Cosa c’è e cosa non c’è nel rapporto Colao - FPA

EDITORIALE

Cosa c’è e cosa non c’è nel rapporto Colao

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Con questo editoriale avviamo un breve percorso di commento al Rapporto Colao. Cominciamo evidenziando: quello che non c’è, ma non poteva esserci; quello che non c’è, ma poteva esserci e mi sarei augurato ci fosse; infine quel che c’è ed è importante che rimanga nei programmi di questo Governo e forse anche dei prossimi

11 Giugno 2020

Carlo Mochi Sismondi

Presidente FPA

Photo Valeriano DiDomenico - https://www.flickr.com/photos/worldeconomicforum/16154790960

Premessa

Diciamolo subito, il compito era al limite dell’impossibile: dare indicazioni non solo sulla ripresa del Paese nei prossimi mesi, agendo in emergenza per salvare la vita di persone e di imprese, ma, partendo dalla catastrofe in cui siamo piombati e dalla situazione in cui eravamo: deboli, incerti e con mappe confuse e volontà contraddittorie, pensare a che Paese vogliamo nei prossimi decenni e cosa dobbiamo fare nei prossimi tre anni per renderlo possibile. Pensare al futuro, al di là delle scadenze elettorali, e immaginare uno sviluppo nei prossimi decenni è un esercizio a cui, a differenza dei nostri vicini europei, l’Italia non è abituata.

Per farlo è stata istituita una Commissione, pensata come una “war room”. La composizione è stata certamente qualificata, anche se, provenendo i suoi componenti da mondi e da epistemologie anche molto diverse, ha certamente dovuto negoziare delle sintesi.

Dopo circa sei settimane di lavoro, svolto per di più nella maggior parte da remoto, ne è uscito un rapporto ampio e articolato, composto di una sintesi di una cinquantina di pagine e di 102 schede operative contenute in 121 pagine di analisi, diagnosi, proposte di azione.

FORUM PA ON LINE 6-11 LUGLIO

I temi del Rapporto Colao nei convegni di scenario di FORUM PA 2020

6 Luglio 2020

Non è certamente possibile riassumere tutto questo lavoro in un articolo, i giornalisti che ci hanno provato su tutti i principali media italiani hanno necessariamente fatto scelte anche molto opinabili nel raccontare qualche parte e tacerne altre. D’altra parte, il contenuto è pubblico ed è opportuno che ciascun lettore attento lo scorra, individui gli aspetti per lui più interessanti e li esamini con attenzione.

Io in questo articolo mi limito a raccontarvi il mio personale punto di vista, da studioso per oltre trent’anni di innovazione nella PA e nelle politiche pubbliche. Comincerò parlando di quello che non c’è nel rapporto, ma non poteva esserci; quindi di quello che non c’è, ma poteva esserci e mi sarei augurato ci fosse; infine di quel che c’è ed è importante che rimanga nei programmi di questo Governo e forse anche dei prossimi. Lascio invece ad un altro articolo uno zoom sul tema che mi vede più competente e anche più appassionato: il quarto dei sei pilastri del rapporto, quello dedicato alla “PA alleata di cittadini e imprese”. Dico qui solo che leggere citato già nella prima azione il concetto di “burocrazia difensiva”, che introdussi in sordina più di quattro anni fa, mi ha dato una bella soddisfazione. Che la lotta poi contro questa deviazione si riesca a vincere è un’altra storia.

Cosa manca nel rapporto, ma forse non poteva esserci

Sono le mancanze intrinseche che derivano dallo stesso commitment, dal tempo che la Commissione ha avuto e dalla sua composizione. Non sono in sé irrimediabili se il rapporto è visto come uno strumento di lavoro, ma non come un vero e proprio “piano strategico” per cui mancano, come vedremo anche più avanti, alcuni fondamentali: obiettivi misurabili, tempi, risorse necessarie, ruoli e responsabilità precise.

Non ho trovato:

  • una coerenza generale figlia di una visione olistica del futuro: se mi permettete la metafora leggendo le prime pagine del rapporto e lo schema di sintesi iniziale ho ascoltato un tema musicale ben definito e che prometteva di svilupparsi in modo armonico, poi però nella lettura di tutto il documento e soprattutto di tutte le schede è prevalsa l’impressione di trovarsi nei minuti che precedono un concerto, nella prova d’orchestra in cui ogni strumento, dopo il “la” iniziale, suona per conto suo;
  • un livello omogeneo di approfondimento dei problemi e dei temi: per qualcuno si è andati in dettagli molto precisi, anche troppo per un documento di indirizzo (ad es. il dettaglio delle azioni per il rilancio del turismo), in altri si è rimasti troppo sulle generali (ad es. sulla riforma del Codice degli Appalti o sull’edilizia scolastica e in generale su tutto il tema educativo). Probabilmente non c’è stato tempo, ma sarebbe servito un maggiore uso di una “livella”;
  • una visione meno tattica delle soluzioni a problemi annosi: spesso all’analisi del contesto, che evidenzia problemi gravi e di lontana origine non corrisponde poi una proposta di azioni di sistema, ad esempio per l’edilizia scolastica, disastrata nel nostro paese al limite della sopravvivenza degli istituti, vedo debole e parziale il solo accenno alla costituzione di un fondo che emetta “social impact bond”;
  • un’indicazione delle priorità: 102 azioni sono tante, da dove cominciamo? In un’intervista alla Stampa Vittorio Colao si augura che il Governo ne intraprenda almeno 40, spinto dal giornalista accenna che forse il pilastro principale è proprio il primo “Imprese e lavoro motore dell’economia”. Non c’è altro in termini di priorità. Certo stabilire cosa va fatto e quando è un compito della politica, ma un suggerimento operativo di avvio del processo l’avrei letto con piacere.

Cosa manca, ma poteva esserci

Sono le assenze che costituiscono secondo me delle omissioni gravi, che diminuiscono la validità dell’intero rapporto. Volutamente non entro nei particolari di ciascuna azione, ma resto sull’impostazione generale del lavoro.

A mio parere manca, ma avrebbe dovuto esserci:

  • un’analisi dei costi e delle responsabilità. Alla fine di ogni azione c’è una generica indicazione della provenienza delle risorse necessarie, ma senza indicarne neanche una dimensione indicativa né una responsabilità specifica. Questa mancanza, certamente non casuale, rende il rapporto di difficile utilizzo per programmare e anche per commisurare le tante cose da fare con le risorse che abbiamo, che sono tante anch’esse, ma non infinite, visti anche gli impegni che i Decreti-legge hanno previsto per l’immediato;
  • una definizione degli obiettivi misurabili per ciascuna azione, legati a tempi e risorse di cui sopra;
  • una seria anamnesi per ciascun problema. Non è questo il primo documento di programmazione che abbiamo letto, non è la prima elencazione di riforme necessarie che è stata stilata. Non possiamo sperare che questa volta vada bene se non ci chiediamo con un’accurata ricerca “anamnestica” perché fino ad ora le riforme, le azioni di sistema, le varie spending review, ecc. non hanno funzionato. Per ogni azione è presente un’analisi di contesto che dice, a volte in modo aggiornato, altre meno con notizie un po’ datate, a che punto siamo. Ma quasi sempre manca l’analisi delle cause che ci hanno lasciato così spesso nel guado;
  • un’ipotesi di maggiore cogenza dei provvedimenti proposti con la previsione anche di un sistema premiale fatto di incentivi, ma anche di sanzioni; il rischio che le indicazioni rimangano “buoni consigli” è alto sempre, anche quando abbiamo delle leggi dello Stato (vedi ad esempio il miserrimo stato in cui è l’attuazione della legge sulla trasparenza!), figuriamoci quando sono indicate in un rapporto che, se certamente non poteva indicare pene o sanzioni da comminare, poteva però suggerirne la necessità;
  • una maggiore enfasi sull’educazione, la scuola, la ricerca che è sì uno dei sei pilastri, ma che è letto qui più sulla base della crescita di produttività del sistema, piuttosto che un necessario spostamento di risorse verso il settore educativo in senso ampio. Un settore che richiede un salto quantico negli investimenti (vedasi edilizia scolastica, formazione degli insegnanti, composizione delle classi, attrezzature delle aule, palestre e impianti sportivi) piuttosto che un miglioramento incrementale dell’esistente.

Cosa c’è ed è importante che resti nei programmi del Governo

Sono le parti pregiate del Rapporto che non possiamo rischiare di perdere quale che sia il giudizio generale sul lavoro. Tra queste mi paiono particolarmente significativi:

  • l’impostazione generale del rapporto che evidenzia con grande chiarezza non solo i mali del Paese che ci sentiamo ripetere ogni piè sospinto, e più forte ad ogni cambio di governo (ed io ne ho vissuti venti!), ma i macro-obiettivi per superarli.
    Li ripeto per chiarezza con accanto a ciascuno la frase che sintetizza la strada per raggiungerlo:
    • Un Paese più resiliente a futuri schock di sistema: “L’Italia sarà più resiliente se saprà colmare il ritardo digitale”.
    • Un Paese più reattivo e competitivo: “L’Italia sarà più reattiva e competitiva se saprà rafforzare la capitalizzazione e aumentare la dimensione media de la produttività di ciascuna delle sue imprese”.
    • Un Paese più sostenibile ed equo: “L’Italia sarà più sostenibile ed equa se saprà rafforzare le infrastrutture immateriali e materiali privilegiando senza compromessi gli aspetti di sostenibilità economica, sociale ed ambientale. Se saprà assicurare la valorizzazione delle donne, l’equità intergenerazionale e l’inclusione delle persone con disabilità e di tutte le minoranze”.

      Non c’è bisogno di commentare delle frasi così nette, che diventano ancora più stringenti se leggiamo poi i tre “assi di rafforzamento” proposti per tutta la strategia:
    • Digitalizzazione e innovazione di processi, prodotti e servizi pubblici e privati e di organizzazione della vita collettiva.
    • Rivoluzione verde per proteggere e migliorare il capitale naturale di cui è ricco il Paese.
    • Parità di genere ed inclusione nel rispetto dell’Art.3 della Costituzione.

Tutte cose giuste, ma assolutamente non scontate: che siano considerate assolutamente strategiche per la crescita economica e sociale del Paese, cose come la trasformazione digitale, la conservazione della natura e la parità di genere e l’inclusione è qualcosa che non è usuale e che spero non resti nei cassetti.

  • La lotta all’evasione fatta non per proclami, ma attraverso provvedimenti semplici, ma potenzialmente in grado di essere killer application: una reale disincentivazione nell’uso del contante, il passaggio generalizzato ai pagamenti elettronici, la penalizzazione dei prelievi in contanti eccedenti un limite fisiologico; la proposta della messa fuori corso delle banconote sopra i 100 euro, l’emersione del contante potenzialmente derivato da economia sommersa.
  • La grande attenzione al settore turistico che troppe volte abbiamo sentito nominare come vero asset del Paese, ma quasi sempre in preda a frammentazioni campanilistiche, se non a volte clientelari. La necessità di un Piano generale che contemperi le esigenze di ciascuna regione o area turistica con le esigenze del Paese è sin troppo evidente, così come la necessità di promuovere l’Italia come un brand unico. Attenzione massima andrà rivolta a che il carro non sia messo davanti ai buoi e la comunicazione e le spese per la comunicazione non precedano gli investimenti strutturali per il miglioramento dell’offerta, perché anche qui il detto che una buona pubblicità ammazza accelera la morte di un prodotto cattivo è più che mai vero.

Una prima conclusione

Come premesso questo è solo il primo di tre articoli su questo rapporto: i prossimi riguarderanno da una parte l’amministrazione pubblica, dall’altra tutti i provvedimenti che attengono all’obiettivo della trasformazione digitale del Paese.  Non traccio quindi una conclusione generale. Molte delle azioni indicate sono condivisibili e innovative, molte sono condivisibili, ma sono state dette ormai molte volte e devono essere definite in obiettivi precisi per essere credibili. Ci troviamo di fronte ad una sommatoria di cose che, per parlare in termini psicologici, non è diventata una “gestalt”, ossia una forma definita e dotata di una propria identità riconoscibile. Era compito di questa commissione disegnarla? Forse no. Aveva un senso realizzare un rapporto utile organizzato in forma induttiva mettendo insieme tante azioni che possono cambiare il Paese? Forse sì e probabilmente molte di queste azioni, se fossero realizzate, aiuterebbero a disegnare un Paese diverso, né l’esperienza passata di pianificazioni ipotetico-deduttive ci ha mai portato lontano. Ma è comunque certo che se la politica dovrà utilizzare le molte e positive sollecitazioni che dal rapporto vengono dovrà lavorarci sopra: definire le priorità, sistematizzare le azioni in missioni strategiche, assegnare ad esse obiettivi e risorse finanziarie, ma soprattutto di persone.