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Bankitalia: “Il digitale, olio per la macchina giudiziaria”

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Non è possibile sostenere in termini netti che la giustizia amministrativa è un fattore di “blocco” dello sviluppo economico del Paese. Il problema è triplice e riguarda il funzionamento della macchina giudiziaria, quello delle amministrazioni il cui operato viene sindacato e lo stesso ordinamento

17 Giugno 2016

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Salvatore Rossi, direttore generale Banca d'Italia

Ricorre nel comune sentire dei cittadini e delle imprese un’idea del giudice amministrativo come di colui che “blocca”: gli appalti, la localizzazione e la realizzazione di opere pubbliche. D’altra parte si sostiene che ricorrere al TAR è uno strumento troppo comodo: usarlo per impugnare qualunque decisione amministrativa non gradita, tanto per provarci o anche solo per infastidire un concorrente costa poco, tenuto conto degli interessi in gioco.

Ne discende una diagnosi di “patologia del giudizio amministrativo”: da una parte, il proliferare dei ricorsi allunga i tempi e rischia di rendere disomogenee le decisioni; dall’altra, il profluvio di pronunce giurisdizionali può andare al di là della necessaria tutela del cittadino e delle imprese, frenando lo sviluppo economico.

Questo è tutto vero?

Le evidenze disponibili sono limitate e non è possibile sostenere in termini netti e generali che la giustizia amministrativa è un fattore di “blocco” dello sviluppo economico del Paese. Anche se a volte l’impressione che ciò accada è fondata. A mio parere, il problema è triplice e riguarda il funzionamento della macchina giudiziaria; quello delle amministrazioni il cui operato viene sindacato; lo stesso ordinamento.

La piaga della durata eccessiva dei processi che ancora affligge la giustizia civile sembra meno grave nel caso della giustizia amministrativa, ma non bisogna trarne la conclusione che non vi siano correttivi da apportare. L’arretrato è ancora cospicuo, i giudizi durano comunque troppo in molti casi. Sono senz’altro da perseguire soluzioni organizzative che consentano di accrescere la produttività dei giudici e degli uffici e che valorizzino le loro competenze specialistiche, un uso più sistematico delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Sotto quest’ultimo profilo, l’imminente avvio del processo amministrativo telematico (dal 1° luglio 2016) potrebbe portare, come sta avvenendo nella giustizia civile, a notevoli miglioramenti.

La forte litigiosità giudiziaria, soprattutto nelle regioni meridionali, discende anche dal malfunzionamento, più accentuato al Sud, delle amministrazioni pubbliche. Su quest’ultimo tante analisi sono state fatte. Qualche passo avanti nel recupero di efficacia dell’azione pubblica è stato già compiuto. L’attenzione è ora appuntata sulla riforma generale della pubblica amministrazione varata recentemente dal Parlamento, in corso di definizione attraverso una molteplicità di decreti attuativi, da cui si attende la svolta decisiva.

Ma l’eccesso di litigiosità dipende anche, da un lato, dall’inquinamento normativo, cioè dalle tante norme mal scritte e continuamente cambiate; dall’altro, da calcoli opportunistici da parte di chi promuove l’azione giudiziaria, che fanno leva proprio sull’inefficienza della giurisdizione. A disincentivare questi ultimi basterebbe un uso più rigoroso da parte del giudice amministrativo di strumenti già previsti dal nostro sistema, come le condanne per lite temeraria e alla rifusione delle spese giudiziali.

Insomma, per attenuare, se non per risolvere, il conflitto fra la tutela dei singoli e quella dell’interesse generale nell’esercizio della giustizia amministrativa andrebbe adoperata una giusta combinazione di pragmatismo e auto-moderazione del giudice, buona regolazione, buona amministrazione.

Una strada semplice, eppure impervia.