Gov 2.0, facciamo il punto

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Il vantaggio per un paese come il nostro che sui temi dell’innovazione insegue, un po’ arrancando, gli altri è che ha la possibilità di arrivare sulle cose quando in altri paesi già si fanno bilanci. E così, mentre in Italia stanno arrivando i primi evangelisti dell’open government, proliferano i post e si rivendicano improbabili primogeniture sui temi emergenti, negli Stati Uniti è tempo di fare il punto sulle cose fatte. Approfitto allora di due eventi recenti per cercare di interpretare lo stato dell’arte.

14 Settembre 2010

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Gianni Dominici

Articolo FPA

 

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 Il vantaggio per un paese come il nostro che sui temi dell’innovazione insegue, un po’ arrancando, gli altri è che ha la possibilità di arrivare sulle cose quando in altri paesi già si fanno bilanci. E così, mentre in Italia stanno arrivando i primi evangelisti dell’open government, proliferano i post e si rivendicano improbabili primogeniture sui temi emergenti, negli Stati Uniti è tempo di fare il punto sulle cose fatte. Approfitto allora di due eventi recenti per cercare di interpretare lo stato dell’arte. Il primo è il Gov 2.0 summit che si è tenuto a Washington il 7 e l’8 settembre che ho seguito a distanza grazie alla ricchezza dei materiali resi disponibili on line; il secondo, che si è tenuto a Roma il 10 settembre, presso l’Ambasciata degli Stati Uniti, a cui ho invece avuto la possibilità di partecipare direttamente ha registrato la testimonianza, in videoconferenza con gli Stati Uniti, di Stacy Donohue, Clay Johnson e Noel Dickover.

In termini definitori la metafora che va per la maggiore in questo momento è quella dell’open government quale Piattaforma. L’ha introdotta per primo Tim O’Reilly che ne ha fatto il tema portante del summit, dopo averne approfondito le dimensioni in articoli e saggi su libri[i].

O’Really parte dal successo che hanno avuto i principali servizi del Web 2.0: Google, Amazon, eBay, Facebook, etc, che per primi hanno imparato a valorizzare il contributo dei propri utenti nella creazione di valore dei propri servizi. Tutti questi hanno, infatti, creato una Piattaforma tecnologica che è diventata di successo grazie, appunto, al coinvolgimento degli utenti stessi nella produzione di contenuti e di servizi.

Sempre secondo O’ Reilly, l’impegno del presidente Obama, tramite la direttiva sulla trasparenza, di rendere il Governo sempre più aperto rappresenta un ambizioso progetto politico che può cambiare radicalmente il modo in cui vengono prese decisioni e che può sostenere la partecipazione dei cittadini a dei livelli che erano impensabili solo qualche hanno fa.

Ma non solo. Le iniziative sulla trasparenza quali data.gov, possono essere alla base di un nuovo modo di gestire la cosa pubblica, un nuovo modello operativo, quello, appunto, che si ispira alla metafora della Piattaforma. Un governo che, seguendo le esperienze di successo delle più grandi società private prima citate, diventi un “platform provider” creerebbe le condizioni per sostenere gli investimenti privati nella creazione e nella gestione di servizi pubblici. L’esempio che O’Reilly produce è quello dell’autostrada: quando il governo investe i soldi per un’autostrada lo fa creando l’infrastruttura che collega una città all’altra, sono poi i privati che investono in servizi, che costruiscono industrie vicino, che creano il business che fa da moltiplicatore dell’investimento. Analogamente, dovrebbe avvenire nel mondo dei servizi on line: piuttosto che investire in nuovi servizi i governi dovrebbero creare le Piattaforme, le infrastrutture e le regole da mettere a disposizione dell’iniziativa privata, dei cittadini e degli operatori del non profit. Per far questo, queste sono le lezioni che i governi dovrebbero imparare dalle piattaforme tecnologiche di successo:
1.        Gli standard aperti innescano innovazione e crescita.
2.        Bisogna cominciare da servizi semplici e lasciare che poi evolvano in sistemi più complessi.
3.        Il sistema deve essere progettato per facilitare il più possibile la partecipazione
4.        Imparare dai propri utenti (hackers).
5.        Mettere a disposizione i dati per favorire la partecipazione.
6.        Favorire e incentivare la sperimentazione.
7.        Imparare dagli altri seguendo gli esempi.

E’ partendo da queste considerazioni che si è sviluppato il dibattito a Washington nei due giorni del summit, registrando anche qualche obiezione al modello presentato. Prima fra tutte quella di Andrea Di Maio che, tramite il suo blog, ha avviato una discussione a cui ha partecipato lo stesso O’Reilly. Di Maio, pur condividendo i principi complessivi dell’impianto concettuale di O’Reilly, contesta l’appropriatezza della metafora della Piattaforma che considera troppo peculiare del settore privato e delle logiche di mercato.

Ma il dibattito in corso non è solo di natura concettuale. A più di un anno dalla presentazione della direttiva di Obama si cominciano a tirare le somme dei risultati ottenuti. La più esplicita è Ellen Miller, Direttore esecutivo della Fondazione Sunlight, autorevole istituto che “utilizza le tecnologie più innovative per rendere il governo più trasparente e responsabile”. Miller ha esordito nel suo intervento al Summit esplicitando la seria preoccupazione che il governo, sui temi della trasparenza, sia più interessato allo stile che alla sostanza. Obiezione simile a quella fatta da Clay Johnson nel corso dell’incontro di Roma. Per la Miller, la direttiva sulla trasparenza rappresenta una coraggiosa sfida a cui gran parte degli attori sociali ha risposto con grande entusiasmo ma che per ora non ha prodotto i risultati aspettati. Delle 30 agenzie coinvolte, 12 non hanno indicato alcun dato da pubblicare mentre, ad oggi, sono 75 i set di dati implementati, decisamente pochi secondo la Miller. Ma il problema oltre che la quantità investe anche la qualità del dato disponibile. È il caso del servizio USASpending lanciato dall’amministrazione americana per fornire al pubblico informazioni e dati su come vengono spesi i soldi dei contribuenti. Il servizio è stato lanciato nel 1997 e ha subito diverse evoluzioni grafiche ma i dati pubblicati non sono risultati attendibili. Proprio per dimostrare questo la SunlightFoundation, utilizzando gli stessi dati, ha lanciato un progetto chiamato ClearSpending di analisi della spesa governativa i cui risultati, appunto, dimostrano l’inattendibilità del dato pubblico.

Quali sono gli insegnamenti che possiamo, quindi, trarre dall’esperienza statunitense:

1.        Per promuovere l’innovazione, soprattutto nella Pubblica Amministrazione, c’è bisogno di una visione politica coerente e finalizzata. Tutte le iniziative e i dibattiti in corso considerano la direttiva sulla trasparenza del presidente Obama il punto di partenza di una nuova era all’interno della PA americana.
2.        Se i diversi attori coinvolti (cittadini, imprese, non profit) hanno risposto con interesse e, spesso, con passione allo stimolo di Obama, le resistenze o le semplici indecisioni all’interno della struttura pubblica rischiano di inficiare o, comunque, di rallentare i cambiamenti previsti. E’ necessario, quindi, che il sostegno politico accompagni il processo innovativo in tutte le sue fasi con azioni e strumenti adeguati.
3.        Come ha evidenziato O’Reilly è importante imparare dagli errori e dai propri utenti (hacker). L’esperienza di USASpending è esemplificativa. Se i risultati sono ancora scarsi è comunque proprio grazie all’apertura dell’amministrazione verso l’esterno che un soggetto terzo autorevole ha potuto denunciarne gli attuali limiti.

Questo il parziale e sommario resoconto di ciò che accade negli Stati Uniti, simili le esperienze in altri paesi quali il Regno Unito e l’Australia, e in Italia?

Visualizza la mappa mentale sul tema "Web 2.0 come piattaforma"



[i] Vedi Tim o’Reilly, Government as Platform, in OpenGovernment: Collaboration, Transparency, andParticipationinPractice di Daniel Lathrop,Laurel Ruma