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Responsabilità sociale chiama pubblica amministrazione

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“Pensare che tutti gli attori del territorio hanno comportamenti responsabili aiuta il vivere, la convivenza e la produttività”. Così, in occasione del FORUM INNOVAZIONE Nord Est, Luigi Giacomon, della Fondazione CUOA, aveva introdotto il tema della responsabilità sociale del territorio. Con un esempio, aveva chiamato in causa proprio la pubblica amministrazione. In un momento in cui la dimensione comunitaria dello sviluppo si afferma quale condizione alla sua sostenibilità, apriamo la riflessione a nuovi spunti con Roberto Orsi, Docente LUMSA Governance Territoriale e Responsabilità Sociale e promotore dell’Osservatorio Socialis.

20 Gennaio 2010

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Chiara Buongiovanni

Articolo FPA

“Pensare che tutti gli attori del territorio hanno comportamenti responsabili aiuta il vivere, la convivenza e la produttività”. Così, in occasione del FORUM INNOVAZIONE Nord Est, Luigi Giacomon, della Fondazione CUOA, aveva introdotto il tema della responsabilità sociale del territorio. Con un esempio, aveva chiamato in causa proprio la pubblica amministrazione. In un momento in cui la dimensione comunitaria dello sviluppo si afferma quale condizione alla sua sostenibilità, apriamo la riflessione a nuovi spunti con Roberto Orsi, Docente LUMSA Governance Territoriale e Responsabilità Sociale e promotore dell’Osservatorio Socialis.

La responsabilità sociale del territorio
La responsabilità sociale del territorio è un approccio allo sviluppo che si sta imponendo nella ricerca di modelli sostenibili su scala globale. Il “sociale” è al centro nella sua accezione più ampia e completa, includendo e superando le categorie economiche e le esigenze del profitto. Conseguentemente, le imprese sono un soggetto fondamentale della responsabilità sociale, ma non l’unico. Al centro c’è la comunità, come soggetto promotore e al tempo stesso beneficiario della mentalità, della strategia e dei comportamenti socialmente responsabili di ciascuno dei suoi componenti.
E’ interessante notare come questa declinazione territoriale della responsabilità sociale riemerga in un momento di profonda crisi economica, quale l’attuale e come, nello specifico, sia confacente al tessuto sociale, amministrativo e produttivo italiano. La realtà italiana, infatti, con i suoi piccoli Comuni, le sue piccole e medie imprese e i suoi distretti, sembra da un lato facilitare dall’altro “domandare” lo sviluppo di comunità socialmente responsabili. E non è casuale che già negli anni ’60 proprio un economista italiano, Giancarlo Pallavicini, introduceva il “Metodo della scomposizione dei parametri”, quale metodologia per il calcolo dei risultati non direttamente economici dell’attività d’impresa.  La responsabilità sociale del territorio in definitiva si riferisce a una serie di dimensioni – la qualità della vita, la convivenza, la produttività, i consumi – da integrare in un’ottica di sviluppo sostenibile, chiamando in causa soggetti del mondo istituzionale, del profit e del non profit. Dalle aziende alle Università, alle associazioni, ai singoli cittadini alle pubbliche amministrazioni, nessuno escluso.
Dunque, pubblica amministrazione inclusa? Assolutamente si.
Vediamo, con l’aiuto di Roberto Orsi, cosa vuol dire per una pubblica amministrazione essere un soggetto socialmente responsabile.

La PA socialmente responsabile
Durante il FORUM DELL’INNOVAZIONE Nord Est, introducendo il concetto di responsabilità sociale del territorio Giacomon, della Fondazione CUOA, aveva fatto un esempio semplice ma calzante: “Se le imprese avanzano risorse dalla pubblica amministrazione e la pubblica amministrazione non paga, questo è indubbiamente un segno di cattiva responsabilità sul territorio, così come nell’ipotesi di un comportamento non corretto delle imprese verso i propri dipendenti e/o verso l’ambiente”.
La PA è dunque, innanzitutto, un attore-protagonista della responsabilità sociale.
Roberto Orsi spiega che l’attributo è ancora più marcato quando ci riferiamo alla sfera dei servizi pubblici. In questo senso “la pubblica amministrazione è socialmente responsabile quando cerca di progettare e avviare un sistema di gestione per la qualità, con lo scopo di dare fiducia ai cittadini portatori di interessi. Per perseguire tale obiettivo, oltre che dimostrare razionalità nel progettare ed attuare i propri processi, le organizzazioni pubbliche devono anche rendersi trasparenti nella rendicontazione al cliente, mostrarsi capaci di prevenire i problemi, evidenziare una cultura della misura sistemica dei risultati finalizzata al miglioramento costante delle prestazioni.”
Da dove partire?“La Carta dei Servizi – risponde Orsi – rappresenta un passaggio importante. Adottata come strumento di miglioramento della PA, la Carta definisce alcuni principi base: imparzialità, continuità, diritto di scelta, diritto alla partecipazione, efficienza ed efficacia. C’è da dire, però, che la Carta è stata molto spesso intesa come il punto di arrivo e non come quello di partenza per migliorare continuamente la qualità del servizio reso agli utenti-cittadini sul territorio. Nella mia ottica, una PA socialmente responsabile è una PA che si impegna a creare un corto-circuito tra gli obiettivi posti dalla normativa al servizio pubblico, le attese degli utenti e le strutture organizzative che devono erogare i servizi".
Come si fa? "La pubblica amministrazione – spiega – può agire su più leve contemporaneamente:

  • razionalizzare i fattori di produzione dei servizi, ovvero processi, organizzazione, risorse e tecnologia di supporto, adeguandoli agli obiettivi di efficacia ed efficienza che vuole porsi
  • aumentare e diffondere al suo interno le capacità di controllo, diagnosi, pianificazione, indispensabili al governo delle strutture e dei processi che preparano ed attuano l’erogazione dei servizi
  • diffondere nel proprio personale la cultura della soddisfazione dell’utente, considerata come obiettivo primario del servizio
  • snellire i vincoli burocratici entro cui deve operare il settore pubblico"

Facilitare lo sviluppo socialmente responsabile
"Oltre ad essere uno tra gli attori protagonisti – continua Orsi – la PA ha un ruolo importante in quanto facilitatore di sviluppo socialmente responsabile sui territori di propria competenza".
In quest’ottica rientrano i progetti di stimolo e sostegno alle imprese verso la responsabilità sociale (RSI).
E’ interessante quanto emerge dalla ricerca “Incentivi pubblici alle imprese: un possibile strumento di supporto per la diffusione della CSR” recentemente pubblicata dell’Italian Centre for Social Responsability – ICSR. Nella Ricerca vengono censiti gli interventi della PA italiana – dal livello centrale a quello regionale e provinciale – a sostegno della RSI, fornendo nelle considerazioni conclusive una lettura dei dati alla luce del sistema di "Classificazione delle politiche pubbliche destinate alla RSI" messo a punto dalla Commissione europea. (Il sistema è articolato in 3 aree di obiettivi: promuovere la RSI, assicurare la trasparenza e sviluppare politiche di supporto alla RSI, ciascuna delle quali articolata in iniziative più specifiche).

Da questa lettura emergono due caratteristiche prettamente italiane:

  • minor quantità di iniziative per la promozione della RSI ma maggior numero di iniziative specifiche di “sostegno alle imprese attraverso incentivi finanziari”, rispetto agli altri Paesi europei
  • componente territoriale delle iniziative attivate (numerosi incentivi finanziari messi a disposizione da Regioni e Province attraverso regolamenti, bandi o vere e proprie leggi come nel caso di Toscana e Umbria). Gli enti locali – si sottolinea nella Ricerca  – svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo delle PMI, dal momento che ne rappresentano il principale punto di riferimento.

Promuovere la RSI
Sulla base di quanto rilevato, si delineano una serie di osservazioni per un’azione più efficace di supporto alla RSI da parte delle pubbliche amministrazioni italiane.

  • Si auspica una maggiore omogeneità della distribuzione territoriale delle iniziative
  • Si sottolinea l’utilità dell“incentivo finanziario” per attirare l’attenzione delle imprese e al tempo stesso la necessità di considerarlo solo uno tra gli interventi opportuni. Si cita a buona pratica la Regione Toscana che affianca all’agevolazione economica una serie di iniziative di sensibilizzazione (non a caso la Toscana è la Regione con il maggior numero di aziende certicate SA 8000)
  • Si suggerisce di modificare la struttura dell’incentivo (erogandolo a scadenze temporali differenti per facilitare le imprese) e di ampliare gli interventi finanziabili
  • Si rileva la necessità di predisporre un sistema di monitoraggio in corso di intervento ed ex post, per valutare la continuità dei percorsi di RSI

Conclude Orsi: “In questo contesto è fondamentale da un lato predisporre occasioni e strumenti di condivisione delle conoscenze e delle buone pratiche, dall’altro affermare il ruolo guida della pubblica amministrazione. Quest’ultima istanza, in particolare nell’ambito del progetto Osservatorio Socialis, è stata avanzata dalle stesse aziende. E questo mi sembra un dato assolutamente positivo”.
 

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