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CC0 o CC-BY. Il dilemma sulle licenze applicate ai dati aperti

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Tra comunicazioni della Commissione Europea e autogestione degli Stati membri, qual è la via da seguire in ambito di licenze Open Data? La scelta della licenza resta il punto cardine nella diffusione dei dati aperti, senza la cui definizione è impossibile procedere in modo sensato

30 Luglio 2019

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Morena Ragone

Regione Puglia, Esperta in Diritto applicato alle nuove tecnologie

Photo by Smart on Unsplash - https://unsplash.com/photos/IM0GHpsjJic

Qualche settimana fa, in occasione dell’ultima edizione del FORUM PA a Roma, ho presentato alcune slide sulle licenze applicate ai dati aperti. A qualcuno potrà sembrare un argomento vecchio, stantio, ma in realtà così non è, e la cosa neanche deve sorprendere: lo abbiamo visto a più riprese negli ultimi mesi su Twitter – dove abbiamo l’abitudine di scambiarci opinioni su questo e su altri argomenti; l’abbiamo visto anche in occasione del dibattito che si è aperto intorno alla Comunicazione della Commissione Europea C(2019) 1655 final del 22.02.2019, con la quale, in un testo di due soli articoli, la Commissione ha scelto di adottare quale licenza standard per i dati aperti (i propri) la licenza CC-BY 4.0 e, in determinati casi e sotto specifiche condizioni – “without prejudice to the preceding article” – la Creative Commons Universal Public Domain Dedication deed (CC0 1.0) per “raw data, metadata or other documents of comparable nature may alternatively be distributed under”. In sintesi, per la Commissione la CC-BY 4.0 supera a pieno titolo la valutazione comparativa tra licenze, come si vede dal prospetto che segue: essa, infatti, rispetta tutti i principi generali alla base della precedente decisione 2011/833/UE, è universale, senza restrizioni, semplice, gratuita, non discriminatoria, trasparente.

valutazione comparativa licenze opendata

Personalmente, non ho una particolare propensione – intesa nel senso di pregiudizio – per l’uso di una licenza piuttosto che per un’altra, preferendo ancorare le mie opinioni ad una ricerca che sia il più possibile scientifica: qualsiasi licenza che sia davvero aperta, per me va bene, benissimo. Di certo, le caratteristiche di una vera licenza aperta – requisito giuridico imprescindibile per rendere aperti i dati cui viene apposta – evidenziate da AgID sin dalle prime Linee Guida del 2014 – “in generale, si vuole qui ribadire l’importanza di associare ai dati pubblici una licenza aperta (…) che consenta di rispettare requisiti di (i) interoperabilità, anche transfrontaliera (non limitandosi a selezionare una licenza che sia valida e nota solo entro i confini nazionali) e, per quanto possibile, (ii) di massimo riutilizzo dei dati (…)” – restano in tal senso fondamentali.

Per questo, all’esito del mio personale percorso di elaborazione, la CC-BY 4.0 mi è sempre sembrata la licenza più adatta.

Non vi nascondo che, in tale direzione, il supporto della documentazione ufficiale da parte della Commissione Europea – mi riferisco al report “Reuse Policy – A study on avalilable reause implementing instruments and licensing consideration” (che effettua una valutazione comparata tra licenze sulla base di conformity to EU law; policy compatibility; openness; licence micro-elements; licence reusability; licence interoperability; flexibility; machine readability; uptake) da cui è tratto lo specchietto sopra – mi conforta nell’analisi, in quanto, secondo la stessa Commissione, all’esito di un articolato processo di comparazione tra le diverse licenze aperte, la CC-BY predomina anche sulla “rivale” più agguerrita CC0. Mi rendo conto del valore degli argomenti sollevati a sostegno della CC0, che ho approfondito anche nel video di FPA al quale vi rimando; mi chiedo, ad ogni modo, se arriveremo mai a mettere il punto definitivo alla querelle.

E anche se ha senso domandarselo. Mi spiego meglio: credo sia normale che i temi evolvano con l’evoluzione della materia, le problematiche diventano più complesse nel passaggio dalla visione generale a quella di dettaglio, così come nel settore dell’innovazione nel suo complesso. Nessun Paese, mi pare, ad oggi ha risolto il dilemma delle licenze, ma ognuno ha cercato una propria via, giungendo, tutti, a conclusioni simili, seppure con strumenti spesso differenti.

Probabilmente, l’idea del plafond di licenze, di un pacchetto di licenze standard ma modulabili sulle differenti esigenze – tipologia dei dati, utilizzatori, scopi – credo resti la soluzione preferibile, dal momento che consente di salvaguardare le peculiarità di alcune specifiche situazioni, senza sacrificare le diversità sull’altare di un pubblico necessariamente omologato.

In tale direzione, si rivela fondamentale il lavoro di coordinamento che la Funzione Pubblica sta portando avanti, anche attraverso la Open Government Partnership, o in altri specifici, analoghi consessi dove consentire un dialogo vero su questo argomento, che riesca a contemperare le differenti esigenze e, soprattutto, ad esporre i molteplici punti di vista. La scelta della licenza, consapevoli o meno che ne siamo, resta il punto cardine nella diffusione dei dati aperti, senza la cui definizione è impossibile procedere in modo sensato.

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