La tela di Penelope dell’Italia digitale

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Nonostante tutto  e nonostante la lettura mattutina dei titoli dei giornali, voglio essere ottimista e quindi, prima di commentare il fatto che nella famosa lettera programma del Governo all’Ue “per lo sviluppo e la crescita” non sia mai nominata la rete, mai nominato Internet, mai accennato all’economia digitale che pure impatta per il 5% del PIL nei Paesi sviluppati e più smart e solo il 2% in Italia; prima di andare a vedere se le indiscrezioni di questa mattina su un ennesimo stanziamento (gli altri sono stati tutti disattesi) sulla banda larga sarà reale o solo annunciato, prima di ogni delusione voglio raccontarvi tre fatti positivi, anzi tre e mezzo.

3 Novembre 2011

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

Nonostante tutto  e nonostante la lettura mattutina dei titoli dei giornali, voglio essere ottimista e quindi, prima di commentare il fatto che nella famosa lettera programma del Governo all’Ue “per lo sviluppo e la crescita” non sia mai nominata la rete, mai nominato Internet, mai accennato all’economia digitale che pure impatta per il 5% del PIL nei Paesi sviluppati e più smart e solo il 2% in Italia; prima di andare a vedere se le indiscrezioni di questa mattina su un ennesimo stanziamento (gli altri sono stati tutti disattesi) sulla banda larga sarà reale o solo annunciato, prima di ogni delusione voglio raccontarvi tre fatti positivi, anzi tre e mezzo.

1.      Il primo deve ancora succedere, ma manca poco: è la prima tappa degli Stati generali dell’Innovazione che si svolgerà a Roma (nell’Aula Magna dell’Università Roma Tre) il 25 e il 26 novembre prossimi. Oltre 40 associazioni ed organizzazioni della rete, tra cui anche FORUM PA, promuovono un momento comune di riflessione e proposta per costruire una prospettiva condivisa per l’Italia e per un cambio effettivo nella politica dell’innovazione, verso la realizzazione di un sistema di innovazione diffusa, un’innovazione che nasce dalle comunità e che al benessere delle comunità, in quanto reti relazionali, economiche e sociali, è principalmente rivolta.
L’idea è espressa in un articolato manifesto di proposte che comincia così:
“L’innovazione è la leva sulla quale investire per uscire dalla crisi. Non accade in Italia, dove l’innovazione non nasce nell’ambito di una strategia complessiva del sistema paese.
Per questo crediamo che sia necessario liberare l’innovazione e che le migliori opportunità di crescita per il nostro Paese siano offerte dalla creatività dei giovani, dal riconoscimento del merito, dall’abbattimento del digital divide, dal rinnovamento dello Stato attraverso l’Open Government.”

2.       Il secondo è già online ed è il libro bianco, che è insieme un appello e un programma, che un gruppo di aziende dell’economia digitale denominato “Digital Advisory Group” e coordinato dall’Ambasciata degli USA in Italia ha pubblicato per proporre al confronto pubblico “quattro nodi, cinque ostacoli e dodici idee per sviluppare l’economia digitale italiana.   Ve ne anticipo un breve incipit per farvi venire la voglia di leggerlo.
“Oggi, nei paesi che sfruttano intensamente il potenziale di Internet, l’economia digitale sta già producendo benefici notevoli in termini di contribuzione diretta al PIL nazionale. In Svezia e nel Regno Unito, per esempio, il contributo diretto al PIL di Internet è superiore al 5%. (…….) Nell’ultimo decennio, la capacità dell’Italia di sviluppare servizi digitali innovativi e bestpractice di portata internazionale è progressivamente calata e Internet è ancora un’opportunità poco sfruttata in Italia: l’impatto diretto dell’economia digitale sul PIL ammonta a circa il 2%, ben al di sotto di quello di molti altri paesi dell’OCSE. Invertire questa tendenza, rilanciando la capacità di innovare in ambito digitale, costituisce un’opportunità imperdibile per il nostro paese, se consideriamo che dal 2005 l’economia digitale ha costituito una porzione rilevante della crescita economica (pari a circa il 14%).”

3.      Il terzo fatto è la sorprendente risposta, ricca e condivisa, al nostro contest per idee d’innovazione per una PA migliore. Sono già 180 le idee arrivate con oltre 1.500 voti e più di 650 commenti. Tra queste sono stabilmente nella cinquina di testa delle più votate tre idee legate allo sviluppo digitale della PA: adottare software libero nella PA, Integrare veramente e operativamente i database pubblici, sviluppare gli Open Data. Tre idee che in fondo sono una sola e che si possono riassumere nel principio dell’Open Government, da noi assunto come “tema dell’anno”.

3 ½ Un’ultima notizia, che sarà buona se non saranno solo parole, è la grande rilevanza che ha avuto l’innovazione digitale e l’economia di rete in un evento di cui molto si è discusso: la manifestazione alla Stazione Leopolda di Firenze promossa da Matteo Renzi.
Io, curioso come sono, sono andato a vederla di persona. Pensavo di starci un’oretta per respirarne l’aria e ci sono rimasto una giornata intera. Al di là di ogni giudizio politico, che lascio alla vostra sensibilità, devo dire che lì di economia digitale, di impatto di Internet sullo sviluppo, di Open Government si è parlato eccome e ne hanno parlato i giovani, quei giovani che teniamo fuori dalle nostre amministrazioni e dalle nostre stanze dei bottoni. È vero che fare dell’innovazione solo un fatto generazionale è riduttivo e stupido, ma è di converso altrettanto vero che sperare di fare innovazione senza giovani è un’illusione, un simulacro destinato a svanire al primo vero vento di novità. Insomma potremmo dire che per pensare qualcosa di utile e di intelligente sull’innovazione non è sufficiente ascoltare i giovani, ma è assolutamente necessario. Il mezzo punto invece del punto intero deriva da uno scivolone; quando dagli slogan si è passati alla realizzazione e le cento idee del wiki-pd sono prima state messe in rete in pdf, poi in un formato commentabile, ma non elaborabile, e quindi tutto meno che un wiki. Un intelligente commento su questo lo trovate nel sempre lucido blog di Guido Vetere su Nova online.

E veniamo alle dolenti note: tutta questa tela tessuta in pochi giorni rischierebbe di essere disfatta e in un momento come la tela di Penelope se, come ci sembra dalle prime letture, il programma di Governo progettasse di far uscire il Paese dalla crisi e di portarlo sulla strada dello sviluppo e della crescita solo con i ponti (sullo Stretto o meno) o “cantierando” qualche strada, senza investire nell’economia digitale e nell’innovazione. Eppure basterebbe leggere i rapporti internazionali (ne sono usciti due diversi e concordi[1] negli ultimi mesi) per verificare quanto potrebbe fare per la crescita e l’occupazione una decisa svolta verso l’economia digitale che parta una buona volta da considerare l’accesso alla rete come un “servizio universale”. Non servono molte parole, basterebbe guardare quello che stanno facendo i nostri competitor che, pur nella tempesta della crisi, tengono la barra dritta su i fondamentali settori che saranno le armi con cui potremo competere domani.

 


[1] Sto parlando del rapporto del settembre 2011 del Boston Consulting Group http://www.bcg.de/documents/file84709.pdf e del rapporto McKinsey Global Insitute del maggio 2011 http://www.mckinsey.com/mgi/publications/internet_matters/pdfs/MGI_internet_matters_full_report.pdf