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Sviluppare competenze digitali a partire dalla consapevolezza che alcune precondizioni debbano muoversi parallele​

Assistiamo al proliferare di applicazioni e protocolli informatici, non agevolmente strutturati in modo univoco per tutte le amministrazioni, piuttosto che sperimentare le risorse di budget e di tempo sulla formazione di nuove figure professionali. Come ha evidenziato in più occasioni Luca Attias della Corte dei Conti “in Italia ci sono professioni attualmente sbagliate. Se le applicazioni non sono interoperabili è persino inutile parlare di open data, big data, sistemi conoscitivi”

Foto di Georgie Pauwels rilasciata in cchttps://flic.kr/p/fzebWj

Nella classifica digitale europea, l’Italia occupa il 25° posto e il vero nodo critico è la scarsa presenza di competenze digitali: è subito emergenza digitale.

Nel repertorio di vicende interne alla digitalizzazione del nostro paese, che provoca il decadimento dell’offerta di servizi pubblici in modalità digitale, c’è la mancata ridefinizione dei processi, dei ruoli tra le amministrazioni coinvolte, c’è la mancata attenzione alle persone, agli assetti organizzativi. Tutto ciò che sappiamo si presenta come la scarsa formazione delle risorse umane.

Manca un’adeguata cultura digitale, parallelamente allo sviluppo delle applicazioni informatiche, delle infrastrutture immateriali (come SPID, PagoPA, conservazione documentale, ANPR), all’adozione dei modelli Cloud per la migrazione del nostro patrimonio ICT (siamo il paese che ha circa tra i 10 e 14mila Data Center pubblici). Assistiamo al proliferare di applicazioni e protocolli informatici, non agevolmente strutturati in modo univoco per tutte le amministrazioni, piuttosto che sperimentare le risorse di budget e di tempo sulla formazione di nuove figure professionali.

Come ha evidenziato in più occasioni Luca Attias, Direttore Generale Sistemi Informativi Automatizzati della Corte dei Conti, “in Italia ci sono professioni attualmente sbagliate. Se le applicazioni non sono interoperabili è persino inutile parlare di open data, big data, sistemi conoscitivi”. L’inadeguata digitalizzazione è testimoniata dai numeri del ranking internazionale dello sviluppo digitale, non a caso l’Italia, un paese che negli anni '70 era al livello di paesi scandinavi, è nella classifica DESI 2017- Digital Economy and Society Index - agli ultimi posti con Grecia, Bulgaria e Romania.

L’indice DESI, pubblicato di recente dalla Commissione Europea, misura lo stato di avanzamento dei paesi dell’UE in materia di digitalizzazione a livello economico e sociale, attraverso cinque indicatori: connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione della tecnologia digitale e servizi pubblici digitali.

Questa classifica rapportata a quella della Transparency International (rapporto 2016, l’Italia resta terzultima in Europa) conserva immobile un’unica proiezione. “La corruzione, non si combatte in modo incisivo con le leggi anticorruzione (che la maggior parte neppure legge), ma forse attraverso una corretta digitalizzazione, di cui in Italia non si vede nemmeno l'ombra”, questo il punto di vista di Attias.

Attualmente, qual è il problema dell'Italia sul digitale?
Secondo Attias “bisogna partire dalla consapevolezza delle precondizioni. Il governo a tutti i livelli, i cittadini, i media, devono partire dalla consapevolezza, affinché questa diventi notizia e si possa parlare di emergenza digitale”.

Quindi, da dove partire per un’effettiva trasformazione del nostro paese in chiave digitale?
“Bisogna partire - afferma Attias - dal punto di vista organizzativo e capire che il digitale non può andare su un canale separato da tutto il resto. I sistemi finti vanno eliminati: la pubblica amministrazione dagli aspetti fatiscenti, centinaia e centinaia di enti inutili che non servono a niente e persone che non fanno niente (in molti casi, incolpevolmente). Le riforme strutturali devono andare insieme al digitale e per questo parlo di cultura: non risolvi il problema dell'insegnamento del digitale nella scuola, se nella scuola non insegni correttamente l'inglese, l'educazione civica e la cittadinanza attiva”.

Ci sono una serie di precondizioni che devono andare tutte parallele.