PA digitale, chi l’ha vista?

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Cominciamo da un aneddoto: mi sono trovato ieri ad un tavolo con molte delle aziende multinazionali di ICT che operano nel mercato pubblico italiano. Nella chiacchierata (era un tavolo sulla sanità elettronica) l’umor nero era generalizzato: tutte, ma proprio tutte, le aziende lamentavano che il ruolo del public sector italiano è sempre più calante nel panorama internazionale, che le case madri disinvestono dalla PA italiana sia in termini di persone, che di risorse per la ricerca e quindi di innovazione, che il mercato appare sempre più confuso, frammentato in piccole e piccolissime iniziative e lento nelle decisioni.

17 Settembre 2008

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

Cominciamo da un aneddoto: mi sono trovato ieri ad un tavolo con molte delle aziende multinazionali di ICT che operano nel mercato pubblico italiano. Nella chiacchierata (era un tavolo sulla sanità elettronica) l’umor nero era generalizzato: tutte, ma proprio tutte, le aziende lamentavano che il ruolo del public sector italiano è sempre più calante nel panorama internazionale, che le case madri disinvestono dalla PA italiana sia in termini di persone, che di risorse per la ricerca e quindi di innovazione, che il mercato appare sempre più confuso, frammentato in piccole e piccolissime iniziative e lento nelle decisioni.

Questo mood generalizzato trova conferma in una drammatica asimmetria tra l’enfasi mediatica sulla pur necessaria riforma del pubblico impiego (lotta all’assenteismo, ripristino di normali regole del gioco, riconoscimento del merito) e il silenzio assordante su quello che doveva essere un grande “progetto Paese”: la costruzione della PA digitale.

C’è qualche accenno nel Piano industriale del Ministro Brunetta; c’è l’annuncio del progetto “reti amiche”, ancora tutto da riempire; c’è un appello alla PA senza carta che per ora trova concretezza normativa solo nell’ultimo anello della catena, quello della riduzione dei costi di stampa, senza per altro far ripartire il processo verso la dematerializzazione che pure passi importanti, ancorché non decisivi, aveva fatto. C’è poco altro.

Dal mio osservatorio vedo, quindi, calma piatta. Probabilmente molte cose si fanno e non emergono, certamente sono allo studio riassetti importanti che potrebbero dare un ordine all’arcipelago di enti (dal DIT al CNIPA, dal Formez, alla Commissione permanente per l’innovazione tecnologica per non citarne che quattro) che hanno il compito di guidare l’ICT pubblica, ma certo, per ora, una politica chiara, coraggiosa, fatta di poche e decisive azioni non si vede.

Da dove ripartire? A mio parere un filo conduttore c’è ed è, per fortuna, una legge dello Stato di prima grandezza. Va recuperato e subito il Codice dell’Amministrazione Digitale che dava linee chiare e condivise (una volta tanto realmente bipartisan) e che indicava scadenze, ormai ahimè trascorse da tempo senza effetti.

Il CAD presenta, infatti, già un quadro di diritti e di strumenti del tutto adeguato basato sull’assunto base che l’interazione tra cittadini (e imprese) con la PA deve sempre essere possibile per via telematica e che questa sia sempre e comunque la norma.

Come abbiamo detto molti degli obiettivi lì indicati sono rimasti lettera morta e molti degli strumenti chiave sono in effetti non disponibili o comunque non utilizzati.
Io ripartirei da lì e individuerei alcuni obiettivi prioritari che sono già legge dello Stato, quali ad esempio:

  • La comunicazione G2C e G2E (Government to Citizen e Government to Enterprise) e viceversa tramite posta elettronica (la pagella elettronica che il Ministro Brunetta aveva evocato nei primi giorni del suo mandato ne è solo un esempio) e l’uso generalizzato della Posta Elettronica Certificata.
  • I pagamenti elettronici verso la PA e da parte della PA.
  • Le caratteristiche minime informative, di accessibilità e di usabilità dei siti Internet delle PA centrali e locali e la loro razionalizzazione. Potrebbero qui integrarsi i progetti di e-Democracy.
  • La cooperazione applicativa nell’ambito del sistema pubblico di connettività (SPC).
  • L’effettiva disponibilità dei dati pubblici tra amministrazioni e l’istituzione delle “basi di dati di interesse nazionale”.
  • La valorizzazione degli stessi dati come “bene comune” da mettere a disposizione (con le necessarie regole) del mercato (vedi direttiva europea sulla valorizzazione dei dati pubblici). Su questo si veda l’interessante convegno di Confindustria Servizi Innovativi.
  • La dematerializzazione basata sul “fascicolo digitale” e sulla gestione integrata dei documenti sino alla archiviazione e conservazione digitale.

Su questo terreno avrebbe senso radicare poi pochi e definiti progetti settoriali per la sanità, la scuola, il turismo, il lavoro, la sicurezza, la mobilità, ecc.
Sperare, invece, che questi abbiano successo in una PA che non sia diffusamente digitale è come voler metter l’acqua in un colabrodo: non tiene.

Molto altro ci sarebbe da dire sull’argomento, dai fondi sempre calanti in un settore in cui, invece, bisognerebbe coraggiosamente investire per aver speranza di risparmiare in seguito, alla funzione di driver che una PA digitale avrebbe verso l’innovazione dell’Italia, drammaticamente sempre più “periferia”, alla necessità di dar spazio ai giovani e alle nuove professionalità (lo sapete è un mio chiodo fisso), ma tutto questo viene dopo. Per ora però quel che è più necessario è invertire la tendenza e dare un segno chiaro a cittadini, amministrazioni e aziende che il tema è ancora al centro dell’agenda politica, perché l’Alitalia sarà importante, ma è qui che si gioca davvero il futuro del Paese.