione comporta in prima istanza la messa in relazione dei tanti soggetti che all’interno dei diversi enti presiedono i flussi informativi. Ma non è sufficiente, occorre anche stabilire e costruire un rapporto fiduciario con coloro che gestiscono l’operatività e sono dunque proprietari delle informazioni, fornendo, in cambio della loro collaborazione, supporto e strumenti facilitatori.

Un esempio? Dalla gestione delle strade al verde pubblico, uno dei compiti più onerosi e problematici per un’amministrazione è il controllo del territorio, un’attività che invece i cittadini sono abituati a svolgere, per spirito critico o per polemica, poco importa. L’aspetto fondamentale è che loro sono costantemente presenti nei luoghi, ma non hanno gli strumenti per dare importanza a ciò che vedono e percepiscono. Al contrario gli enti hanno gli strumenti, ma non le risorse per monitorare in modo costante ciò che accade nella città.

La “redazione del dialogo” sa cogliere questo duplice bisogno e sa suggerire gli “utensili” più adatti a mettere in relazione e collaborazione due realtà che spesso si percepiscono come avversarie.

E’ un cambio di cultura quello che si impone. Il passaggio da ente che informa, a soggetto che comunica, e che quindi accetta lo scambio, la replica, la critica, senza censure e omissioni. L’evoluzione da autorità che governa il territorio, ad autorevole rappresentante della propria comunità, con la quale collabora e lavora. La metamorfosi da organo che regolamenta, ad azienda che stimola, coglie, usa le idee vincenti, innovative, facilitatrici per migliorare se stessa e la società.

E’ un salto da città “semplicemente” intelligente a comunità resiliente la vera evoluzione di una pubblica amministrazione davvero proiettata al futuro. E se la smart city, fatta di innovazione e tecnologie a misura d’uomo, comporta investimenti e tempi mediamente lunghi, la città resiliente richiede solo visione, disponibilità, apertura, ed è immediatamente realizzabile.

Perché, alla fine, è sempre il contenuto il vero re (“the content is the king”, Bill Gates).


*Alessia Tronchi, leggi un breve profilo

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