Open science: che cos’è e perché può contribuire all’innovazione della nostra società

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Parlare di Open Science vuol dire dare all’intera comunità scientifica la possibilità di amplificare le opportunità di ricerca, riducendone tempi, costi e rafforzando, in questo modo, l’intero sistema della ricerca pubblica e privata. Ma fare ricerca in questo modo vuol dire anche sottolineare l’aspetto etico della ricerca scientifica come un bene comune che appartiene a tutti. A che punto siamo in Italia? A giugno 2022 è stato pubblicato il Piano Nazionale per la Scienza Aperta, ma siamo ancora lontani da una sua reale attuazione

9 Novembre 2022

M

Paola Masuzzo

Data scientist, ricercatrice indipendente presso IGDORE

R

Morena Ragone

Giurista, studiosa di diritto di Internet e PA Digitale

P

Vincenzo Patruno

Istat - Dipartimento per lo sviluppo di metodi e tecnologie per la produzione e diffusione dell'informazione statistica

Photo by CDC on Unsplash - https://unsplash.com/photos/LiNIONbajm4

Sappiamo tutti come la ricerca scientifica sia un elemento imprescindibile della nostra moderna società: è, infatti, proprio grazie alla Ricerca Scientifica che riusciamo ad innovare il nostro sistema sociale ed economico per consentirci di evolvere, andare avanti e migliorare la conoscenza del mondo che ci circonda, le condizioni di vita e il benessere complessivo dell’umanità. A maggior ragione se questa ricerca scientifica è open, aperta. Ecco perché è così importante parlare di Open science.

C’è, indubbiamente, un aspetto fortemente etico nel modo in cui intendiamo la ricerca scientifica, accompagnato, sempre e comunque, da un approccio più pragmatico che in tanti settori guarda al mercato e alle opportunità di business che la ricerca può offrire. Un mercato che, per ovvie ragioni, ha interesse allo sfruttamento economico dei diritti di proprietà intellettuale.

È forse meno noto, purtroppo, come le strutture accademiche abbiano costruito e validato, nel corso di lunghi anni, un sistema di conduzione della ricerca, della sua pubblicazione e disseminazione, e persino di riconoscimento professionale delle persone che questa ricerca la fanno, non proprio appropriato ed efficiente. Due crisi, in particolar modo, sono esplose dentro il mondo della ricerca scientifica negli ultimi decenni: la serial crisis, per la quale i prezzi delle riviste scientifiche sono cresciuti esponenzialmente dal 1975 in poi, e quella di riproducibilità, una crisi metodologica che ha evidenziato che molti, moltissimi studi scientifici sono difficili o impossibili da replicare o riprodurre.

A tutto questo si è aggiunta negli anni anche una condizione di lavoro sempre più precaria, dove la pressione di pubblicare (publish or perish), unita alle scarse risorse a disposizione e agli alti livelli di competitività, hanno contribuito a creare un’università neoliberale, “in cui l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto, in cui la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi”.

A provare a risollevare un po’ le sorti di un processo di ricerca scientifica che sembra non funzionare più, è arrivato anni fa il movimento dell’Open Science (Scienza Aperta).

Che cos’è l’Open Science

Con l’espressione Open Science ci riferiamo ad un modo di vedere la ricerca scientifica basato essenzialmente:

  • sulla collaborazione;
  • sulla condivisione aperta dei risultati;
  • sulla trasparenza dei processi che hanno generato quei risultati;
  • sulla possibilità di riusare quei dati e quei processi.

Parlare di Open Science vuol dire essenzialmente dare all’intera comunità scientifica la possibilità di amplificare le opportunità di ricerca, riducendone tempi, costi e rafforzando, in questo modo, l’intero sistema della ricerca pubblica e privata.

Ma fare ricerca in questo modo vuol dire anche sottolineare l’aspetto etico della ricerca scientifica come un bene comune che appartiene a tutti.

La visione europea

Non è un caso che, sin dal 2015, la Commissione Europea cerchi di  promuovere l’Open Science, nella complessa ricerca del giusto equilibrio tra apertura, da un lato, e salvaguardia della proprietà intellettuale, dall’altro; equilibrio che si può sintetizzare nel rendere i risultati della ricerca “as open as possible, as closed as necessary”, come descritto nel report “Open Science and Intellectual Property Rights” pubblicato nell’aprile del 2022. Senza trascurare il fatto che la Direttiva (UE) 2019/1024 “relativa all’apertura dei dati e al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico“, nel rimarcare l’accesso all’informazione quale diritto fondamentale, si occupa anche espressamente del riutilizzo dei dati della ricerca – definendoli, all’articolo 2, comma 1, 9) come quei “documenti in formato digitale, diversi dalle pubblicazioni scientifiche, raccolti o prodotti nel corso della ricerca scientifica e utilizzati come elementi di prova nel processo di ricerca, o comunemente accettati nella comunità di ricerca come necessari per convalidare le conclusioni e i risultati della ricerca” –  invitando gli Stati membri  ad adottare politiche di accesso aperto, “secondo il principio dell’apertura per impostazione predefinita e compatibili con i principi FAIR” (art. 10; considerando 27 e 28).

Il Piano Nazionale per la Scienza Aperta

E guardando in particolare all’Italia? A giugno 2022, con estremo ritardo rispetto ai tempi inizialmente preventivati, è stato pubblicato il  Piano Nazionale per la Scienza Aperta, previsto dal Decreto Ministeriale n. 268 del 28 febbraio 2022.

Il Piano prevede 5 assi di intervento:

  • pubblicazioni scientifiche;
  • dati della ricerca;
  • valutazione della ricerca;
  • scienza aperta, comunità scientifica e partecipazione europea;
  • dei dati della ricerca su SARS-COV-2 e Covid-19.

Sulla sua implementazione non esistono però né indicazioni concrete né fondi dedicati, come sottolineato nel recente convegno annuale dell’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA), rendendo quantomeno difficoltosa sia la valutazione di un possibile impatto, sia la sua concreta attuazione, e rischiando, in tal modo, di restare al livello delle mere dichiarazioni di principio.

Prospettive: la task force Open Science

Un vero peccato, dal momento che l’Open Science è di fondamentale importanza per la ricerca pubblica e per la sua stessa sopravvivenza, come molti altri Paesi in Europa hanno mostrato in modo esemplare. Ne sono consapevoli, per fortuna, gli enti pubblici di ricerca che, per mano della consulta dei Presidenti degli Enti Pubblici di Ricerca, nel dicembre 2021, ha istituito una task force Open Science coordinata da INFN e INGV “per favorire il coordinamento tra gli enti di ricerca stessi e tra gli enti di ricerca e le università rappresentate dalla Conferenza dei Rettori delle università italiane (CRUI)”.

Il Gruppo di Lavoro Open Science sta al momento organizzando il suo primo convegno previsto per il 6 e 7 dicembre a Roma presso il CNR, dal quale, si confida, possano uscire indicazioni concrete e strategie operative per le azioni future.

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