Open data, passare dalle buone pratiche alla strategia - FPA

Open data, passare dalle buone pratiche alla strategia

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Il tema degli open data continua ad essere argomento di nicchia. E questo nonostante buone pratiche di dataset aperti di qualità si stiano diffondendo in modo sempre più visibile. Per questo è necessario che ci sia una chiara strategia sugli open data. O, meglio ancora, che l’openness diventi strategica

8 Aprile 2016

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Nello iacono, Stati Generali dell'Innovazione

Il tema degli open data continua ad essere argomento di nicchia. E questo nonostante buone pratiche di produzione e pubblicazione di dataset aperti di qualità si stiano diffondendo in modo sempre più visibile. Anche soltanto guardando quanto si sta muovendo a livello di amministrazioni centrali, dall’esperienza di OpenCantieri a quella di OpenAid, da quella del Mibact a quella di Ispra, a quella del Mise o dell’Agenzia del Demanio, soltanto per citarne alcune, l’impressione è che la cultura dei dati aperti stia avanzando, e sia in grado oggi di concretizzarsi in casi che danno chiara idea dei benefici di questo approccio all’apertura. D’altra parte, è altrettanto evidente che, anche a causa di un’analfabetismo funzionale elevatissimo e di un’analfabetismo digitale che ci colloca tra gli ultimi Paesi in Europa, rimangono esclusi da questo fenomeno molti cittadini, molte imprese e molti decisori. Per cui alle buone pratiche di produzione di dati aperti corrispondono pochi “buoni riusi” e poca robustezza strategica.

Ma qui il tema non è solo quello degli open data. Più in generale, è utile affrontare questo tema in quello più generale della “openness” in senso lato (e su questo si concentra un prossimo evento che si terrà alla Camera), e di una “cultura aperta” che diventa condizione essenziale per una strategia di sistema.

Un approccio che è strettamente connesso

  • con gli obiettivi che con la cultura aperta si vogliono perseguire, in termini di maggiore capacità per i cittadini di partecipare alla vita sociale e politica, ma anche di maggiore possibilità di costruire propri percorsi di sviluppo;
  • con gli strumenti che rendono effettiva la openness, dagli open data alle licenze libere (e quindi affrontando il tema del diritto d’autore e della protezione della proprietà intellettuale).

In questo senso, è chiara l’esigenza di affrontare in modo organico i problemi connessi alla diffusione e alla condivisione dell’informazione e della conoscenza nella società, in modo anche che queste possano essere alla base anche di modelli diversi di sviluppo e di crescita (da cui il tema dell’“Open Innovation”).

Seguendo Open Knowledge Foundation, la conoscenza aperta è “quella che gli open data diventano quando sono utili, usabili ed effettivamente usati”.

Un utile spunto è la visione espressa nella Carta d’Intenti per l’Innovazione, realizzata nel 2013 dall’Associazione Stati Generali dell’Innovazione, sull’openness “intesa come modello collaborativo di produzione e di conoscenza che attraversa sia il tema dell’open government, declinato anche attraverso gli open data, sia la realizzazione/utilizzo di prodotti software, sia la progettualità diffusa, come possibilità di connettere idee e proposte, progetti ed esperienze”.

Ecco che allora il tema dell’openness diventa quello del modello di società che si vuol realizzare, e in questo scenario gli open data sono uno strumento strategico fondamentale, perché nel considerare l’accesso e la disponibilità di informazioni e dati come diritto di cittadinanza si apre la porta alla possibilità di esprimere la ricchezza che proviene dal coinvolgimento dei molti.

Openness vuol dire anche favorire la partecipazione dei cittadini, mettendoli nelle condizioni di reperire informazione adeguate, dando loro gli strumenti e le chiavi di lettura, e, quindi, fornendo loro la possibilità di rilasciare contributi e feedback, partecipando attivamente alla costruzione della propria forma di governo.

E, quindi, realizzazione degli elementi fondanti dell’Open Government:

  • Trasparenza, in cui ricade anche il tema dell’accesso alle informazioni pubbliche, portato avanti dalla richiesta di un Foia (Freedom of Information Act),
  • Partecipazione e Collaborazione;
  • Accountability, e quindi dar conto delle proprie decisioni.

Svolta così, la tematica dell’openness è dirimente a livello strategico e non è affrontabile in modo episodico e, nel caso del settore pubblico, per singola amministrazione. Perché per costruire un sistema di conoscenza aperta abbiamo bisogno di un linguaggio comune, e quindi di ontologie che si raccordino tra loro (ciascuna esperienza di successo parte da questo punto), in un contesto collaborativo che si evolve in costante confronto. E occorre una regia forte che coordini questi sforzi. Ma anche perché la scelta dell’accountability è una scelta politica e non può che essere generale, perché deve essere percepita come sostanziale e definitiva.

E anche perché l’ecosistema da costruire, che raccomanda l’Unione Europea, deve vedere i cittadini del tutto protagonisti, e quindi le amministrazioni attente a che i dati di interesse pubblico non siano solo aperti ma anche comprensibili a tutti, con iniziative proattive di semplificazione, visualizzazione e anche educazione alla lettura dei dati. Al contrario di quanto sta avvenendo con il decreto sul Foia (Freedom of Information Act), con un’attenzione specifica ad avvicinare il cittadino visto come prezioso collaboratore delle amministrazioni.

Per questo è importante continuare a sostenere e dare la massima visibilità alle ottime pratiche di apertura che si stanno diffondendo, ma allo stesso tempo è necessario pretendere che ci sia una chiara strategia sugli open data. O, meglio ancora, che l’openness diventi strategica.