Per l’innovazione urbana non bastano solo le tecnologie digitali

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In questo momento storico, in cui grazie al PNRR abbiamo l’opportunità di disegnare le nuove infrastrutture delle comunità del futuro, occorre investire non solo su tecnologie e competenze tecnico-operative, ma su un’abile composizione di elementi (tecnologici e non), effettuata da team multidisciplinari, a partire dal bisogno specifico del territorio e con una grande attenzione all’inclusione e partecipazione di stakeholder e cittadini

6 Aprile 2022

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Raffaele Gareri

Chief Digital Government Officer, Linkem

Photo by Andreas Fischinger on Unsplash - https://unsplash.com/photos/_KlQfc5xU6Q

Siamo nell’era dei big-data, della blockchain e dell’intelligenza artificiale. Nel periodo della pandemia il sistema socio-economico europeo ha retto anche grazie allo smart working ed i nuovi conflitti si decidono sempre più sulla capacità di gestire informazioni e dialogare in tempo reale con milioni di persone ed oggetti. In questo contesto, è vero che il futuro delle nostre città si giocherà esclusivamente sulle infrastrutture digitali? Le nostre energie ed investimenti dovranno focalizzarsi solo sulla dimensione tecnologica? Penso che sia importante analizzare ed evidenziare alcuni aspetti che, se sottovalutati, potranno causare una riduzione dei benefici attesi e deludere le speranze di una società davvero migliore, ovvero inclusiva, resiliente e sostenibile come tutti amiamo ormai quasi automaticamente ripetere.

Tecnologie emergenti, servizi digitali e territori: quali criticità vediamo

Partiamo da alcune criticità piuttosto evidenti nel sistema attuale: i sistemi informatici, cioè le soluzioni tecnologiche cosiddette verticali, abbondano nelle nostre organizzazioni pubbliche e private ed anche nelle nostre case sono enormemente aumentati i dispositivi ed i servizi digitali. È difficile trovare una tecnologia emergente che non sia stata già sperimentata in vari ambiti applicativi (blockchain, 5G, machine learning, NFT etc). Eppure, spesso abbiamo solo dei casi pilota che hanno una natura progettuale transitoria, cioè non è sicuro che alla fine della sperimentazione ci saranno le risorse per coprirne i costi di gestione.

Se usciamo poi dai confini della singola organizzazione non possiamo non rilevare che gli stakeholder di una community territoriale (sia essa una grande città metropolitana o un’area geografica sovracomunale con la stessa vocazione socioeconomica) redigono i propri piani industriali ed i propri programmi di sviluppo senza una comune ed unitaria visione del futuro di quel territorio. Il risultato è inevitabilmente uno spreco di risorse finanziarie, ma si può prevedere anche un elevato rischio di competizione e l’impossibilità di fare massa critica e rete in un momento storico in cui si sta affermando la cosiddetta economia delle piattaforme, basata cioè su un luogo dove si è in grado di generare una convergenza di produttori e consumatori dei servizi.

Infine, per fermarci alle problematiche più evidenti, dobbiamo rilevare che, pur vivendo nell’epoca della comunicazione e dei social media, il grado di partecipazione alla pianificazione delle strategie e dei progetti e servizi futuri è ancora decisamente limitato. Di conseguenza sarà maggiore il rischio di non ottenere il consenso perché le nuove generazioni si troveranno ad utilizzare tecnologie e servizi che non rispondono pienamente ai loro reali bisogni.

Città e qualità della vita: c’è ancora molto lavoro da fare

È evidente, dunque, che gran parte di queste criticità sono connesse a temi organizzativi, di governance, di vision, di etica, di finanza etc, non a temi di inadeguatezza tecnologica. Il risultato, di conseguenza, è che ancora non abbiamo innescato il circolo virtuoso che porterà quei cambiamenti radicali e maggiore qualità della vita nelle nostre città. In diverse realtà i problemi di mobilità, raccolta rifiuti, assistenza sociale etc sono ancora nella lista prioritaria delle questioni da risolvere, anche se per fortuna ci sono comunque alcuni (pochi) territori che hanno invece intrapreso percorsi decisamente virtuosi.

Una conferma di questa situazione la troviamo nell’analisi dell’indice DESI 2021, dove si vede che nella offerta di servizi pubblici digitali siamo al diciottesimo posto (ed è una delle dimensioni in cui siamo meglio posizionati). Gli italiani che ricorrono a servizi di e-government sono il 36% al di sotto della media europea che corrisponde al 64%. Forse per via delle scarse competenze digitali, su questo ambito siamo infatti nella venticinquesima posizione in classifica, con un punteggio di 35,1 a fronte di una media EU di 47,1. È il dato peggiore per il nostro paese. «l’Italia è significativamente in ritardo rispetto ad altri paesi dell’Ue» registrando «livelli di competenze digitali di base e avanzate molto bassi», cita il rapporto.

Approccio orizzontale, partecipazione e inclusione: le parole chiave per una nuova qualità dei servizi digitali

Ma da queste ancora limitate esperienze positive, e da un’analisi di analoghi casi di successo in Italia ed all’estero quali indicazioni possiamo trarre? Mi pare che si possano riassumere nelle seguenti riflessioni.

La qualità dei servizi richiede un approccio non solo verticale ma anche orizzontale. Occorrono cioè team multidisciplinari con hard e soft skills in grado di individuare le connessioni tra mondi apparentemente diversi, ad esempio tra la mobilità ed il monitoraggio ambientale e l’attrazione turistica. Ma anche tra il settore terziario, raccolta rifiuti e partecipazione sociale. Un approccio trasversale all’analisi delle criticità e dei bisogni porta inevitabilmente ad una governance dei dati che rompe i silos informativi, porta qualità e precisione dell’analisi e spinge dunque verso efficaci processi di orchestrazione dell’ecosistema di riferimento.

Questo paradigma dell’ecosistema deve guidare anche la classe politica verso la costruzione di piani strategici territoriali che vedano la partecipazione e la convergenza degli interessi degli stakeholders in modo che l’impiego delle risorse economiche disponibili vada a finanziarie azioni e progettualità complementari e non divergenti. Abbiamo inoltre bisogno che questi piani sviluppino un capitolo dedicato alla pianificazione e gestione delle infrastrutture digitali materiali ed immateriali, con linee guide per lo sviluppo dei servizi in modalità open, decentralizzata e con nuovi modelli di business.

Infine, dobbiamo maggiormente stimolare la partecipazione e l’inclusione delle varie fasce di popolazione. L’inclusione spinge verso la riduzione della disuguaglianza ed è volano di maggiore qualità ed impatto economico sui servizi offerti. La partecipazione non è solo una questione di democrazia ma, nuovamente, è un fattore di successo per la creazione di user experience di qualità, ampia adozione del servizio e quindi reddittività dell’investimento effettuato (sia esso pubblico e/o privato).

Uno Urban Innovation Complex per le nostre città

In conclusione, proprio in questo momento storico in cui grazie al finanziamento straordinario del PNRR abbiamo l’opportunità di disegnare le nuove infrastrutture delle comunità del futuro, occorre investire su una cultura dell’innovazione che spinga a sviluppare non solo le competenze tecnico-operative, ma anche nuovi modelli di business, di cooperazione, di analisi e progettazione. Saremo in grado di rendere le nostre città più smart non attraverso un massiccio impiego di prodotti a scaffale, ma attraverso una abile composizione di elementi prefiniti (tecnologici e non), effettuata da team multidisciplinari che sviluppino su misura l’ultimo strato applicativo, a partire dal bisogno specifico di quel territorio e con una grande attenzione all’inclusione e partecipazione di stakeholder e cittadini.

Sono proprio queste le logiche su cui stiamo costruendo una iniziativa di divulgazione culturale insieme agli amici di FPA ed altre organizzazione pubbliche e private, nazionali ed internazionali: uno Urban Innovation Complex per le nostre città.