Costo della politica e stipendi dei parlamentari: siamo a rischio di S.P.V.?

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Ho seguito in questi giorni con grande attenzione il dibattito sul cosiddetto costo della politica e sugli stipendi e i privilegi dei parlamentari, per altro riportato anche sul nostro sito. Credo che sia un dibattito assolutamente necessario in un momento di gravi sacrifici per tutti, ma che, se lo semplifichiamo troppo e non ne vediamo i lati meno evidenti ed emotivi, ci può portare completamente fuori strada, innescando invece che una vigile e coraggiosa ragione riformatrice, un empito passionale sterile quanto caduco. Insomma quello che Huxley nel suo “Il Mondo Nuovo” chiama un “surrogato di passione violenta” un S.P.V. appunto, che ci lascia sedati e soddisfatti, mentre tutto va avanti come prima. Un segno del pericolo in questo senso mi è arrivato dal furore polemico con cui sono state stigmatizzate da una parte della stampa le dichiarazioni del Presidente dell’ISTAT, Enrico Giovannini…

10 Gennaio 2012

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

Ho seguito in questi giorni con grande attenzione il dibattito sul cosiddetto costo della politica e sugli stipendi e i privilegi dei parlamentari, per altro riportato anche sul nostro sito.

Credo che sia un dibattito assolutamente necessario in un momento di gravi sacrifici per tutti, ma che, se lo semplifichiamo troppo e non ne vediamo i lati meno evidenti ed emotivi, ci può portare completamente fuori strada, innescando invece che una vigile e coraggiosa ragione riformatrice, un empito passionale sterile quanto caduco. Insomma quello che Huxley nel suo “Il Mondo Nuovo” chiama un “surrogato di passione violenta”[1] un S.P.V. appunto, che ci lascia sedati e soddisfatti, mentre tutto va avanti come prima.

Un segno del pericolo in questo senso mi è arrivato dal furore polemico con cui sono state stigmatizzate da una parte della stampa le dichiarazioni del Presidente dell’ISTAT, Enrico Giovannini, che ha detto in sintesi quello che una politica meno demagogica avrebbe dovuto capire da sé, ossia che non esiste ahimè una formula magica in grado di restituirci un valore “giusto” per gli stipendi dei parlamentari e dei vertici apicali delle amministrazioni e degli Enti Pubblici, ma che questo deve essere determinato con discernimento ed equilibrio dalla politica stessa, a cui la statistica può e deve dare solo un valido e corretto supporto conoscitivo.

Risibile è poi, se non fosse tragico segno dell’ignoranza diffusa del Paese per tutto quello che concerne “i numeri”, la reazione di chi ha accusato la commissione di aver complicato inutilmente cose in sé semplici[2].

Un altro e più grave pericolo è però intrinseco al dibattito stesso e deriva dalla confusione, a mio parere madornale e perniciosa, che si fa tra costi patologici della politica e costi fisiologici della democrazia. Per evitare malintesi provo a fare degli esempi sotto forma di domande.

  • E’ un privilegio insopportabile che un parlamentare abbia un rimborso di circa 3.500 euro mensili per le spese di rappresentanza e per dotarsi di un assistente? Certamente no se lo usa per far meglio il suo lavoro, certamente sì se se lo mette in tasca come prebenda ulteriore. Dal rapporto Giovannini scopriamo che in molti tra i Paesi confrontati l’assistente non solo c’è, ma è a carico del Parlamento stesso, come per altro mi sembrerebbe ovvio, e costa ben di più. Certo se poi l’Onorevole dà un tozzo di pane ad un portaborse, ripagandolo con la promessa di ottenere un domani un qualche posto in un’azienda pubblica, e si mette in tasca il resto è un’altra cosa. Ma si tratta di patologie che non è difficile estirpare.
  • Uno stipendio netto in tasca di circa 5.000 euro al mese (al netto delle spese di rappresentanza di cui sopra e di 3.500 euro di spese di trasferta) è troppo alto? Non penso proprio: è meno dello stipendio di un dirigente bancario, molto meno dello stipendio di molti dirigenti pubblici di prima fascia. Credo che non sia lì il punto e alzare fumo su questo vuol dire, come si dice a Roma “buttarla in caciara”.
  • Ha un senso che le spese[3] siano rimborsate comunque a tutti i parlamentari, sia che abitino ad un passo da Montecitorio sia che vengano da Caltanissetta? Certamente no, ma è roba facile: facciamo come in Francia e, invece di un forfait, diamo a tutti i fuori sede un alloggio decente pagato dall’istituzione e rimborsiamo solo le spese giustificate.
  • Il Parlamento italiano costa troppo? Certamente sì se fa quel che fa ora, ossia per la maggior parte dei casi il passacarte di decreti già decisi da un esecutivo che ha spesso usurpato di fatto anche il potere legislativo; certamente no se torna ad essere il cuore pulsante della nostra democrazia, il luogo della composizione dei nostri diversi e molteplici interessi.

Allora cosa è insopportabile? Io dico la mia: faccio fatica a sopportare il numero dei parlamentari, assolutamente troppo alto e che ha resistito indenne a decine di proposte di riforma, il basso impegno che si richiede loro in termini di effettive giornate di lavoro in aula e in commissione, alcuni privilegi di “casta” che sono non tanto costosi, quanto indicatori di un atteggiamento di separazione e di privilegio che non ha più alcuna ragion d’essere.

Confesso però che, in termini di risparmi e di “casta”, molto più fatico a sopportare la stessa attuale geografia dell’amministrazione, specie centrale, ma anche locale (delle province abbiamo già parlato, delle società partecipate parleremo), nata più per esigenze endogene che esogene (un modo gentile per dire che è servita più a piazzare persone che non a soddisfare bisogni della collettività).

Quest’ultimo è un punto da considerare con particolare attenzione: noi lo abbiamo sintetizzato come “una necessaria innovazione istituzionale”. Mi faccio anche qui qualche domanda: siamo certi che c’è bisogno di così tanti Dipartimenti presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e che per ciascuno siano necessari così tanti dirigenti apicali e dirigenti di prima e di seconda fascia, spesso a capo di un numero di impiegati così limitato da suscitare imbarazzo a raccontarlo? Ci servono ben quattro organismi autonomi, di rango dipartimentale, oltre al Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali, che si occupino appunto di politiche sociali come sono il Dipartimento per le politiche antidroga, il Dipartimento per le politiche per la famiglia, il Dipartimento della Gioventù, l’Ufficio nazionale per il servizio civile? Siamo certi che l’azione di garanzia e di protezione della concorrenza per il mercato dell’energia, per quello dei trasporti e per quello dei servizi postali (per fortuna l’autorità dedicata è abortita) non possa essere a carico della già esistente Autorità Antitrust? Siamo certi che la sovrapposizione di istituzioni intermedie sul territorio sia sempre dettata dai bisogni delle popolazioni e non dalla necessità di piazzare qualche “trombato”?

Del tanto denigrato rapporto della Commissione Giovannini vi invito a prendere in considerazione le ultime pagine: scoprirete così che molte delle istituzioni italiane “autonome” non hanno riscontro nella maggior parte degli altri Paesi nostri concorrenti con risparmi quantificabili in alcuni miliardi. Certo le istituzioni autonome servono a garanzia della legalità e delle regole, ma com’è allora che, nonostante tutto, continuiamo a scendere nella classifica relativa alla lotta alla corruzione, mentre i Paesi che non hanno queste istituzioni ci superano alla grande?

In sintesi io vorrei un Parlamento forte, fatto di meno parlamentari ma scelti dall’elettorato, ben preparati, ben pagati, ben assistiti e ben impegnati in un lavoro che, se fatto con coscienza, impegna tutto il tempo disponibile e anche di più. Vorrei che fosse ridisegnata con coraggio l’amministrazione sulla base delle politiche e dei bisogni. Vorrei che il costo della politica non fosse considerato uno spreco, ma un investimento al servizio di tutti.

Per la realizzazione di questi desideri servono riforme serie e lungimiranti: i tagli alla cieca invocati da qualche giacobino della domenica non servono, sono anzi dei tonici per un sistema che, dopo il suo “ruttino liberatore”[4], andrà avanti come prima.



[1]  “Gli uomini e le donne hanno bisogno che si stimolino di tanto in tanto le loro capsule surrenali» disse il Governatore.
«Cosa?» fece il Selvaggio che non capiva.
«E’ una delle condizioni della perfetta salute. E’ per questo che abbiamo reso obbligatorie le cure S.P.V.»
«S.P.V.?»
«Surrogato di Passione Violenta. Regolarmente, una volta al mese, irrighiamo tutto l’organismo con adrenalina. E’ l’equivalente fisiologico completo della paura e della collera. Tutti gli effetti tonici dell’uccisione di Desdemona e del fatto che è uccisa da Otello, senza nessuno degli inconvenienti.»
«Ma io amo gli inconvenienti.»
«Noi no» disse il Governatore. «Noi preferiamo fare le cose con ogni comodità.»
A.Huxley – “Il Mondo Nuovo”, Mondadori Editore, Collana La Medusa, Milano 1933, pagg. 245-46
 
[2] Il quotidiano Libero si vanta di aver raggiunto il risultato voluto (il parametro europeo che la legge prescrive) in sei ore, contro una commissione che “non ci è riuscita in sei mesi”. Peccato che poi quando si cerca questo risultato quel che appare è di una povertà sconcertante.
 
[3] Non parlo volutamente dei vitalizi perché sono in esaurimento, la loro storia però, dalla loro nascita per garantire “pari opportunità” di fare politica a ricchi e poveri, al loro trasformarsi in grotteschi privilegi è quanto mai istruttiva.
 
[4] Per altra strada e per altro percorso culturale rispetto a Huxley, Dario Fo nel suo magistrale “Morte accidentale di un anarchico” dice cose simili: parla di “ruttino” per indicare quegli scandali subitanei che non portano a cambiamenti. Dice un giornalista nella sua pièce “In poche parole salta fuori che lo scandalo, anche quando non c’è, bisognerebbe inventarlo, perché è un mezzo straordinario per mantenere il potere scaricando le coscienze degli oppressi”. E così, dice il matto (che è il portatore di verità nella commedia) “Il popolo si indigna, si indigna e burp! Arriva il ruttino liberatore.”