Switch off digitale, PA ancora in ritardo ma un’accelerazione è possibile

Switch off digitale, la PA è ancora in ritardo ma un’accelerazione è possibile. Ecco perché

Home PA Digitale Switch off digitale, la PA è ancora in ritardo ma un’accelerazione è possibile. Ecco perché

La fatidica scadenza del 28 febbraio è passata, come era lecito attendersi, senza segnare particolari stravolgimenti nel lungo e tortuoso percorso di digitalizzazione della PA italiana. D’altronde, era davvero difficile ipotizzare che così tante amministrazioni riuscissero a recuperare in poco tempo il ritardo accumulato negli anni. Eppure, alcuni trend registrati nel corso degli ultimi mesi sembrano suggerire che questa scadenza potrebbe non essere passata invano. La diffusione delle piattaforme tra i cittadini e le nuove risorse a disposizione delle amministrazioni possono giocare un ruolo cruciale, a patto di lavorare su governance e competenze

4 Marzo 2021

B

Andrea Baldassarre

Responsabile Area Content Development FPA

Photo by Austin Distel on Unsplash -

Ascolta l’articolo in podcast


La fatidica scadenza del 28 febbraio è passata, come era lecito attendersi, senza segnare particolari stravolgimenti nel lungo e tortuoso percorso di digitalizzazione della PA italiana. Buona parte delle amministrazioni ancora in ritardo nel percorso di integrazione con le principali piattaforme nazionali non sono riuscite a rispettare la deadline prevista dal Decreto “Semplificazioni” che, nelle intenzioni del governo, avrebbe dovuto rappresentare un vero e proprio punto di non ritorno verso quello switch off digitale da tempo auspicato.

D’altronde, era davvero difficile ipotizzare che, in così pochi mesi, tante amministrazioni riuscissero a recuperare il ritardo accumulato negli anni. Ed era ancora più difficile immaginare che tale accelerazione potesse derivare da un semplice adempimento normativo, alla luce della lunga storia di scadenze “bucate” in tema di PA digitale, anche a fronte delle numerose proroghe concesse alle amministrazioni nel corso del tempo.  

Eppure, alcuni trend registrati nel corso degli ultimi 12 mesi sembrano suggerire che questa scadenza potrebbe non essere passata invano.

Ma procediamo con ordine.

Le scadenze del 28 febbraio

Partiamo dalle scadenze. Il 28 febbraio rappresentava il termine ultimo previsto dal Decreto “Semplificazioni” entro il quale le pubbliche amministrazioni italiane avrebbero dovuto:

  • integrare nei propri sistemi informativi SPID e CIE come unici sistema di identificazione per l’accesso ai servizi digitali, cessando contestualmente il rilascio di credenziali differenti da questi due strumenti (fermo restando la possibilità di utilizzare le credenziali già rilasciate in precedenza, anche se non oltre il 30 settembre 2021);
  • integrare la piattaforma pagoPA nei sistemi di incasso per la riscossione delle proprie entrate;
  • avviare i progetti di trasformazione digitale necessari per rendere disponibili i propri servizi sull’App IO.

Lo stato dell’arte

Basta analizzare i dati messi a disposizione da diverse fonti ufficiali sull’avanzamento dei progetti di trasformazione digitale per capire che l’obiettivo è ancora lontano.

Al momento della realizzazione di questo contributo, le amministrazioni che consentono l’accesso ai servizi online anche attraverso SPID sono poco meno di 6.300, su una platea complessiva di oltre 20.000 enti pubblici. Un dato che, come noto, non tiene in considerazione il numero effettivo di servizi SPID erogati dai diversi enti, per cui tra le amministrazioni “attive” vengono ricomprese anche quelle che hanno attivato un solo servizio, con il solo obiettivo di rispondere all’adempimento minimo.

Più alto il dato relativo alle amministrazioni attive su PagoPA, poco più di 18.000, corrispondenti a quasi circa l’80% degli enti in perimetro. Anche qui, però, occorre considerare che gli enti “attivi”, ovvero le PA che hanno riscosso pagamenti su pagoPA per almeno un servizio, sono poco meno di 8.800.

Più complicato calcolare il numero di enti presenti sull’app IO. Tra gli enti centrali risultano sicuramente attivi i servizi di ACI (AvvisACI, Bollo Auto, Certificati di proprietà, Comunicazione istituzionale), Agenzia delle Entrate (Bonus Vacanze), Ministero dell’Interno (Richiesta di cittadinanza) e MEF (Cashback), mentre l’elenco degli enti locali che hanno integrato i propri servizi sull’app è attualmente in fase di aggiornamento.

Le differenze rispetto al passato: la spinta dei cittadini

Come sottolineato in apertura, era davvero irrealistico immaginare numeri che si discostassero di molto da quelli appena descritti. La realtà, come evidenziato da autorevoli commentatori, è che quella del 28 febbraio abbia rappresentato per lo più una data “simbolica”, utile anche e soprattutto a segnalare l’urgenza di una trasformazione non più rinviabile, anche alla luce dell’esponenziale diffusione che le piattaforme appena descritte hanno conosciuto tra i cittadini italiani nel corso del 2020. Un trend in crescita confermato anche nei primi mesi del 2021:

  • a febbraio le identità digitali SPID hanno superato i 17,5 milioni (erano 15,5 milioni a fine 2020), mentre le CIE attivare risultano più di 19,2 milioni;
  • le transazioni su PagoPA hanno già superato i 27 milioni, per un valore complessivo di oltre 4,7 miliardi di euro, con previsioni per la fine del 2021 di quasi 173 milioni di transazioni (sono state 101 milioni a fine 2020) per un valore di oltre 33 miliardi di euro;
  • l’app IO ha raggiunto i 10,3 milioni di download, spinta soprattutto dal Cashback, a cui ad oggi hanno aderito quasi 7,8 milioni di cittadini, con oltre 263 milioni di transazioni elaborate e più di 13,9 milioni di strumenti di pagamento attivati.

Numeri che segnano una prima, fondamentale differenza con il passato, ovvero una maggiore propensione degli utenti all’utilizzo degli strumenti digitali nell’interlocuzione con la pubblica amministrazione. Variabile rispetto al quale l’Italia si è sempre attestata agli ultimi posti delle classifiche europee, come evidenziato anche dalle ultime edizioni del DESI e dell’eGovernment Benchmark.

L’assenza di una “domanda” di servizi digitali è spesso stata indicata come una delle principali cause della scarsa velocità di integrazione delle PA con le piattaforme abilitanti. Vale la pena ricordare il circolo vizioso che per anni ha contraddistinto SPID: con pochi cittadini che disponevano di identità digitali, le amministrazioni non hanno percepito l’urgenza di accelerare il percorso di adesione e di integrazione dei servizi con il sistema, ma allo stesso tempo, in assenza di servizi digitali accessibili tramite SPID, i cittadini non trovavano un valido motivo per procurarsi un’identità digitale. Un meccanismo perverso, che si è autoalimentato per anni, per cui l’offerta non crea la sua domanda, e la domanda non riesce a stimolare l’offerta.

Ora questa domanda esiste, anche grazie alla scelta vincente di legare all’utilizzo delle piattaforme alcuni servizi ad ampia diffusione (es. servizi previdenziali, fiscali e della motorizzazione per SPID; Bonus Vacanze e il già citato Cashback per IO). È quindi lecito auspicare una decisa accelerazione da parte delle PA ancora inadempienti per rispondere alle aspettative che i cittadini nutrono verso servizi pubblici sempre più digitali e facili da usare.

Le opportunità di finanziamento

Un secondo aspetto da tenere in considerazione riguarda anche la centralità che le piattaforme hanno assunto nelle strategie di spesa adottate a livello centrale.

Un primo, piccolo ma importante passo è stato rappresentato dalla decisione di destinare 43 dei complessivi 50 milioni di euro del Fondo per l’innovazione tecnologico e la digitalizzazione all’integrazione dei sistemi comunali con SPID, pagoPA e IO. Sono stati 7.246 i Comuni che hanno chiesto l’accesso alle risorse del Fondo, rispondendo al primo bando voluto dall’ex Ministro per l’innovazione Paola Pisano e lanciato il 15 dicembre scorso.

Nei prossimi mesi le amministrazioni potranno poi attingere alle ingenti risorse previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La prima bozza del Piano, licenziata dal precedente governo e trasmessa al Parlamento nel gennaio scorso, dedica un ruolo centrale all’innovazione e alla transizione digitale della PA (Missione 1, Componente 1), individuando in “Cittadinanza digitale, servizi e piattaforme” uno dei principali ambiti di intervento, con uno stanziamentocomplessivo pari a 5,56 miliardi di euro (4,76 dei quali destinati al progetto Italia Cashless e a iniziative già in corso da parte delle amministrazioni centrali).

Le azioni per recuperare il ritardo

Le condizioni per promuovere una definitiva accelerazione sembrano pertanto esserci, ma è necessario che le amministrazioni inizino realmente a improntare le loro strategie di digitalizzazione allo sviluppo di servizi a misura di cittadino. Servizi che dovranno essere ripensati o sviluppati ex novo per essere integrati con le piattaforme abilitanti.

Ma affinché questo avvenga, tali strategie dovranno essere sostenute da alcune azioni di sistema, come evidenziato anche nel nostro ultimo Annual Report.

In primis, il rafforzamento di una governance dell’innovazione che, sotto la guida del nuovo Ministro per l’innovazione Vittorio Colao, dovrà garantire la continuità con quanto di buono è stato fatto nel corso degli ultimi anni, ma al tempo stesso potenziare gli strumenti finalizzati a coinvolgere e accompagnare le amministrazioni territoriali, che ancora oggi costituiscono le realtà maggiormente in ritardo nel processo di digitalizzazione.

In secondo luogo, la diffusione all’interno delle amministrazioni di quelle competenze digitali e trasversali necessarie al ripensamento in digitale dei servizi pubblici, la cui assenza ha rappresentato il vero freno all’attuazione dei diversi processi lentamente avviati nel corso del tempo.

Su questo argomento

Mettere le persone al centro: l’unica strada per rispondere davvero alle esigenze di cittadini e imprese