La valutazione anche nella scuola? Difficile, ma necessaria

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La necessità di una corretta valutazione delle performance e degli impatti dell’azione pubblica è ormai assolutamente condivisa da tutti i soggetti in campo, comprese le organizzazioni sindacali e le associazioni dei cittadini. Certo tutto è perfettibile e ci sono posizioni diverse sugli strumenti da adottare, ma sul punto che sia necessario misurare, valutare e quindi “dar conto” ai cittadini di come si spendono i soldi pubblici non c’è più discussione. Le cose si complicano però quando avviciniamo la lente ad alcune specifiche categorie e proviamo ad esempio a valutare gli insegnanti.

11 Gennaio 2011

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

La necessità di una corretta valutazione delle performance e degli impatti dell’azione pubblica è ormai assolutamente condivisa da tutti i soggetti in campo, comprese le organizzazioni sindacali e le associazioni dei cittadini. Certo tutto è perfettibile e ci sono posizioni diverse sugli strumenti da adottare, ma sul punto che sia necessario misurare, valutare e quindi “dar conto” ai cittadini di come si spendono i soldi pubblici non c’è più discussione.
Le cose si complicano però quando avviciniamo la lente ad alcune specifiche categorie e proviamo ad esempio a valutare gli insegnanti.

Così la sperimentazione della valutazione della performance organizzativa dell’istituto scolastico e della performance individuale dei singoli insegnanti, che il Ministro Gelmini ha messo in piedi in alcune città italiane (Torino, Napoli e forse in aggiunta Milano per gli insegnanti; Pisa, Salerno e in aggiunta Cagliari per gli istituti), rischia di affondare per l’alto numero dei collegi dei docenti che stanno votando a stragrande maggioranza l’indisponibilità ad aderire ad un’iniziativa che, essendo sperimentale, era stata pensata come volontaria.
Non è la prima volta che succede: nel 2000 ne fece le spese il Ministro Berlinguer, che sul progetto di valutare gli insegnanti e di legare a quella valutazione parte degli aumenti retributivi, perse il posto.
Certo stiamo parlando di una valutazione difficile, certo non è un processo che possa definirsi in algoritmi, ma che anzi deve essere ricco di esprit de finesse almeno quanto di esprit de geometrie, ma non possiamo dire che è impossibile. E allora perché non solo non si riesce a farlo, ma la gran parte degli insegnanti non sono disposti neanche a partecipare ad una sperimentazione?

Le ragioni che mi vengono alla mente sono due, molto diverse tra loro: la prima è che stiamo parlando di una categoria che valuta per mestiere, ma che non è stata mai valutata e non concepisce di essere valutata. Una categoria che non ha mai visto un riconoscimento non solo del merito, ma neanche dell’impegno profuso e che vede da sempre allo stesso livello tutti, chi lavora tantissimo e chi fa il minimo indispensabile e che, tutto sommato, a questo stato di cose si è adattata. Una categoria per cui, come ho letto in un interessante articolo, vale l’amara osservazione secondo cui “il massimo della carriera coincide con l’Alzheimer”. Una categoria, quindi, che alla valutazione del proprio operato è allergica e che tutto sommato è conservatrice. E’ questo, mi sembra, l’atteggiamento prevalente nei commenti del Ministro e del Ministero e non può che portare ad una contrapposizione frontale.

L’altra motivazione è di tutt’altro tenore e a me pare più ragionevole: per accettare la valutazione non basta essere convinti della sua necessità, bisogna fidarsi. La fiducia è un ingrediente fondamentale e nel corpo docente manca completamente. Manca per i troppi decenni di trascuratezza, manca per l’inesistente interesse allo sviluppo delle risorse umane, manca perché ogni giorno bisogna fare i conti con la carta igienica che non c’è e con l’acqua che i ragazzi si devono portare da casa. Manca perché né questo, né i precedenti governi hanno visto nella scuola una priorità, ma l’hanno lasciata vivacchiare come un enorme pachiderma che fosse troppo faticoso e troppo costoso svegliare. E così chi non si fida non accetta volontariamente di farsi valutare, non ci crede più, non ha più speranza che il merito e l’impegno vengano riconosciuti.
Come fare allora, visto che da cittadino ho diritto di avere una valutazione sulla scuola e sugli insegnanti di mio figlio che pago con le mie tasse?
Se l’ingrediente che manca è la fiducia, non possiamo che ripartire da lì, da quel “building trust” che anche le istituzioni internazionali danno come obiettivo principale per le amministrazioni pubbliche. Ma ottenere fiducia è una meta ambiziosa e di lungo periodo: bisogna lavorare insieme sui contesti, sugli edifici, sulle reputazioni, sul valore sociale che si attribuisce alla scuola. La strada è lunga, purtroppo però scorciatoie non ce ne sono. Altrimenti il pachiderma con una scossa si toglierà di dosso la mosca della valutazione, caccerà via l’ennesimo ministro e tornerà a dormire, scontento, di cattivo umore, ma senza uno stimolo a rimettersi in piedi.