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Il fenomeno dell’urbanizzazione in Italia

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Per studiare le forme, i livelli e le dinamiche di urbanizzazione è indispensabile, in primo luogo, disporre di una griglia territoriale di riferimento. L’Istat, per una ricerca realizzata a 360° sul fenomeno dell’urbanizzazione in Italia, ha utilizzato come base di riferimento la “geografia dei sistemi locali del lavoro”

12 Dicembre 2016

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Patrizia Fortunato

Esistono numerose e svariate definizioni di città e aree metropolitane. Per studiare le forme, i livelli e le dinamiche di urbanizzazione è indispensabile, in primo luogo, disporre di una griglia territoriale di riferimento. L’Istituto nazionale di statistica – Istat – per una ricerca realizzata a 360° sul fenomeno dell’urbanizzazione in Italia, non volendo aggiungere altre definizioni di città e di aree urbane, ha utilizzato come base di riferimento la “geografia dei sistemi locali del lavoro”.

Che cosa si intende per sistemi locali del lavoro? Ce lo spiega Sandro Cruciani, Direttore centrale per le statistiche ambientali e territoriali – Istat: sono delle aree auto-contenute, costruite cioè sulla base dei flussi di pendolarismo casa-lavoro, ed esprimono quindi delle aree funzionali, delle realtà dove la gente svolge la maggior parte delle proprie attività sociali ed economiche. Sono aree assimilate, a vari livelli, a delle zone urbane giornaliere.

L’Istituto sta lavorando sui contesti e i domini territoriali più rilevanti per le policy. L’Accordo di Partenariato (AdP) fra Stato italiano e Commissione europea, approvato il 29 ottobre del 2014, individua per il ciclo 2014-2020 tre opzioni strategiche: il tradizionale focus sulle aree disagiate, tipicamente quelle del Mezzogiorno, le Città e le Aree interne su cui la politica ha posto un grande interesse. Un conto è parlare di città, un conto è parlare di area funzionale urbana, un conto è affidarsi alle delimitazioni amministrative delle città metropolitane.

Con riferimento alle peculiarità delle singole dimensioni territoriali, si individuano delle strategie di intervento dell’asse urbano, si pone un ridisegno dei servizi urbani per gli utilizzatori dei territori. Le zone urbane giornaliere si pongono come driver di sviluppo territoriale. “In quelle zone i cittadini chiedono servizi di trasporto, servizi di commercio, servizi di cura, tutta una serie di servizi e strutture che – continua Cruciani – ne fanno nei fatti un’area funzionale urbana”.

I sistemi locali individuati sono 611 e coprono l’intero paese. Attraverso un approccio per passi, l’Istat ha rilevato quelli caratterizzati da livelli di urbanizzazione sicuramente più accentuati di altri. Cruciani ci illustra le fasi di ricerca adottate:

  • sono stati analizzati i sistemi locali di riferimento delle 14 città metropolitane, individuate con i comuni di Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bari, Catania, Firenze, Firenze, Bologna, Genova, Venezia, Messina, Reggio Calabria, Cagliari, disciplinate dalla legge Delrio (n.56 del 7 aprile 2014 “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”) e da leggi regionali per le città metropolitane di Sicilia e Sardegna;
  • a questi 14 sistemi locali sono state aggiunte altre realtà che sembravano significative sotto il profilo analitico (ad esempio dal punto di vista demografico) e sono stati aggiunti i sistemi locali che presentavano più di 500mila abitanti, in particolare quelli di Bergamo, Como, Busto Arsizio e Padova;
  • sono stati presi in considerazione quei sistemi locali che avessero un comune capoluogo di una certa rilevanza. È stata messa una soglia di 200 mila abitanti e sono stati acquisiti altri 3 sistemi locali che sono quelli di Verona, Trieste e Taranto.

Si sono così ottenuti 21 sistemi locali definiti dall’Istat principali realtà urbane, vale a dire aree dove i processi di urbanizzazione sono sicuramente rilevanti.
Fermo restando che i sistemi locali definiscono zone urbane giornaliere, l’Istat ha osservato i livelli urbanizzazione dei sistemi locali che afferiscono a città medie, prendendo come città medie la definizione proposta all’interno dell’Accordo di Partenariato (AdP) e prodotta nel 2014 dall’Istituto per la Finanza e l’Economia Locale – IFEL. Quindi, con finalità di confronto, sono stati individuati 86 sistemi locali, mentre i rimanenti 504 presentano livelli di urbanizzazione di limitata entità perché caratterizzati prevalentemente da medio-piccole dimensioni.

Dal punto di vista della densità abitativa, piuttosto che della superficie delle località abitate o della densità di popolazione, questa scelta crea una evidente differenza rispetto agli altri due gruppi: quello della città media e quello degli altri sistemi locali. “Questa scelta è stata anche rafforzata dal fatto che altri tipi di classificazione esterne, costruite per altre finalità, ci dicono che questa scelta era corretta”, lo sottolinea il Direttore centrale per le statistiche ambientali e territoriali illustrando le classificazioni adottate:
  • è stata presa in considerazione la classificazione europea sul livello di urbanizzazione dei Comuni, dove tutti i Comuni europei vengono classificati secondo un criterio che si basa su una griglia territoriale di riferimento di un km2 sulla quale si calcola la densità di popolazione, definendo così aree urbane ad alta densità, aree intermedie e aree rurali o a bassa densità. Questa una prima classificazione;
  • è stata confrontata questa selezione sia con quella individuata dalla strategia nazionale per le Aree interne che identifica le aree più marginali, ma al tempo stesso anche i centri e le zone periurbane, sia con la classificazione che è stata fatta dal Programma nazionale di sviluppo rurale che classifica i territori secondo quattro livelli: aree urbane e periurbane, aree rurale ad agricoltura intensiva e aree rurale di altro genere.

C’è una sovrapposizione di risultati. La sovrapposizione di queste classificazioni ci dice che le aree densamente popolate sono più elevate nelle principali realtà urbane, come potevamo immaginarci.
Questo è uno dei risultati che Cruciani presenterà nel convegno “Il Mezzogiorno delle città: permanenze, cambiamenti e prospettive” del 13 dicembre, con un focus sul Mezzogiorno. Si proverà a descrivere che sovrapposizione c’è tra la dimensione delle città metropolitane, quindi una dimensione totalmente amministrativa, e quella dei sistemi locali che corrisponde a una definizione più funzionale.
In conclusione Cruciani dichiara “il nostro messaggio da statistici, da persone che leggono il territorio, è che queste partizioni amministrative, in particolare le città metropolitane, non sono in grado di cogliere in maniera corretta il dispiegarsi di questi fenomeni di urbanizzazione, perché appunto seguono criteri prettamente amministrativi; il nostro suggerimento è quello di spostare l’attenzione su geografie nuove, come quelle che cittadini e imprese disegnano, nei fatti, con le loro scelte”.

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