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Una nuova primavera per l’Open Data

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Primi bilanci per gli open data in Italia. E una domanda: cosa vogliamo fare nei prossimi dieci anni? Lavoriamo su energia, motivazione, sinergie ed etica

19 Marzo 2019

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Morena Ragone

Giurista

Photo by Kaitlynn Hanson on Unsplash - https://unsplash.com/photos/Kz-nzhlbJQ8

La stagione c’entra, poco o molto a seconda di come vogliamo vedere le cose: di certo, alla soglia del decennio dai primi vagiti di una delle tre, importantissime costole dell’opengov (“Within 45 days, each agency shall identify and publish online in an open format at least three high-value data sets and register those data sets via Data.gov. These must be data sets not previously available online or in a downloadable format”, si leggeva nella Open Government Directive dell’amministrazione Obama dell’8 dicembre 2009), siamo necessariamente alla fase dei primi, veri bilanci. Partiamo da qui per rispondere a una domanda: open data, cosa vogliamo fare nei prossimi dieci anni?

Non è solo una questione temporale, quanto, soprattutto, di “maturità” nel nostro rapporto con i dati: quasi tutte le analisi sul tema ci mostrano presenti e pronti, come, alla fine dello scorso novembre, l’Open Data Maturity Report 2018, secondo il quale l’Italia è tra i pochi Paesi “trend-setter”, di quelli che gli altri possono prendere ad esempio; ma d’altro canto, il D.E.S.I. – Digital Economy and Social Index – evidenzia un altro aspetto della stessa realtà, sottolineando come, in una percentuale non indifferente della popolazione, residui una fortissima resistenza al cambiamento, sulla quale l’innovazione, anche “data driven”, poco può fare. E non ci stancheremo mai di evidenziarlo, perché molti dei nostri mali partono esattamente da qui.

Cosa abbiamo fatto in questi dieci anni? Tanto, sicuramente. Partiti da zero intorno al 2010-2011, con una Direttiva UE che ci indicava una direzione di marcia – la Direttiva 2003/98/CE, la PSI “one” – siamo transitati attraverso un 2012 e 2013 carichi di responsabilità e di promesse: da una parte, la riforma del CAD che ha introdotto, con l’art. 68 ed il rivoluzionario 52, la definizione di dati aperti e l’open data “by default” per il settore pubblico; dall’altra, la riforma della trasparenza e gli obblighi di pubblicazione “in forma di opendata”. Abbiamo attraversato una prima riforma della PSI (con la PSI “two” nel 2013/2015) e abbiamo affrontato questioni tecniche di portali, sicurezza, bilanciamento di interessi e, ahimè, scarsa formazione, scontrandoci con grandi entusiasmi ed altrettanto pari difficoltà.

Partiamo dai portali, anzi, DAL portale: dati.gov.it è stato fondamentale per cominciare a ragionare su quell’idea di “federato” che suona bene anche se declinata all’italiana. È da qui che sono nati, poi, i tanti portali istituzionali e di progetto, che ancora oggi vedono felicemente la luce in piccole grandi realtà, vedi la Regione Campania, proprio in questi ultimi mesi.

Nel ragionare di portali, abbiamo affrontato – per forza di cose – il tema della sicurezza: sicurezza delle infrastrutture, certo, ma anche dei dati e delle informazioni, affrontando le differenze non solo terminologiche tra misure “minime” a misure “adeguate”, imparando passo passo come si fa a riempire uno spazio che non sia un banale contenitore, quanto, piuttosto, la valorizzazione di un lavoro e di un percorso.

Abbiamo ripetutamente affrontato lo scoglio del bilanciamento di interessi: tra il mio privato e il tuo pubblico, abbiamo capito che “nostro” esiste solo se vogliamo e sappiamo trovare una conciliazione tra apparenti opposti, tra privacy e trasparenza come due facce della stessa medaglia, vicine e tangenti, ma diverse ognuna nella rispettiva sfera di applicazione, con ciascuna che dà e prende dall’altra, in una continua circolarità.

E siamo ripartiti da capo con la formazione, che non è mai abbastanza e che, in questo settore, si è rivelata particolarmente scarsa e, a volte, poco concreta, pensata più per macro-temi che per le reali necessità ed i problemi concreti degli operatori.

E oggi, ancora di più, a distanza di dieci anni, si pone una domanda su cosa dobbiamo fare nei prossimi dieci. O, meglio, su cosa vogliamo fare. Chi ci mostra qual è la strada, ora?

Innanzitutto, serve ritrovare energia e motivazione: vedi alla voce “Open data day”, che quest’anno, ad appena sette – mi sono convinta che il numero non dev’essere affatto casuale – anni dal suo debutto italiano, ha visto il nostro Paese come una “cenerentola” di second’ordine, senza il lieto fine della scarpetta e del Principe. Appena sette eventi nel programma ufficiale, un po’ fagocitato dalla Settimana dell’Amministrazione Aperta, un po’ in una evidente fase di stanca.

Nessun percorso è pensabile senza sviluppare sinergie: sinergie che ci aiutino, tra l’altro, a disegnare una nuova modalità, che riavvicini a tutti noi – attivisti, funzionari, dirigenti, studenti, appassionati, in luoghi istituzionali e non, insieme ad AgID e al TEAM, e a chiunque altro ci sarà nel prossimo futuro (un Ministro?) – un progetto che era partito “bottom up” e che, probabilmente, ora è sentito troppo “top down”, distante dal “chiunque” che ne è sempre stato il fulcro.

Per farlo, servirà provare (Yoda, Yoda) a lavorare in un’unica direzione, trovare un orizzonte comune: non solo un insieme di persone, ma azioni coordinate con una visione progettuale e prospettica che sfugga – per forza di cose – da vessilli di bandiera, sia pure solo ideologica. E quindi ben venga, anche in tale direzione, la nuova riforma della PSI, la “three” “is a magic number” diceva un famoso claim pubblicitario. Del resto, il medesimo insegnamento ci arriva dall’altra, importantissima ricorrenza di questi giorni, i trent’anni del world wide web, senza il quale la stessa “ricercabilità ubiquitaria” dei dati aperti non sarebbe possibile (e il Garante avrebbe avuto qualche mal di pancia in meno…).

Da ultimo, ma non certo per importanza, lascio la fondamentale riflessione sui temi etici, che deve uscire dagli scritti dei soliti e, senza diventare l’ennesima buzzword, permeare di sé ogni singola azione immaginata e pianificata: di etica dei dati si parla troppo poco, ma i risvolti possono essere inimmaginabili e, per taluni aspetti, inquietanti. Serve domandarselo ora. Proviamo ad allargare la riflessione, anche qui da noi, a filosofi e sociologi, a designer e architetti dell’informazione, per creare un futuro in cui i dati aperti siano parte integrante del nostro agire e fruire quotidiano.

Quindi sì, alla fine la stagione c’entra: la primavera ha a che fare con il risveglio, con il rinnovamento, con la vita che continua; ma è, anche e da sempre, metafora di libertà, democratizzazione e riforme.

Quelle che ci aspettiamo, quelle di cui necessitiamo per proseguire un percorso essenziale ma appena iniziato.

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