Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: cosa prevede per la PA

EDITORIALE

Il Piano e il Governo: quello che non può andare in crisi è il nostro futuro

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Martedì notte è stata approvata la bozza del Piano di Ripresa e Resilienza. In questa situazione di incertezza politica è necessario tornare ai fondamentali, a quei principi e a quegli obiettivi strategici che non cambieranno, quale che sia il Governo. Molti di questi obiettivi sono inseriti nel Piano e sono resi raggiungibili dai fondi che questo ci mette a disposizione. In un articolo non è certo possibile un’analisi completa delle 172 pagine del Piano: ne parleremo ancora più volte. Cominciamo però con l’esaminare e commentare la Componente intitolata “Digitalizzazione e Modernizzazione della PA” che ha a disposizione, nell’ultima versione approvata, 11.5 miliardi

15 Gennaio 2021

Carlo Mochi Sismondi

Presidente FPA

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Scrivere un editoriale nella confusa e a volte poco seria complessità di questo momento politico è certamente un rischio. Quando la situazione è così fluida ogni frase potrebbe essere vecchia in poche ore. Eppure mai come ora c’è di che riflettere, di che studiare, di che progettare.

Il Piano di Ripresa e Resilienza “Next Generation Italia”

Martedì notte, dopo un lungo lavoro sia tecnico sia politico, è stata approvata la bozza del Piano di Ripresa e Resilienza “Next Generation Italia (da ora Piano) che definisce come dovranno essere spesi i circa 223 miliardi che assommano il RRF (Recovery & Resilience Facility) per circa 193 miliardi, gli altri fondi di NGEU per circa 17 miliardi e i fondi dei ReactEU per circa 13 miliardi. Un Piano quindi che guarda all’oggi, finanzia infatti per circa 65,7 miliardi progetti già in essere o già definiti nei precedenti strumenti finanziari, ma soprattutto al domani. Un Piano che deve ridisegnare il nostro sviluppo e orientarlo verso una maggiore giustizia sociale ed ambientale, verso la trasformazione digitale, verso un rinnovato processo d’innovazione basato su educazione e ricerca.

Gli obiettivi strategici del Piano

In questa situazione di incertezza politica è necessario tornare ai fondamentali, a quei principi e a quegli obiettivi strategici che non cambieranno, quale che sia il Governo. Molti di questi obiettivi sono inseriti nel Piano e sono resi raggiungibili dai fondi che questo ci mette a disposizione. Tra gli altri mi piace ricordare le tre priorità trasversali di tutto il Piano, priorità che noi stessi di FPA abbiamo più volte sostenuto, mettendo in luce anche, come è nella nostra missione, le migliori esperienze e le più interessanti innovazioni in Italia e fuori. Si tratta in primis della parità di genere che viene definita come “piena parità di accesso economica e sociale della donna” ed è messa come criterio di valutazione di tutti i progetti del Piano. Altrettanto importante la seconda priorità dedicata ai giovani e alla loro piena partecipazione alla vita culturale, economica e sociale del Paese. Infine terza priorità, certo non ultima per importanza è quella per il Sud e il riequilibrio territoriale per cui si impegna il Piano a ridurre i divari geografici e a liberare il potenziale di sviluppo del Mezzogiorno e delle aree marginalizzate.

A queste priorità trasversali si affiancano, in un’ideale matrice, i tre assi portanti del Piano: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale. Tutti e tre poggiano poi sulla piattaforma ideale di sviluppo sostenibile che è costituita dall’Agenda 2030 dell’ONU a cui anche il nostro paese ha aderito e per i cui obiettivi ambiziosi c’è sempre meno tempo.

Questo è il quadro di obiettivi strategici che disegnano quella piattaforma di ideali, di diritti e di doveri sia per i cittadini sia per le istituzioni a cui sarà bene guardare con attenzione, coerenza e tenacia, specie in questi momenti confusi.

Digitalizzazione e Modernizzazione della PA” nel PNRR

In un articolo non è certo possibile un’analisi completa delle 172 pagine del Piano: ne parleremo ancora più volte e il futuro che il Piano ci fa intravedere sarà anche il fil rouge che ci accompagnerà in questo anno di lavoro che inizia e, probabilmente, anche nei prossimi. Oggi cominciamo ad esaminare insieme la prima Componente della prima Missione, quella intitolata “Digitalizzazione e Modernizzazione della PA” che ha a disposizione, nell’ultima versione approvata, 11.5 miliardi che, ricordo, andranno impegnati per il 70% entro il 2022, per il 100% entro il 2023 e andranno totalmente spesi entro il 2026.

Dico subito che l’ultima versione del Piano, quella approvata in Consiglio dei Ministri, è, specie in questa componente, decisamente migliorata rispetto alla prima bozza di dicembre, e che questi miglioramenti sono stati frutto di un intenso lavoro di confronto del Governo con soggetti della politica e della società. Un confronto a cui anche noi di FPA, assieme agli amici del Forum Disuguaglianze Diversità e di Movimenta, abbiamo partecipato lanciando, già all’atto della divulgazione della prima bozza di Piano, una “Proposta per la rigenerazione delle PA” che ha avuto ampi e qualificati consensi nel mondo politico, scientifico e imprenditoriale, ed è stata presentata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri attraverso un lungo e franco incontro tra il presidente Giuseppe Conte e una delegazione delle tre organizzazioni tenutosi a Palazzo Chigi lo scorso 28 dicembre. Ma guardiamo insieme cosa contiene questo capitolo del Piano per poi brevemente commentarlo anche alla luce della dichiarazione/proposta che noi di FPA, assieme alle altre due organizzazioni sopra citate, abbiamo pubblicato in merito.

La parte del Piano relativa alla pubblica amministrazione è la prima componente di una delle sei missioni del piano, la prima, dedicata a “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”, che ha come obiettivi fondamentali: la crescita digitale del Sistema Paese; l’innovazione e la competitività del sistema produttivo; il rilancio in chiave sostenibile dei settori del turismo e della cultura. Obiettivi generali degli interventi sulla PA sono: cambiare la PA per favorire l’innovazione e la trasformazione digitale del settore pubblico, dotandola di infrastrutture moderne, interoperabili e sicure; accelerare, all’ interno di un quadro di riforma condiviso, i tempi della giustizia; favorire la diffusione di piattaforme, servizi digitali e pagamenti elettronici presso le pubbliche amministrazioni ed i cittadini. La componente, come dicevamo, ha a disposizione 11.45 miliardi e a sua volta è articolata in più linee progettuali.

Digitalizzazione della PA

La prima area, che può contare su 5,61 miliardi, è dedicata alla digitalizzazione della PA e consta di tre progettualità che ricordo brevemente perché su queste torneremo con successivi articoli di approfondimento.

Infrastrutture digitali e cybersecurity

Si comincia con la linea progettuale “infrastrutture digitali e cybersecurity” che potrà contare su un miliardo e 250 milioni di euro quasi tutti su nuovi progetti che riguardano lo sviluppo di infrastrutture ad alta affidabilità ed efficienza per l’erogazione di servizi cloud alla Pubblica Amministrazione. Nello specifico l’investimento mira alla creazione di uno o più Poli Strategici Nazionali (PSN) verso cui «migrare» i Data Center di Cat. B delle Amministrazioni pubbliche centrali. Questo consentirà di superare l’attuale frammentarietà. Si prevede inoltre la realizzazione di un Cloud Enablement Program per favorire l’aggregazione e la migrazione delle PA centrali e locali verso soluzioni cloud e fornire alle stesse PA procedure, metodologie e strumenti di supporto utili a questa transizione.

Questi investimenti consentiranno anche il rafforzamento del perimetro di sicurezza nazionale cibernetica (PSNC). Il Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica (PSNC) consentirà di migliorare la capacità di resilienza del sistema paese.

Dati ed interoperabilità

La seconda linea progettuale riguarda il fondamentale tema “Dati ed interoperabilità” per cui ci sono risorse finanziarie per un miliardo e cento milioni. Sappiamo tutti quanto sia importante questo tema che è pregiudiziale per qualsiasi attività di semplificazione e di controlli ex-post, ma anche per attuare il principio once only e per l’analisi dei big data e la possibilità di data driven decision.

Cittadinanza digitale, servizi e piattaforme

La terza linea progettuale, che è quella che ha il maggiore stanziamento pari a 5.560 milioni, di cui 4.765 milioni già stanziati per il progetto Italia Cashless ed iniziative già in corso da parte delle amministrazioni

Centrali, riguarda “cittadinanza digitale, servizi e piattaforme” e a sua volta è suddivisa in tre azioni diverse: il vero e proprio progetto di cittadinanza digitale e di diffusione delle piattaforme abilitanti ai servizi della PA (SPID, CIE, ANPR, ecc) che comprende anche lo sviluppo e la diffusione dell’APP IO e dei servizi ad essa connessi; la piattaforma delle notifiche digitali ossia la notificazione con valore legale di atti, provvedimenti, avvisi e comunicazioni della PA; infine la digitalizzazione dei pagamenti tra privati e verso la PA: per garantire la transizione al digitale delle Pubblica Amministrazione dal punto di vista degli incassi, insieme alla realizzazione di un piano nazionaleavente l’obiettivo di accompagnare la transizione verso una cashless community attraverso meccanismi di incentivo all’utilizzo di mezzi di pagamento elettronici sia per i consumatori sia per gli esercenti, collegandola all’infrastruttura digitale per le certificazioni fiscali (fatture elettroniche e corrispettivi telematici). Quest’ultimo progetto, potrà contare sui 4.765 milioni già stanziati.

Innovazione nella PA

Una seconda area, articolata in tre linee progettuali, è dedicata a “innovazione nella PA”. Ne parlerò più in dettaglio in un prossimo articolo perché si tratta, a mio parere, del motore di tutto il Piano. Qui basti dire che è composta di tre linee progettuali che affiancano alla PA tra aggettivi che definiscono gli obiettivi. Si lavora quindi ad una PA capace, attraverso il reclutamento di capitale umano con un ripensamento dell’analisi dei fabbisogni, con la ripartenza delle stagioni concorsuali, con la costituzione di task force dedicate proprio alla realizzazione del Piano, con la realizzazione di un “portale del reclutamento”. L’obiettivo di una PA competente punta al rafforzamento e alla valorizzazione degli impiegati pubblici migliorando sia qualitativamente sia quantitativamente la formazione e rivedendo profili e strumenti contrattuali. Infine l’investimento per una PA semplice e connessa ha l’obiettivo di trasformare la PA in un’organizzazione semplice, snella e connessa, capace di offrire servizi pensati sulle reali esigenze di cittadini ed imprese e disegnati in una logica utente-centrica. Questa area può contare su un miliardo e mezzo di euro che sono molti rispetto a quanto si è fatto sinora, ma decisamente pochi se guardiamo a quello che c’è da fare. Comunque, come promesso, ne riparleremo.

Come vediamo il Piano e cosa ci aspettiamo adesso

Dopo questo veloce esame della componente detta M1C1 (ossia la prima componente della prima missione e non è un caso) veniamo ad un commento a caldo partendo proprio dall’apprezzamento per i significativi progressi che la bozza attuale presenta rispetto alle prime versioni. Pare ora necessario che, nel corso delle prossime settimane, il Governo (con la speranza che ce ne sia uno in grado di decidere) ed il Parlamento si impegnino in una ancor più decisa azione in due direzioni: individuare e dare forza con tempestività alle amministrazioni pubbliche, dai ministeri fino ai piccoli comuni, che collaboreranno all’attuazione dei progetti, anche attraverso assunzioni mirate e con metodi innovativi; evidenziare per ogni progetto i risultati attesi (non solo le realizzazioni), mettendo le PA nelle condizioni di raggiungerli autonomamente.

Altro punto fondamentale è l’orientamento ai risultati che impattano positivamente sulla qualità della vita dei cittadini, i cosiddetti outcome. Pur nella definizione dei necessari passi da fare (la digitalizzazione, il rinnovamento generazionale, la formazione dei dipendenti, la nuova organizzazione del lavoro), il Piano dovrebbe infatti definire e focalizzarsi sui risultati attesi dai cittadini e dalle imprese nei termini di una disponibilità di servizi semplici, veloci e vicini; di un facile accesso ai dati del patrimonio informativo pubblico; di una maggiore efficacia delle amministrazioni nel realizzare tutte le missioni strategiche che il Piano prevede.

Riguardo poi alla digitalizzazione della PA, va certo accolto con favore il fatto che sia presente nel Piano la definizione di obiettivi chiari, la centralità del paradigma tecnologico del cloud computing, l’importanza attribuita ai dati e alla sicurezza. In questo campo, a cui FPA da sempre ha rivolto la massima attenzione e che seguiamo da oltre trent’anni, tre sono i progressi che vorremmo vedere nella stesura definitiva. Il primo è rendere esplicito il principio che i dati prodotti dal processo di digitalizzazione sono “bene comune” e indicare le modalità con cui questo principio potrà essere soddisfatto. Poi esplicitare per tutti gli interventi di digitalizzazione che la bussola di riferimento è sempre rappresentata dal miglioramento della qualità del servizio per gli utenti, chiarendo, dove non lo sono, i risultati attesi. E, infine, negli importanti progetti relativi alla formazione (dei dipendenti e della cittadinanza) rendere esplicito che le competenze da costruire riguardano non solo il “come” utilizzare le nuove tecnologie ma anche gli “scopi” per cui farlo e i rischi insiti in utilizzi che non tengano conto della diversità dei cittadini destinatari dei servizi.

Infine, se è senz’altro condivisibile il punto che recita “La realizzazione degli obiettivi di crescita digitale e di modernizzazione della PA costituisce inoltre il presupposto per l’attuazione dei progetti previsti dalla Recovery e Resilience Facility (RRF) e allo stesso tempo una chiave di rilancio del sistema paese”, rimane una qualche preoccupazione che si possa ritenere la digitalizzazione come un obiettivo autoconsistente e non invece uno straordinario e ineludibile strumento per attuare le politiche.

Un’ultima considerazione generale su tutta questa parte del Piano, ma possiamo dire su tutta la sua impostazione. Tutto questo processo di riforma non avrà né forza né orientamento se la PA non imparerà ad essere aperta e capace di collaborarecon il Terzo Settore e le organizzazioni di cittadinanza attiva, imparando a confrontarsi con i destinatari degli interventi, per acquisirne conoscenze e preferenze, dando loro l’effettivo potere di orientare le scelte ed essere parte della loro realizzazione. Preoccupa in questo contesto che, nell’ambito della rimozione e posponimento delle scelte in tema di governance del Piano, sia venuta meno nell’attuale versione l’impegno per una “Piattaforma di Open Government per il controllo pubblico” che avrebbe dovuto garantire un controllo diffuso sul piano stesso, sulla spesa, le realizzazioni e i risultati, vigilando sui tempi e sulle modalità di erogazione delle risorse destinate ai singoli progetti. La partecipazione, l’accountability, il dialogo sociale non sono gadget da appiccicare ai progetti già più o meno definiti, ma, come tutti sappiamo e crediamo fermamente, sono parte integrante della progettazione e dell’esecuzione delle politiche. Di tutte le politiche e, a maggior ragione, di quelle che riguardano l’amministrazione pubblica che è, pe sua stessa definizione, patrimonio di tutta la comunità nazionale.

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