Open innovation nella PA: il modello “Laboratori aperti”

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Scopriamo cosa sono i “Laboratori Aperti”, esempio concreto di open innovation nella PA a servizio dei territori dell’Emilia-Romagna, finanziati con i fondi europei POR FESR 2014-2020. Teatri, chiostri, chiese, palazzi, musei: ogni provincia è riuscita a recuperare edifici fatiscenti e a trasformarli in spazi contemporanei, polifunzionali, che ospitano attività innovative, all’avanguardia, culturali, di ricerca

17 Dicembre 2021

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Jacopo Naidi

Esperto di business transformation, fondatore di OpenMarketplace.it

Foto dal sito www.laboratoriaperti.it

Laboratori urbani nati per rendere i centri storici più attrattivi, anche attraverso il recupero di ex chiese, chiostri, immobili dismessi o spazi entrati ormai nell’archeologia industriale. Ma anche per favorire lo sviluppo digitale delle città, attraverso la partecipazione attiva di cittadini, imprese, pubblica amministrazione, mondo della ricerca e terzo settore sui temi dell’accesso ai servizi, della mobilità e della formazione. Sono i “Laboratori Aperti”, esempio virtuoso di open innovation nella PA, a servizio dei territori dell’Emilia-Romagna.

“Laboratori Aperti”: le premesse di un modello di innovazione sociale

Per capire meglio il modello dei “Laboratori Aperti” abbiamo sentito Fabio Sgaragli, head of innovation di Fondazione Giacomo Brodolini, che ha elencato le tre premesse essenziali per la riuscita di questo tipo di esperienza. Prima di tutto l’impulso all’innovazione aperta deve arrivare dalla PA, che “è l’organizzazione a cui è demandata dai cittadini la funzione di protezione dell’interesse generale e di presidio di alcune funzioni chiave dei territori, tra cui lo sviluppo economico e l’inclusione sociale.” Poi, il disegno delle finalità deve essere aperto e condiviso: a tutti gli attori locali – che siano del mondo profit o no profit – deve essere garantito in fase di progettazione di poter rappresentare i propri valori e le azioni intraprese sul territorio. Gli interessi devono, quindi, essere resi sinergici, con l’individuazione delle aree comuni di interesse per lo sviluppo locale. Infine, le attività devono svolgersi all’interno di spazi che siano nodo di sintesi dei diversi attori, in quanto spazio neutro di confronto.

Fase uno: l’impulso all’innovazione sociale parte dalla PA

Nel modello dei “Laboratori Aperti” è la politica regionale che ne finanzia la genesi, trasmettendo però la responsabilità della sorveglianza e della gestione dei luoghi alle amministrazioni locali proprietarie dell’immobile. L’operazione in Emilia-Romagna è stata finanziata interamente attraverso il POR FESR: a dieci comuni in misura uguale sono state destinate le risorse utili sia all’identificazione dei luoghi di innovazione cittadina, sia ad offrire un contributo alle attività di startup a favore di un soggetto gestore individuato con bando. Gli strumenti amministrativi impiegati per attivare localmente il progetto sono due: la “concessione di beni” (affido a un soggetto della custodia e della gestione di uno spazio per finalità pubbliche) e la “concessione di servizi” (impiego degli spazi per erogare servizi prestabiliti). Per esemplificare, la “concessione di beni” può essere l’impiego di una piazza per attività a servizio del quartiere; la “concessione di servizi” è, ad esempio, impiegata dalla PA con le cooperative di tipo A per la cura domiciliare dei cittadini con particolari esigenze sanitarie.

Oltre alle risorse del FESR (in cui ricordiamo che rientra anche l’asse di attività per la creazione di infrastrutture a servizio della collettività, ad esempio la realizzazione di strade), esistono altri fondi complementari a cui le PA possono attingere per attivare il modello di rigenerazione urbana dei Laboratori Aperti. Il consiglio della Commissione Europea è infatti quello di guardare anche ai fondi FSE (Fondo Sociale Europeo) per la finanziabilità delle attività all’interno di questi spazi (che possono consistere, ad esempio, in servizi di formazione con lo scopo di professionalizzare i giovani). In aggiunta al nuovo settennato dei Fondi Europei gestiti dai POR, ci sono i PON gestiti dai Ministeri (ad esempio il PON Metro). Non da ultimo il PNRR, che emblematicamente rispetto all’importanza del modello di innovazione qui analizzato, destina 1 miliardo proprio alla rigenerazione urbana.

Fase due: dialogo, priorità e innovazione locale

Le Regioni, all’inizio del settennato dei Fondi Europei, si dotano di una strategia di sviluppo chiamata “S3” e le PA locali devono gestire le risorse proprio in funzione delle priorità descritte in questa Strategia. Data questa premessa, ciascuna amministrazione locale interessata dal progetto Laboratori Aperti ha indicato delle aree tematiche al cui servizio orientare l’attività dei singoli laboratori. Per esempio, Modena – città dei teatri – ha scelto di orientare l’attività del proprio laboratorio aperto ai temi della cultura, dello spettacolo e della creatività; Ferrara, città delle biciclette, allo sviluppo della mobilità sostenibile; e così via[1].

Ma concretamente, una volta individuate le aree di interesse, come si fa open innovation attraverso i Laboratori Aperti? “Gli strumenti classicamente impiegabili dalla PA per favorire l’innovazione sono tre”, ci spiega Sgaragli:

  1. Il primo strumento consiste in una manifestazione di interesse pubblico rivolta al terzo settore, con lo scopo di immaginare nuovi progetti a servizio del territorio. Individuato il progetto, la PA eroga risorse a favore degli attori che hanno contribuito allo sviluppo progettuale, perché in qualità di erogatori favoriscano il segmento individuato.
  2. Il secondo strumento impiegabile funziona in questo modo: le Amministrazioni indicono un bando per la scelta di un soggetto gestore, che in forma singola o associata sarà responsabile di attivare un processo capace di generare un progetto Community Based. Durante questo processo, assieme agli interlocutori privati in forma aggregata, la cittadinanza contribuisce a determinare i progetti a cui la PA – attraverso il soggetto gestore – erogherà i servizi di avviamento o destinerà dei grant con lo scopo di dotarli delle risorse necessarie a concretizzare le iniziative ipotizzate.
  3. Come terza possibile strada, la PA può selezionare attraverso manifestazione di interesse pubblico dei soggetti locali con cui partecipare alle opportunità di finanziamento pubblico – Fondi Diretti o Bandi Regionali -, le cui risorse contribuiranno ad attivare progetti di interesse per la collettività (ad esempio, progetti capaci di incoraggiare i giovani all’imprenditorialità).

“I laboratori possono favorire tutte queste tre modalità, più una quarta – ci racconta Sgaragli – possono infatti testare delle innovazioni (format, progetti di impatto sociale, tecnologie) che vengono sperimentalmente condivise con il territorio in cui il laboratorio è attivo e che, se validate, possono ‘scalare’[2] grazie ad altri attori locali diversi dalla pubblica amministrazione negli altri Laboratori Aperti”. Oltretutto “il Laboratorio è il miglior luogo di supporto alle attività di progettazione Community Based, in quanto facilitatore della nascita di proposte progettuali”.

Ma la PA può adottare le soluzioni che nascono dai diversi processi di innovazione aperta? “Le soluzioni che nascono nei Laboratori sono di proprietà dei privati che le sviluppano; vale ovviamente per la PA, laddove volesse avvalersi di tali soluzioni, il principio di trasparenza della scelta e della non discriminazione degli operatori economici: in sostanza, anche se come pubblica amministrazione ho aiutato a nascere o crescere un progetto, non posso adottarlo immediatamente, ma devo attivare le necessarie procedure pubbliche utili a garantire i due principi in questione”.

Fase tre: definire lo spazio e la sua sostenibilità economica

In fase di gara per la definizione del soggetto gestore degli spazi individuati dalle PA locali, ciascuno presenta un piano economico-finanziario la cui proiezione annuale è definita dal bando stesso e che coincide con la durata della concessione. Il piano definisce inoltre quando il Laboratorio Aperto raggiungerà il BEP – Break Event Point. Nel caso dei Laboratori Aperti, il punto di pareggio sarà ottenuto dai Laboratori in coincidenza con il termine delle risorse loro destinate dalle pubbliche amministrazioni con lo scopo di favorirne la fase di avviamento.

E se una PA non ha risorse utili a sostenere il business dei Laboratori? “Ci sono strumenti ulteriori che la PA può utilizzare per abilitare il modello – risponde Sgaragli – può per esempio individuare solamente un contributo alla ristrutturazione del luogo individuato, garantendo al Gestore un significativo abbattimento del canone”. È importante precisare che, a prescindere dalle modalità di sostegno della PA all’avviamento del Laboratorio, le iniziative intraprese al suo interno devono sempre ispirarsi al servizio del territorio e alla tutela dell’interesse generale, perché frutto di una partnership pubblico-privata.

Gli ostacoli alla diffusione del modello

Quali sono le difficoltà che le Pubbliche Amministrazioni potrebbero incontrare nell’adottare questo modello di open innovation? Principalmente quattro:

  1. complessità di gestione dell’operazione e capacità amministrativa: il modello richiede l’attivazione di una procedura complessa e per tale motivo necessita di competenze all’altezza all’interno delle singole PA;
  2. indisponibilità di fondi: le pubbliche amministrazioni devono avere la capacità di dialogare con la propria Regione e cogliere le opportunità di finanziamento descritte;
  3. assenza di soggetti professionalmente qualificati ed economicamente solidi: il territorio che desidera attivare un Laboratorio deve esprimere dei soggetti capaci di gestire un’operazione di simil tipo;
  4. la PA potrebbe non avere immobili nella propria disponibilità: lo spazio è necessario, in quanto la prossimità fisica garantisce una maggiore efficacia alle attività di progettazione collaborativa. “È la distinzione tra legami deboli e legami forti – spiega Sgaragli – al riguardo consiglio la lettura di Fabrizio Montanari – Territori Creativi“.

“La realizzazione di progetti complessi e ambiziosi quali i ‘laboratori aperti’ incontra per forza di cose diverse difficoltà – sottolinea Marcella Zappaterra, già Presidente della Provincia di Ferrara, attualmente consigliera regionale in Regione Emilia-Romagna –. Il motivo è semplice: bisogna trovare spazi adeguati, reperire le risorse, definire procedure per nulla banali come l’individuazione, nei territori, di soggetti capaci sul piano economico e qualitativo di gestire le attività. La Regione Emilia-Romagna, tuttavia, è ben attrezzata per gestire questa complessità. Per questo, i laboratori aperti in Emilia-Romagna, finanziati con i fondi europei POR FESR 2014-2020, appaiono agli occhi di tutti esempi virtuosi e ben riusciti di progettualità ambiziose e innovative. Teatri, chiostri, chiese, palazzi, musei: ogni provincia è riuscita a recuperare edifici fatiscenti e a trasformarli in spazi contemporanei, polifunzionali, che ospitano attività innovative, all’avanguardia, culturali, di ricerca rispetto a numerosissimi ambiti. Tutto questo in sinergia con realtà associative o societarie private che presentano proposte vivaci e moderne di coinvolgimento della cittadinanza. I tratti distintivi della nostra regione sono la capacità relazionale dei vari livelli istituzionali, quella tra pubblico e privato, la portata innovativa dei progetti, la gestione della complessità amministrativa che coinvolga più realtà, la lungimiranza progettuale. I laboratori aperti richiedevano tutto questo e l’Emilia-Romagna si è fatta trovare pronta”.

Il post-Covid

Il ruolo degli spazi cambierà nel dopo pandemia? “Per quanto il Covid abbia messo in crisi il concetto di spazio frequentato tutti i giorni – conclude Sgaragli – ha anche rafforzato nelle aziende l’idea che è necessario aprirsi all’esterno e fare innovazione partecipativa: per questo motivo ci attendiamo che preferiscano dotarsi di uno spazio come quello dei Laboratori Aperti, capace non solo di proporre innovazione per il territorio, ma di coinvolgere le aziende stesse in processi di profondo cambiamento”.


[1] Si veda http://www.laboratoriaperti.it/progetto per l’indicazione di tutte le aree tematiche individuate.

[2] Nel gergo dell’innovazione, per “scalare” si intende un’iniziativa che può aumentare il numero di suoi clienti/utilizzatori/fruitori e il suo volume d’affari in modo esponenziale, senza un impiego di risorse proporzionali alla crescita.


L’autore: Jacopo Naidi. Esperto di business transformation, per FPA cura la rubrica mensile “Open Innovation nella PA”. Attualmente il ventiseienne è Innovation Consultant presso Fondazione Giacomo Brodolini e PTSCLAS S.p.A; quest’ultima ha recentemente investito in OpenMarketplace.it, il portale italiano per lo scouting di imprese innovative in ottica Open Innovation, di cui Naidi è fondatore. Innamorato della cultura Open e vicino ai temi della sostenibilità, ha inoltre fondato la community no-profit Phoenix Factory, che offre ai giovani under 30 di formarsi gratuitamente sui temi del project management, con lo scopo di promuovere la nascita di iniziative che affrontino uno dei 17 obiettivi di sostenibilità 2030. Naidi è stato selezionato su base nazionale nel 2019 da Fondirigenti tra i 50 giovani under 30 per il master “D20 Leader” e da Fondazione Barletta nel 2020 tra i 35 giovani premiati dell’anno con l’onorificenza “Myllennium Award”.