Innovazione della PA: ecco cosa prevede il Recovey Plan

L’innovazione della PA nel Recovery Plan

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Cosa prevede la linea progettuale dedicata all’innovazione della PA nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza? Una PA capace, competente, semplice e connessa, smart: questi i quattro obiettivi a cui corrispondono linee di azione e una previsione di investimenti. Vediamoli insieme, scoprendo e commentando sia punti di forza che debolezze di questa parte del Piano

21 Gennaio 2021

Carlo Mochi Sismondi

Presidente FPA

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Come promesso, continuiamo l’esame del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza occupandoci oggi della linea progettuale dedicata all’innovazione della PA. Una linea che fa parte della prima Componente “Digitalizzazione e modernizzazione della PA”, una delle quattro che costituiscono la prima missione del Piano “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”. Questa linea, che può contare su un nuovo investimento di 1.500 milioni di euro, è la seconda della componente dedicata alla PA; la prima, di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, riguarda la trasformazione digitale, mentre la terza linea punta all’innovazione organizzativa della Giustizia.

L’azione per la “modernizzazione” (sic) della PA è a sua volta declinata in quattro aggettivi che sono obiettivi strettamente connessi: una PA capace, competente, semplice e connessa, smart. A ciascuno di questi quattro obiettivi corrispondono linee di azione e una previsione di investimenti. Vediamoli e commentiamoli brevemente uno ad uno.

Modernizzazione della PA

PA capace: reclutamento di capitale umano[1]

Si parte da una constatazione nota: “Il personale pubblico in Italia, dopo anni di blocco del turn over, registra forti carenze in alcuni settori e un’età media molto elevata. Ciò rende prioritario assicurare un ricambio generazionale”. L’investimento in questione mira a migliorare la capacità di reclutamento del settore pubblico. Ovviamente l’investimento non è previsto coprire le spese per i nuovi assunti, che rientrano nell’ordinario bilancio dello Stato e sono equivalenti ai costi di chi esce dalla PA, ma solo le spese di riorganizzazione del reclutamento che si sostanziano in quattro azioni:

  • la prima è a mio parere la più importante ed è il ripensamento dell’analisi dei fabbisogni da connettere con le nuove mission delle PA in attuazione del PNRR. L’analisi dei fabbisogni di personale detta i nuovi concorsi ed è il passaggio cruciale per progettare una PA diversa ed evitare di replicare quella che c’è. Bene quindi un ripensamento, anche perché come si fa ora (cfr. la nostra ricerca di luglio scorso) è molto spesso deprimente e rappresenta una mera sostituzione delle qualifiche uscite per pensionamento.
  • La seconda azione è il rafforzamento della nuova stagione concorsuale, già avviata, attraverso la programmazione continua e periodica dei concorsi pubblici, con un ripensamento anche delle prove concorsuali per introdurre soft skills. Ottimo proposito, anche se uno dei punti chiave dovrebbe essere anche una maggiore attenzione alla composizione delle commissioni.
  • Una terza azione è di carattere straordinario: la realizzazione di un piano organico di assunzioni di personale a tempo determinato, destinato al rafforzamento delle amministrazioni coinvolte nella realizzazione del Recovery Plan. Sono lieto di questo progetto che è in linea con quanto avevamo proposto con gli amici di “Movimenta” e del “Forum Disuguaglianze Diversità”.
  • Si annuncia infine la realizzazione di un “Portale del reclutamento”, che consentirà ai cittadini di accedere in maniera centralizzata e sistematica a tutti i concorsi a disposizione.

Lo stanziamento totale per questo intervento è di 210 milioni, che si aggiungono a quelli per le assunzioni relative ai singoli progetti del PNRR, a valere sulle risorse degli stessi.

PA competente: rafforzamento e valorizzazione del capitale umano

L’investimento ha l’obiettivo di rafforzare la conoscenza e le competenze del personale della PA, necessarie anche per contribuire proattivamente alla trasformazione digitale del settore pubblico. Una novità è già nella descrizione iniziale quando si afferma di voler individuare nuove e più efficaci forme di valorizzazione del personale con elevate capacità professionali in servizio nelle Amministrazioni. Purtroppo attualmente nelle amministrazioni prevale un modello organizzativo che deprime i professionisti con elevate professionalità tecniche, a volte elevatissime, ma che non svolgano funzioni manageriali (cfr. su questo l’interessante articolo di Giuseppe Pisauro su “La voce”). Questo ha di fatto svuotato le nostre amministrazioni di tecnici (progettisti, ingegneri, architetti, geologi, geografi, analisti di dati, ecc.), mettendoli spesso in condizione di netta inferiorità rispetto alle aziende fornitrici. Speriamo che questo Piano segni un cambio di direzione in questo senso.

L’obiettivo è declinato in cinque azioni:

  • introduzione di meccanismi di rafforzamento del ruolo, delle competenze e delle motivazioni dei civil servant, attraverso percorsi di valorizzazione della professionalità;
  • introduzione di un nuovo modello di lavoro pubblico con valutazione e remunerazione basate sul risultato e valorizzazione economica delle risorse umane aventi caratteristiche di eccellenze professionali. Mi permetto qui di consigliare un netto cambiamento nei criteri di valutazione che, altrimenti, rimangono individuali e percepiti come una procedura per ottenere una remunerazione ormai percepita come dovuta;
  • introduzione di meccanismi di rafforzamento del ruolo e delle competenze dei dirigenti pubblici. Anche qui ci vorrebbe più coraggio nel realizzare quella riforma della dirigenza che aspetta da troppo tempo;
  • riforma del sistema di formazione e certificazione della qualità dell’offerta formativa;
  • lavoro agile e nuove forme di organizzazione del lavoro pubblico finalizzate all’ incremento della produttività individuale.

Lo stanziamento totale per questo intervento è di 720 milioni.

Le intenzioni, come abbiamo detto, sono buone, non si tiene conto però, a mio parere, dello stato miserevole in cui versa ora la formazione pubblica, ridotta drasticamente da una sciagurata legge del 2009 e non ancora del tutto ripristinata, nonostante la parziale abolizione di quella norma che la tacciava di spreco e ne dimezzava per legge l’investimento. Nel 2018, ultimo anno di dati ufficiali, la spesa in formazione era di meno di 150 milioni, ossia meno di un decimo di quell’1% della massa salariale che era stato fissato come obiettivo nel 2001! La massa salariale attuale è di circa 175 miliardi. L’1% vorrebbe dire arrivare a 1,7 miliardi solo per la formazione. Anche se qui si parla di investimenti aggiuntivi all’ordinario (che abbiamo visto essere molto basso), mi pare che siamo lontani anche dall’obiettivo di vent’anni fa quando la necessità di un aggiornamento costante era reso meno pressante da una minore velocità dell’innovazione.

PA semplice e connessa: semplificazione delle procedure amministrative, digitalizzazione dei processi

Mai come durante la tragica pandemia che ci assedia abbiamo avuto bisogno di un’amministrazione veloce, semplice e vicina. Questo investimento ha l’obiettivo di trasformare appunto la PA in un’organizzazione semplice, snella e connessa, capace di offrire servizi pensati sulle reali esigenze di cittadini ed imprese e disegnati in una logica utente-centrica. Un obiettivo indubbiamente molto ambizioso e di non facile realizzazione. Il Piano vuole arrivarci attraverso la mappatura completa di tutte le procedure amministrative che ineriscono alle attività economiche o alla vita dei cittadini, con priorità per quelle necessarie alla rapida attuazione dei progetti del Recovery Plan e con la consultazione ad hoc delle categorie interessate. Questo censimento mi sembra un ottimo inizio a cui si affiancano anche due azioni particolarmente importanti:

  • la messa a disposizione delle amministrazioni di un team di esperti multidisciplinari per aiutarli a velocizzare i procedimenti complessi;
  • l’interoperabilità dei flussi documentali tra amministrazioni per tutte le procedure inerenti all’edilizia.

L’obiettivo dicevamo è ambizioso, non altrettanto lo stanziamento che è di 480 milioni. È vero che non si parte da zero e l’azione fatta dal Dipartimento della Funzione Pubblica con l’Agenda per la semplificazione è un ottimo punto di partenza, ma affiancare effettivamente le amministrazioni è indispensabile perché la semplificazione non rimanga al livello di norme, ma cambi effettivamente i comportamenti. E questa azione, specie se vogliamo, come necessario, estenderla a tutte le amministrazioni, costa.

PA smart: creazione di poli territoriali per il coworking, lo smart working, il reclutamento e la formazione

Questo quarto obiettivo, che può contare su un investimento di 100 milioni, prevede la progettazione e la realizzazione, anche attraverso il recupero di beni demaniali, di poli tecnologici territoriali delle amministrazioni pubbliche (PTA), riprogettate secondo modelli innovativi dell’utilizzo dello spazio e di prestazione delle attività lavorative, che fungano da:

  • spazi di coworking e smart working, anche al fine di decongestionare i centri urbani;
  • poli di innovazione tecnico-organizzativa, grazie al confronto, all’interazione e alla socializzazione della conoscenza di dipendenti di amministrazioni diverse;
  • centri di formazione e di erogazione di servizi pubblici.

Si tratta a mio parere di una delle proposte più interessanti e innovative di tutta la parte del Piano dedicata alla PA. La ricostruzione dei luoghi fisici per lavorare, la loro collocazione vicina ai lavoratori e agli utenti, la loro molteplice funzione che potrebbe aumentarne la vitalità sono tutti obiettivi funzionali ad un recupero intelligente delle aree periferiche delle città e delle aree marginalizzate del Paese da cui, ogni mattina, si riversava (prima della pandemia) un fiume di lavoratori per andare ad intasare il centro delle nostre metropoli. Certo ci vorrà gradualità e buon senso per non desertificare il centro; ci vorrà la capacità di far convivere diverse modalità di lavoro perché non aumenti l’isolamento del personale meno qualificato, che potrebbe rischiare di essere messo definitivamente fuori dai luoghi dove si prendono decisioni; servirà poi, come del resto per tutto il Piano, un costante atteggiamento di apertura, di ascolto, di co-progettazione delle soluzioni assieme ai lavoratori e alle loro organizzazioni. Tutto questo è indispensabile e rende veramente un po’ scoraggiante leggere una cifra di investimento così bassa, ma potrebbe essere un catalizzatore importante d’innovazione. Specie se non dimenticheremo, nel progettare questi luoghi, la necessaria bellezza. Perché in posti brutti e trascurati non è possibile fare lavori belli ed accurati. È un assioma che ho sperimentato in tutta la mia vita di lavoro.

Conclusioni

A conclusione di questa panoramica il mio giudizio è moderatamente positivo. Siamo sulla buona strada per molti punti. Parlando invece delle principali debolezze, a mio parere la principale carenza è che mancano in questa parte del Piano, come quasi ovunque nel documento presentato al Parlamento, obiettivi misurabili: di quanto aumenterà la formazione? Quanti professionisti superqualificati assumeremo e quanto li pagheremo? Quanti poli territoriali costruiremo? Quanti team a supporto della semplificazione costituiremo? E così via. Senza indicatori il Piano è monco.

Questa linea progettuale soffre poi di un altro difetto comune a tutto il Piano: ci sono dentro troppe cose. Se non riusciamo a focalizzare e a mettere in ordine di priorità gli interventi rischiamo di non arrivare per nessuno dei campi in cui operiamo a quella innovazione radicale di cui abbiamo bisogno e che il Piano non sia ricordato in futuro, per nessun obiettivo, come quella svolta che ha creato una vera discontinuità. Meno cose e più coraggiose.


[1] Non trovate che sia bruttissima l’espressione “capitale umano”? io farei una petizione per sostituirlo con il termine “persone”

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