Smartworking: cosa si nasconde dietro ai proclami dei detrattori sulla stampa nazionale?

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Il dibattito sulle uscite di Piero Ichino e di Beppe Sala sul tema smart working non è ancora sopito. Su questo filone polemico si è inserita poi anche la Confesercenti di Torino che ha chiesto al Sindaco della città di stoppare lo smartworking per salvare i profitti dei suoi associati. Quando capiremo che la pandemia ci ha messo di fronte alla necessità di rivedere il nostro modello di città? E che in questo contesto lo smart working è uno degli elementi che può contribuire al percorso verso una nuova sostenibilità urbana

25 Giugno 2020

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Gianluigi Cogo

Project Manager Regione Veneto

Photo by Austin Distel on Unsplash - https://unsplash.com/photos/VvAcrVa56fc

Il dibattito sulle uscite di Piero Ichino prima e di Beppe Sala poi, non è ancora sopito. Molti si chiedono se l’attenzione posta dai media sullo smartworking rappresenti una semplice moda estiva o, invece, non sia l’ennesima alzata di scudi di una parte della nostra società che si sta aggrappando alla vecchia normalità per difendere interessi di parte.

Su questo filone polemico si è inserita nelle ultime ore anche la Confesercenti di Torino che ha chiesto al Sindaco della città di stoppare lo smartworking per salvare i profitti dei suoi associati, derivanti dai consumi dei dipendenti pubblici e privati durante le pause pranzo dall’ufficio.   

Andiamo con ordine e, senza soffermarci per l’ennesima volta sul fatto, lampante e indiscutibile, che il covidwork (remote working forzato) non era smartworking, proviamo a capire cosa in questi mesi è successo di positivo per le coscienze e, soprattutto, per la qualità della vita di tutti noi.

Si, è vero: non era smartworking, ma allo stesso tempo è stato un esperimento collettivo che di fatto ha permesso a molti di maturare una convinzione sopita e repressa. Se dovessi usare una citazione cinematografica direi che in molti hanno esclamato: SI PUÒ FARE!

Ovvero, il covidwork ha dimostrato che remotizzare i processi è possibile, e per effetto di ciò le scusanti che sostengono il ‘non si può fare’, son tutte cadute.

Sull’onda dell’entusiasmo derivato da queste convinzioni, proprio durante il lockdown ci eravamo ripromessi di uscirne migliori. Dunque anche questa nuova modalità di affrontare il lavoro ci sembrava un tassello imprescindibile per la nuova normalità a cui in molti (non tutti) aspiravano. Restava però incompiuta una parte del percorso, quella che ora viene messa a rischio, ovvero dare allo smartworking la dimensione più corretta, quella sostenibile e sociale, ovvero a misura d’uomo e applicabile senza forzature imposte dalle contingenze.

Prima di avventurarmi sul tema della leva “sostenibilità”, anche per evitare gli attacchi dei detrattori più agguerriti, vorrei fare un po’ di chiarezza con un personalissimo pensiero: il vero smartworking non è applicabile a tutte le professioni e mansioni ma (e qui non farò sconti), credo vada imposto per legge a tutte le attività lavorative di tipo intellettuale che lo consentono.

Si, sto parlando di nuova legge, perché quella precedente del 2017 ormai è superata e, purtroppo, sbilanciata troppo sul work life balance, mentre oggi la leva fondamentale per far decollare lo smartworking, e portarlo a regime ordinario, deve essere principalmente l’impatto atteso in termini di sostenibilità.

Devo anche ammettere con sincerità che l’ispirazione per questo articolo è diretta conseguenza di un piacevole ascolto radiofonico, relativo alla bellissima puntata di Caterpillar connotata da uno slogan: #smartborghing, incentrata sulle testimonianze di chi sta ripopolando i più remoti borghi italici per lavorare da casa.

In pratica ho realizzato e consolidato l’importanza di una leva nuova (la sostenibilità) che deve essere perseguita da subito come effetto e come accompagnamento allo smartworking. Badate bene, non è uno slogan da usare per dimostrarsi coerenti con l’Agenda 2030. È, piuttosto, il requisito essenziale e il giusto pretesto per dare forza e sostanza a una nuova legge che disciplini l’istituto e ne definisca obbiettivi molto più alti della semplice revisione dei processi lavorativi o dei benefici indotti dalla conciliazione.

Tornando al sindaco Sala, se quest’ultimo pone l’accento sulle difficoltà economiche degli operatori commerciali del centro della sua città, probabilmente non ha capito che anche il modello di Smart City milanese è stato messo a dura prova da questa pandemia.

La sostenibilità dei vecchi modelli di città intelligente rischiano di sgretolarsi di fronte alle mutate condizioni imposte dalla pandemia e male fa Sala a non dimostrarsi resiliente e dunque disponibile a rivederne il modello.

Le parole del sindaco di Milano, infatti, vanno a dar voce e a sostenere una microeconomia di settore (maggioritaria nelle grandi città), che ovviamente sbraita per riportare i dipendenti nei vecchi uffici e farli consumare nuovamente nei bar, nei ristoranti o nei negozi del centro. Proprio perché i centri delle grandi città come Milano, svuotati dal Covid, oggi soffrono moltissimo la mancanza dei lavoratori da loculo e scrivania, che proprio negli uffici del centro passavano gran parte della giornata.

Sala però, non riesce a percepire l’opportunità che un ridisegno di queste dinamiche e una ridistribuzione e razionalizzazione degli uffici potrebbe offrire a un nuovo modello di Smart City.

Non più una città che ruota attorno al suo centro cittadino e catalizza tutti i flussi di mobilità verso degli uffici dagli affitti improponibili, ma una città che faccia da hub di una rete di luoghi/villaggi/borghi di dimensioni ridotte dove le attività intellettuali si possono svolgere usando le nuove tecnologie del digitale, lasciando al centro cittadino solo le funzioni politiche e di rappresentanza.

Ciò consentirebbe di ridurre gli impatti ambientali sul centro città e aumenterebbe il grado di vivibilità dello stesso (anche in prospettiva di nuovi rischi epidemici), stimolando le attività economiche oggi concentrate solo in quel luogo ad accompagnare la rinascita dei nodi minori di questa Smart City ridisegnata sul modello a rete (luoghi/villaggi/borghi di dimensioni ridotte), in piena compatibilità con un nuovo Green New Deal nazionale.

Dunque va ricercato in una nuova legge che accompagni lo smartworking nella sua transizione da modello sperimentale a modello a regime, quell’equilibrio necessario fra sostenibilità e opportunità. Ciò va ricercato dal legislatore ponendo, secondo me, l’accento soprattutto su quella nuova normalità che richiede tangibili cambiamenti, in primis rivedendo e rivalutando il ruolo dei piccoli luoghi non come rifugio, ma come nodo di una rete che abilita digitalmente il lavoro intellettuale e lo ri-qualifica in equilibrio con una qualità della vita maggiorata (work life balance) a vantaggio dell’intero ecosistema produttivo e sociale garantendo pienamente la tutela dell’ambiente.

La sostenibilità è oggi una leva assai più importante rispetto ai nuovi modelli organizzativi del lavoro che ancora stentano ad affermarsi e a cambiare il mindset del management pubblico e privato. E questo lo dovrebbe capire anche Piero Ichino, che ha attaccato ingiustamente i lavoratori della Pubblica Amministrazione sostenendo che durante il lockdown hanno fatto una ‘vacanza’.

Il giuslavorista Ichino, oltre a deprimere tutti quegli operatori che dalla propria abitazione e con mezzi propri hanno continuato ad erogare servizi per cittadini ed imprese (maggioritari rispetto ai soliti fannulloni che sempre esisteranno a prescindere dallo smartworking), non ha colto la grande opportunità che lo svuotamento di immobili, vecchi e dagli altissimi costi di gestione e manutenzione a carico della comunità, può generare anche in ottica di riconversione verso altri usi più innovativi e meno onerosi.

Ichino non ha capito che la spinta del covidwork, come ben espresso dalle direttive della ministra Dadone, ha imposto un’accelerazione decisiva per la definitiva digitalizzazione dei processi e dei servizi della PA.

Ichino non ha capito che il boost impressionante di crescita culturale sui temi digitali, in pochi mesi ha permesso a milioni di dipendenti di autoistruirsi o istruirsi con il passaparola. Risultato che nessun lungimirante piano formativo aveva mai raggiunto prima.

Ichino, con la sua esperienza giuslavoristica, dovrebbe aiutare la classe politica a inserire il tema dello smartworking nel più ampio tema del Green New Deal e nella legislazione conseguente che accompagnerà questa sfida epocale, per porlo come una delle basi imprescindibili della nuova normalità.

Ichino, Sala e la Confesercenti torinese, dovrebbero quardare avanti senza paura e senza condizionamenti da parte dei conservatori e dei detrattori, che hanno il forte interesse a riportare tutto come prima.

Cito, come chiosa finale, il commento di un utente a un mio post di Linkedin sul tema: ‘… Milano ha esercitato una enorme capacità di attrazione di lavoratori negli ultimi anni e la sua crescita è dovuta principalmente a questo processo. Dare la possibilità di lavorare su Milano standone fuori, per molti sarebbe una manna dal cielo, complice un costo delle abitazioni fuori parametro rispetto a quelle che sono le retribuzioni. Sarebbe un duro colpo per chi ha spinto i giovani fuori dalla città e per tutta quella parte di commercianti che per decenni ha venduto panini a dieci euro per le pause pranzo. Purtroppo, una volta messa in contesto, una affermazione del genere rende lampante un fatto spiacevole: il modello Milano, ma più in generale il nostro modello economico, è incompatibile con la qualità della vita delle persone e viene costantemente anteposto al benessere delle persone…’.

Ovviamente la paternità di tali affermazioni è dell’autore del commento, ma non nascondo che mi trovano abbastanza d’accordo e mi hanno ispirato non poco nella stesura dei pensieri che ho condiviso in questo articolo.

Per concludere, propongo una riflessione sulla PA e su tutti noi che vi operiamo e che siamo sotto attacco come ai tempi della campagna contro i ‘fannulloni’:

Noi del settore pubblico siamo oggi chiamati a una grande responsabilità: dobbiamo capire che dopo questa pandemia abbiamo un ruolo attivo nella ripartenza e anche l’obbligo di consegnare un nuovo modello di società ai nostri figli. Per farlo dobbiamo sforzarci di riconsiderare il nostro operato come servitori pubblici, inserito a pieno titolo nel nuovo modello economico e sociale che l’Agenda 2030 ci chiede. Un modello di società più intelligente, più connessa, più verde e che sostenga l’occupazione di qualità e non di quantità.

A FORUM PA 2020 il tema delle “Città resilienti” sarà al centro di un evento online in programma il 9 luglio dalle 14:00 alle 15:30. Tra gli ospiti: Virginia Raggi, Sindaca di Roma Capitale; Cristina Tajani, Assessora a Politiche del lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse umane del Comune di Milano; Gian Carlo Muzzarelli, Sindaco di Modena; Marco Bosi, Vice Sindaco del Comune di Parma; Daniela Patti, Urbact. La partecipazione è gratuita, ma è necessario iscriversi.

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