Gli Open Data entrano nel patto elettorale

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L’ingresso degli open data nei temi della campagna elettorale delle amministrative è associato principalmente alla promessa di trasparenza, ed è comunque un passo irreversibile verso la concezione dell’apertura come diritto e non come concessione. Un percorso che si basa sulle attuali normative, che hanno bisogno solo di essere riaffermate e finalmente del tutto attuate

6 Maggio 2016

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Nello iacono, Stati Generali dell'Innovazione

Credo non sia affatto da trascurare l’ingresso degli open data nei temi della campagna elettorale delle amministrative, soprattutto quella di Roma. Nei programmi dei candidati troviamo, infatti, il tema specifico della trasparenza esplicitamente correlato con l’utilizzo degli open data, con dichiarazioni come “più trasparenza, più controlli e un sistema open data semplice intuitivo” oppure “puntiamo su open data e trasparenza totale”.

Si afferma, così, un principio che fino a poco tempo fa non era assolutamente scontato, e cioè che gli open data non sono soltanto un adempimento rispetto ad una richiesta specifica di un piccolo universo di tecnici e specialisti, o una illuminata iniziativa di alcune amministrazioni verso una popolazione non sempre attenta e preparata. L’entrata in campagna elettorale è sintomo evidente dell’importanza degli open data nella costruzione stessa del rapporto di fiducia tra amministrazione e cittadini, strumento essenziale per far sì che l’amministrazione sia “casa di vetro” e quindi materiale indispensabile per affermare il principio della trasparenza.

In questo modo, entrando l’open data come elemento del patto tra sindaci e cittadini, si può finalmente sperare di realizzare il salto decisivo dalla pubblicazione di ciò che c’è a quella di ciò che è richiesto e utile. Dove l’utilità deve essere misurata dall’effettivo riuso, nell’informazione, nella conoscenza e nei servizi.

Negli ultimi due anni abbiamo assistito a un proliferare di apertura di portali open data nella amministrazioni: in quasi tutte le regioni (come la più recente della Regione Lazio o quella più consolidata della Regione Toscana ), in quasi tutti i ministeri e le amministrazioni centrali(come il Ministero dello Sviluppo Economico , l’Agenzia per il Demanio , il Ministero delle Infrastrutture , oltre che naturalmente il MEF con soldiPubblici). Inoltre, c’è chi, come il Ministero delle Infrastrutture già citato, ha avviato un percorso di apertura dei dati rispetto al suo “core business”, i suoi programmi strategici. Non solo trasparenza, ma open data per dar conto del proprio operato, accountability reale. E sull’esempio di OpenCoesione, molti studenti si sono cimentati nella comprensione operativa della potenza enorme degli open data per verificare stati avanzamenti e risorse.

Questo è certamente un percorso importante di educazione non solo al digitale, ma anche alla democrazia partecipata. Siamo agli inizi, ma siamo sulla strada dell’open government.

E tutto questo è possibile in gran parte grazie alle innovazioni normative del 2012, quando è stata introdotta una normativa che in quel momento era d’avanguardia e che oggi mantiene una buona adeguatezza, anche grazie al principio dell’”open data by default”, confermato anche nel decreto di modifica al Cad approvato in esame preliminare dal governo.

Ed è stato possibile nonostante un’attuazione non coordinata, con delle previsioni di coordinamento e monitoraggio sull’attuazione della normativa affidate ad Agid, ma finora senza i necessari strumenti, e quindi con delle ottime linee guida ma un’agenda nazionale (che dovrebbe contenere gli obiettivi da raggiungere da parte delle amministrazioni) ferma all’edizione 2014 e un rapporto di stato avanzamento mai pubblicato.

Su questo fronte ci si aspetta a breve un riassetto che consenta ad Agid di riprendere il percorso, in parte interrotto, di coordinatore e guida, riposizionando il ruolo del portale dati.gov.it, oggi alla ricerca di una nuova identità. Magari con una normativa che rafforzi i principi innovativi già presenti e valorizzi i frutti delle esperienze realizzate sul territorio, anche grazie alle iniziative che sono partite dalle comunità. E dia una spinta verso alcuni temi, come le ontologie, la qualità, il monitoraggio del riuso, che pure sono già presenti nella normativa ma non hanno avuto fin qui il sostegno necessario.

Associata principalmente alla Trasparenza, la promessa di aprire i dati è comunque un passo irreversibile verso la concezione dell’apertura come diritto e non come concessione. Concetti che sono già stati espressi negli anni scorsi, ma non entrando come diritto richiesto dai cittadini verso i governanti, se non per un settore più evoluto digitalmente.

È anche vero che gli open data escono dalla nicchia degli specialisti del digitale non perché viene compreso il potenziale enorme di sviluppo (questa consapevolezza rimane ancora limitata), ma perché sostengono l’esigenza di fronteggiare la corruzione e l’eccesso di burocrazia, male profondo di paesi come il nostro.

Comunque sia, è un passo importante. Può segnare una svolta che bisogna essere in grado di sostenere.

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