Noi ci siamo - FPA

EDITORIALE

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Ieri è stata una giornata importante per FORUM PA, abbiamo infatti dato, in un affollato evento a Milano, tre annunci che costituiscono una profonda evoluzione della nostra storia e anche un rilancio importante della nostra azione, tesa a favorire quel cambiamento radicale delle amministrazioni che riteniamo sempre più necessario.

24 Settembre 2015

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Carlo Mochi Sismondi

Ieri è stata una giornata importante per FORUM PA abbiamo, infatti, dato in un affollato evento a Milano tre annunci che costituiscono una profonda evoluzione della nostra storia:

  • Il primo è che la nostra società cambia nome (e anche logo come avrete visto dal sito) e diventa FPA, FORUM PA resta invece il titolo della nostra manifestazione di maggio, che ha visto quest’anno la sua 26^ edizione. Un modo per mettere sempre più in evidenza come la nostra attività non si esaurisca nei giorni di manifestazione, che restano sì un momento centrale, ma in cui si tirano le fila di un’innovazione coltivata durante tutto l’anno.
  • Il secondo annuncio è che se cambia il nome della società non cambia la nostra missione che anzi si rafforza grazie all’entrata in un gruppo più grande, Digital360 che, partito dall’sperienza del Politecnico di Milano (ricordate i famosi Osservatori?) è ora una realtà autonoma in grande sviluppo, basata sulla convinzione che la trasformazione digitale è motore di crescita dell’economia e di ammodernamento della pubblica amministrazione. Digital360 vede la sua missione nel supportare i decisori pubblici e privati nell’attuazione della trasformazione digitale , favorendo anche un incontro efficace tra domanda e offerta di soluzioni digitali.
  • Infine il terzo annuncio riguarda la nostra azione nei prossimi mesi e quindi la nascita dei Cantieri per la PA digitale. Il nome ovviamente non è casuale, ma è evocativo di una delle migliori esperienze di accompagnamento del cambiamento che fu messa in piedi all’inizio degli anni 2000 e troppo frettolosamente abbandonata. Sono dieci “laboratori” in cui i più autorevoli operatori pubblici e privati disegnano i percorsi di attuazione della PA digitale in altrettante aree verticali e trasversali dell’informatica pubblica. Tavoli di lavoro quindi che si propongono di esaminare lo stato dell’arte dei singoli temi; gli ostacoli normativi, di risorse o di comportamenti che rendono problematico il cambiamento; le migliori esperienze italiane e straniere; gli scenari tecnologici più avanzati e le possibilità che questi possono aprire; le modalità di realizzazione dei progetti: dal procurement innovativo alle convenzioni, dalle partnership di innovazione ai dialoghi competitivi. I cantieri della PA digitale che saranno operativi entro la fine del 2015 saranno:

1. Sanità digitale: Servizi, tecnologie, modelli per la salute e il benessere del cittadino
2. Giustizia digitale: Tecnologie e modelli per una Giustizia più rapida ed efficiente
3. Scuola digitale: Piattaforme, modelli didattici e tecnologie per una nuova Scuola
4. Documenti digitali: Gestione informatica dei documenti, per una PA più efficiente
5. Cittadinanza digitale: Strumenti, servizi e modelli per un nuovo rapporto tra cittadini e amministrazioni
6. Sicurezza digitale: Tecnologie, modelli e infrastrutture per la sicurezza dei sistemi informatici pubblici
7. Infrastruttura digitale: Connettività, piattaforme e modelli di cooperazione per un’Italia digitale
8. Data management: Big Data, Open Data, il valore pubblico dell’informazione
9. Pagamenti digitali: Il digitale che entra nei sistemi di incasso della PA
10. Procurement dell’innovazione: Come il settore pubblico acquista beni e servizi tecnologici

Ma qual è il contesto in cui questa nostra evoluzione si muove? Provando a leggere i tanti eventi di quest’anno che riguardano la PA nella prospettiva del cambiamento vediamo convivere, e a volte entrare in aspra dialettica, due realtà ontologicamente e culturalmente diverse. Da una parte c’è la politica che ha lavorato moltissimo, più che in qualsiasi altra legislatura della nostra storia repubblicana e ha proposto, e a volte portato a casa in questo 2015, riforme storiche: dai provvedimenti attuativi del Jobs act alla “Buona scuola”, dalla riforma del processo civile alle regole per i documenti elettronici, dall’agenda per la semplificazione al piano per la banda ultra larga, dalla strategia per la crescita digitale sino al 2020 a una legge delega per la riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, la cosiddetta “legge Madia”, che è certamente il più vasto ed ambizioso progetto di riforma della PA da quando Massimo Severo Giannini ne mise in luce gli strutturali difetti nel famoso rapporto di più di 35 anni fa.

Di fronte alla politica c’è però un’amministrazione pubblica fatta di donne e uomini molto stanchi, invecchiati senza la speranza di un turnover, demotivati. Frustrati da un blocco contrattuale che sentono come una penalizzazione del loro lavoro e da un’opinione pubblica che li ha per troppo tempo tacciati di fannulloni e che, senza guardare ad alcun confronto internazionale, li ha bollati come “troppi e troppo costosi”, attendono le riforme come il contadino guarda il cielo, con un po’ di speranza e molta rassegnazione. Questo insieme di lavoratori, complessivamente preparati e anche potenzialmente produttivi, che dovrebbe e potrebbe essere quindi l’asset principale di una knowledge farm come la PA, ne costituisce invece spesso il freno. E’ tangibile infatti, entrando in qualsiasi ufficio pubblico, la stridente contraddizione tra le leggi, le nuove norme, il clima di galoppante novità che viene annunciato e la sostanziale immobilità nei comportamenti dei lavoratori e delle organizzazioni che continuano a seguire logiche a loro proprie, al limite con qualche adempimento formale in più per ossequio a qualche nuova norma.

La discrasia (dal greco: cattiva mescolanza!) tra norme innovative e stanchezza e rassegnazione del corpus del pubblico impiego è il vero ostacolo da superare ora che questo annus mirabilis di riforme sta volgendo al termine. Comporre questo contrasto è il vero task dei riformatori e per farlo non bastano purtroppo né le leggi né i provvedimenti e neanche le dichiarazioni: serve pazienza, coerenza nello sforzo e una buona dose di “sapere tecnico” che veda l’organizzazione degli uffici e la gestione delle risorse umane come una grande opportunità di sviluppo del potenziale delle persone, prima ancora che di pur necessario risparmio.

Senza la pretesa di avere in tasca la soluzione definitiva, noi vediamo tre strade da percorrere in parallelo che sono anche i nostri campi di azione preferenziali nell’assistere i decisori della PA nel processo di cambiamento. Si chiamano assistenza all’innovazione, nuovi modelli di amministrazione e accelerazione nei processi di digitalizzazione.

Esattamente a questo punto della storia si situa il ruolo che vuole avere FPA nei processi d’innovazione della PA e con essa del Paese. FPA vuole infatti essere:

  • un’importante agenzia privata con la mission di promuovere e assistere il cambiamento delle amministrazioni pubbliche;
  • il luogo di riflessione in cui gli innovatori dell’amministrazione, della politica, delle imprese e della cittadinanza organizzata elaborano, sperimentano e confrontano nuovi modelli basati sul concetto di “Stato partner” e sulla convinzione che la PA sia un “bene comune” di cui avere cura tutti insieme;
  • un continuo supporto alle amministrazioni e alle imprese ICT per favorire la cultura digitale nella PA per rendere possibile quella digital transformation necessaria per essere al passo con le esigenze della società.

Programma ambizioso mi direte: è vero, ma solo guardando in alto e lontano possiamo sperare di non doverci accontentare di qualche decimale di PIL che aumenta, ma di costruire insieme un Paese in cui sia bello vivere e lavorare. Tutti insieme.