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Solo le città medie possono salvare l’european dream

La settimana scorsa sono stato invitato a parlare di sviluppo in una bella iniziativa messa in piedi da ANCI e dal Comune di Bergamo che si poneva l’obiettivo di mettere in evidenza il ruolo delle “città medie” per lo sviluppo economico e sociale delle comunità locali. Lì mi è stato più chiaro il perché questa dimensione urbana sia la più idonea a produrre coesione sociale e migliore qualità della vita. Provo ad articolare il ragionamento in tre tappe

Foto di Eduard Militaru su Unsplash - https://unsplash.com/photos/a9bzkw1wsxo

Sviluppo sostenibile, qualità della vita, dialogo, tolleranza, inclusione, accoglienza, coesione sociale, multiculturalità sono queste le caratteristiche che qualche anno fa Jeremy Rifkin attribuiva al “sogno europeo” contrapponendolo al “sogno americano” fatto di duro e competitivo lavoro individuale per conquistare praterie di benessere materiale e potersi permettere nuovi e invidiati consumi. Al di là di qualche ruga data dal tempo e qualche luogo comune, il tema che il lavoro di Rifkin poneva permane e la sostenibilità dello sviluppo, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sociale, politico ed economico è ormai argomento al centro delle agende di molti Paesi e della stessa ONU che, con l’Agenda 2030 e i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), ne ha indicato un ambizioso percorso.

Non c’è dubbio però che il sogno europeo, così come Rifkin lo aveva descritto, appare oggi per lo meno appannato, indebolito da crescenti chiusure, da sterili spinte egoistiche, da antistoriche costruzioni di muri lì dove servirebbero ponti. Difficilmente saranno gli Stati centrali, sempre più lontani dai cittadini, a recuperare questi valori, probabilmente è altrove che dobbiamo rivolgerci. Le città medie possono essere in questo senso laboratori di quella innovazione, che io chiamo “innovazione empatica”, che è basata sul valore della persona e sul rispetto di tutte le persone nelle loro molteplici sfaccettature di razza, religione, orientamenti sessuali, culture e stili di vita.

La settimana scorsa sono stato invitato a parlare di sviluppo in una bella iniziativa messa in piedi da ANCI e dal Comune di Bergamo che si poneva l’obiettivo di mettere in evidenza proprio il ruolo delle “città medie” per lo sviluppo economico e sociale delle comunità locali. Lì mi è stato più chiaro il perché questa dimensione urbana sia la più idonea a produrre coesione sociale e migliore qualità della vita. Provo ad articolare il ragionamento in tre tappe.

  1. Le città medie, città sostenibili
    Si tratta di una constatazione evidence based. Se prendiamo i dati del nostro Icityrate (edizione 2017, la prossima del 2018 sarà divulgata durante IcityLab a Firenze il 17 ottobre), che misura la smartness delle città in termini di distanza dagli obiettivi di sviluppo sostenibile, troviamo che le città medie sono in prima fila. Ben cinque (Trento, Bergamo, Ravenna, Parma, Modena) nella top ten, due delle quali (Trento e Bergamo) in forte accelerazione rispetto agli scorsi anni. Ma a ben vedere, la gran parte delle città medie prese in esame hanno generalmente fatto registrare dei passi in avanti rispetto al 2016. Nello specifico emergono rispetto alle politiche di contrasto alla povertà e al crescere delle disuguaglianze, di trasformazione digitale, di ricerca e innovazione, di mobilità sostenibile, di gestione dei rifiuti.
  2. Città medie, centri di servizio e di aggregazione dei territori
    Al paradigma delle smart city si affianca sempre più spesso quello della smart land ossia del territorio intelligente, della città diffusa. Sono proprio le città medie che, in questo ambito, hanno la maggiore capacità di aggregare il territorio e di fornire servizi e visioni. Spesso non ne sono capaci infatti le città metropolitane, caratterizzate da forze centripete, né le cittadine troppo piccole che vedono continue spinte centrifughe. La città media può quindi divenire nodo principale di una molteplicità di reti: reti di trasporto, reti telematiche, reti commerciali, reti di servizi.
    Proprio per questa posizione privilegiata le città medie sono quelle in cui è più avanti l’innovazione. Molte di queste sono nettamente sopra la media nazionale nella trasformazione digitale e nella disponibilità di servizi online: è a quelle che dobbiamo guardare non per frenarle in un triste livellamento al ribasso, ma per farle correre avanti ancor di più, così che le altre città abbiano modelli da seguire e vedano in tempo errori da evitare.
  3. Città medie, città della sperimentazione
    Le città medie sono poi le città in cui è maggiormente utile e produttivo avere più coraggio. Sono infatti i luoghi ideali per la sperimentazione. Una sperimentazione in deroga che permetta una metodologia di proof of concept.
    Il nostro Paese ha un atteggiamento contraddittorio rispetto alla sperimentazione innovativa: da una parte ne ha paura perché non ha il coraggio di accettare il rischio del fallimento che, nell’innovazione, è invece un panorama non solo possibile, ma a volte anche, se correttamente inteso, auspicabile, perché evita di generalizzare strategie non adeguate. Fallimento che comporta invece nella PA un immediato giudizio sulle persone e un consueto scuotimento di testa del burocrate difensivo seguito da un “ma chi te l’ha fatto fare!”. Dall’altra quando riusciamo a fare, spesso con una Partnership Pubblico Privato, qualche pilota (una grande azienda multinazionale di IT ci chiamava pilot country proprio per la quantità di sperimentazioni gratuite che gli chiedeva la PA) non ne traiamo nessuna conseguenza né per il bene né per il male.
    Nelle città medie si può sperimentare dandosi il tempo che ci vuole (lo short termism è il grande male della nostra epoca) e traendone le giuste conseguenze. Soluzioni nuove ai grandi problemi delle nostre comunità che vanno dal traffico alle emissioni di gas serra, dai necessari nuovi modelli di welfare all’incentivazione all’imprenditoria, richiedono laboratori sperimentali che, nella dimensione della città media, possono trovare l’ambiente adatto e anche una giusta governance che sia vicina, attenta, collaborativa.

Tornando al sogno europeo le città medie italiane hanno poi anche altri aspetti che ne fanno un baluardo di innovazione empatica: sono le città delle piazze, le città degli incontri, le città dei caffè, le città della bellezza e della storia, le città della solidarietà, del volontariato, della cooperazione, dell’attenzione, della cura. Sono le città in cui anche le differenze possono divenire ricchezza e non divisione. O almeno lo speriamo e a queste comunità guardiamo con fiducia in un momento in cui questi valori generativi sono disattesi e tacciati di ingenuo buonismo.