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L’innovazione richiede rispetto

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Decine di riforme fallite, che occhieggiano dal cimitero degli elefanti delle innovazioni solo annunciate, ci ricordano che sapere dove si deve andare è necessario, ma non sufficiente. Dobbiamo anche trovare il veicolo che ci porti alla meta. Noi crediamo che questo veicolo possa essere rappresentato utilmente dalla parola e dal sentimento del “rispetto”.

6 Febbraio 2019

Carlo Mochi Sismondi

Presidente FPA

Photo by rawpixel on Unsplash

Forse il modo migliore per valutare un anno così burrascoso e denso di profondi e ancora non del tutto decifrabili cambiamenti, è ripensare alla fine del 2017 quando, ancora con un Governo Gentiloni in carica, in gran parte identico a quello precedente presieduto da Renzi, ci interrogavamo su un futuro incerto, augurandoci di non vedere una palingenesi che ci riportasse all’anno zero dell’innovazione. Da allora sembra passata un’era non un anno.

Un nuovo Governo e una profonda discontinuità in tutto – dagli obiettivi alle strategie, dai comportamenti alla rappresentazione del potere – ci consegna ora una fine d’anno caratterizzata da un’incertezza, da una diversità di linguaggi e di proposte, da una bulimia di politiche annunciate, ma ancora non tradotte in provvedimenti, che, seppure non necessariamente negativa, è quanto mai spiazzante per la maggior parte di noi. E proprio perché “spiazzati”, sentiamo il bisogno di imporre a noi stessi e di suggerire agli altri attori dell’innovazione della PA, e più in generale del Paese, una chiarezza adamantina e una coerenza di ferro sugli obiettivi e sulle strategie per raggiungerli.

E questo ancor più perché siamo di fronte ad una grande confusione anche quando sentiamo parlare della continua ed infinita fatica di riformare l’amministrazione pubblica. Così si passa da dichiarazioni di stima e riconoscimento per quanto si è fatto (non poco) nelle ultime legislature, a perentorie affermazioni per cui saremmo a zero, con tutto il lavoro ancora da fare.

Per non smarrirci tocca quindi tornare ai “fondamentali”. Non possiamo che partire dalla banale constatazione che una chiarezza sul ruolo e sull’organizzazione dell’amministrazione, o meglio delle amministrazioni perché sono tante e diverse, non possa che nascere da una preventiva chiarezza sulla visione che abbiamo dello sviluppo del Paese. Non ci serve la stessa PA (per comodità continuiamo a chiamarla così, ma ribadiamo che è plurale) per un Paese che punti ad un’economia di mercato che vede nello Stato solo spesa o invece per un Paese che impegni la mano pubblica come motore potente d’innovazione. Non ci serve la stessa PA per un Paese che sia aperto e inclusivo o invece chiuso e arroccato in difesa. Non la stessa PA sarà funzionale al rafforzamento di uno Stato efficiente, funzionale, gerarchico-burocratico o invece alla nascita di uno Stato partner basato sulla partecipazione, l’ascolto, la costruzione di una piattaforma di opportunità per i cittadini e le loro libere organizzazioni. Ma anche, passando a temi più economici, diversa sarà l’amministrazione di un Paese che giochi tutte le sue carte sulla ricerca, l’innovazione, l’istruzione e la crescita delle competenze o piuttosto che si affidi alle sperimentate mani di una “old economy” tradizionale. In un caso ci serviranno progettisti e visionari, nell’altro corretti e integerrimi soggetti autorizzatori.

Da parte nostra, con la chiarezza che chiediamo a tutti, dichiariamo che l’Italia che vogliamo per noi e per i nostri figli è un Paese dialogante [1], aperto, inclusivo, teso verso uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico, in cui le diseguaglianze diminuiscono e proporzionalmente crescano i saperi e le opportunità per ciascuno, in particolare per i giovani, le fasce deboli e i “nuovi cittadini”.

Sulla base di questi principi è necessario esaminare le riforme passate, presenti e future della PA secondo una mappa delle coerenze che, di fronte a qualsiasi progetto, a qualsiasi innovazione, a qualsiasi trasformazione, sia digitale o meno, ci guidi a rispondere ad alcune domande chiave. Il cambiamento o l’innovazione in campo, su cui vogliamo spendere risorse umane, strumentali e finanziarie:

  • ci aiuta a fornire ai cittadini ed alle imprese servizi di qualità più vicini e più veloci, nati dall’ascolto e dal co-design con gli stakeholders, superando il paradigma bipolare, che vede da una parte chi fornisce i servizi e dall’altra chi li usa (o subisce), verso un’amministrazione condivisa? I servizi infatti sono il cuore del patto che le istituzioni stipulano con i contribuenti. In Italia, ci dice il Rapporto “Gli Italiani e lo Stato” di Demos, c’è ancora una grande aspettativa verso i servizi pubblici ed una scarsa propensione a vederli tutti privatizzati, ma c’è anche una insoddisfazione diffusa sulla loro qualità e omogenea diffusione sul territorio nazionale. Hic Rhodus, hic salta;
  • garantisce diritti ed abilita capabilities per tutti, ma soprattutto per quelli che soffrono di carenze di opportunità? E’ quanto mai necessario se consideriamo che, come ci dice il rapporto ASviS 2018 sullo sviluppo sostenibile [2] la disuguaglianza cresce nel nostro paese e le opportunità per gli ultimi diminuiscono così come le prospettive di un ascensore sociale che sembra definitivamente bloccato;
  • rifugge da interventi spot, slegati o meramente assistenziali, ma promuove strategie lungimiranti che abbattono i silos degli interessi di questo o quell’ente, di questa o quella lobby? La maledizione dello “short termism” secondo cui tutto deve essere fatto e giudicato in tempi assurdamente brevi [3], può facilmente contagiare, o forse ha già contagiato, sia la politica sia l’amministrazione in una corsa a vedere risultati immediati, dove invece solo la paziente, tenace e coerente opera riformatrice ha speranza di successo;
  • utilizza la trasformazione digitale come leva di cambiamento organizzativo, di processo, di prodotto/servizio o si limita a digitalizzare l’esistente in una continua e frustrante trascrizione dell’analogico?
  • produce risultati misurabili in un arco di tempo definito utilizzando risorse certe? Insomma è frutto di una pianificazione o di un empito velleitario della volontà?
  • e soprattutto questo cambiamento modifica in modo stabile e condiviso i comportamenti? Incide nella rete delle relazioni interne ed esterne alla PA arricchendola di fattiva partecipazione e collaborazione?

Se abbiamo risposto affermativamente allora siamo dentro la nostra mappa delle coerenze e vale la pena di andare avanti. Ma un esame obiettivo degli ultimi anni ci conferma che sarebbe un suicidio pensare di farcela senza attrezzarci. Decine di riforme fallite, che occhieggiano dal cimitero degli elefanti delle innovazioni solo annunciate, ci ricordano che sapere dove si deve andare è necessario, ma non sufficiente. Dobbiamo anche trovare il veicolo che ci porti alla meta.

Noi crediamo che questo veicolo possa essere rappresentato utilmente dalla parola e dal sentimento del “rispetto”.

Il rispetto (da respicere) “guarda di nuovo” (da lì il “ri-guardo”), guarda in profondità, guarda dietro e dentro, guarda per conoscere e riconoscere. È il rovescio dell’occhiata frettolosa e del pregiudizio che tutto già sa, quindi non guarda né ri-guarda.

In questo anno passato è proprio del rispetto che abbiamo maggiormente sentito il bisogno ed è stata proprio l’incapacità collettiva di “ri-guardare”, di soffermarci per conoscere e ri-conoscere, anche a rischio di mettere in discussione le nostre idee, che ci è pesata di più nel nostro sforzo di essere innovatori.

Ma quale è il rispetto che può essere veicolo di quella innovazione positiva che abbiamo brevemente delineato? E rispetto per cosa e per chi?

  • Rispetto del lavoro fatto: non siamo all’anno zero; la nostra lavagna non è bianca e non costruiamo su un green field, dobbiamo invece conoscere e riconoscere tutto il lavoro che decenni di impegno di innovatori, nonostante tutto, hanno prodotto nelle amministrazioni. Dobbiamo tutti, politici in primis, essere capaci non tanto di inventare di nuovo la ruota, o la riforma griffata, quanto di andare con tenacia, furbizia e onestà intellettuale a scovare i tesori dove ci sono, magari anche nelle leggi fatte da un’altra maggioranza.
  • Rispetto delle competenze: non c’è speranza di rispondere alle mutevoli e crescenti domande di una società complessa, eterogenea e in rapido mutamento per una PA che non sia competente. La competenza della PA, quella che l’aiuta a capire il cambiamento, ad uscire dal palazzo, a progettare il nuovo, non può che derivare dalla combinazione di due azioni: un vero sblocco del turnover che permetta di assumere nuove professionalità più adeguate; una formazione on the job che non sia addestramento su nuove leggi (vedi l’infinita serie di inutili corsi sull’anticorruzione), ma piuttosto accompagnamento e fornitura continua di manuali e cassette degli attrezzi. Ma prima ancora è necessario che si ripristini il rispetto per la competenza, la scienza, il sapere. Non è vero che basta volere per fare, è necessario sapere e questo sapere e saper fare è frutto di sforzi, di tempo, di impegno e rinunce. Certo non basta la competenza e nessun sapere è “neutrale”, ma sperare di affrontare sfide difficili muniti solo di buon senso è velleitario e frustrante.
  • Rispetto delle comunità locali: l’abbiamo detto e scritto infinite volte che l’innovazione non è cosa da Ministeri e che con uno sguardo “palazzochigicentrico” non si coglie il nuovo che pure c’è. È dove le amministrazioni incontrano effettivamente i bisogni dei cittadini, ciascuno il suo in una frammentazione continua che pur va riportata ad azioni collettive, che la spinta a soddisfare la domanda sociale produce cambiamento. Certo non è un processo né automatico né che si possa produrre ovunque, ma è necessario che la politica e i vertici amministrativi abbiano il massimo rispetto di queste sperimentazioni, fatte sul territorio, spesso “nonostante” regole rigide e formali che, dal centro, pretendono di controllare tutto. Il primo rispetto è conoscerle. Nei tanti anni di esperienza abbiamo visto un importante numero di ministri, ma pochissimi sono stati quelli che hanno passato una buona fetta del loro tempo girando il Paese non per parlare, ma per ascoltare e conoscere. Così abbiamo avuto infinite scoperte dell’acqua calda, norme che hanno normato il già normato o imposto standard che erano al di sotto della prassi delle amministrazioni migliori, molti errori derivati da non aver avuto informazioni sugli errori già fatti e quindi ampiamente evitabili.
  • Rispetto dei ruoli: amministrazioni, politica (gli eletti dai cittadini), mercato e mondo della produzione, mondo della ricerca, cittadinanza organizzata e terzo settore, singoli cittadini sono tutti attori di uno stesso film. Ripristinare le condizioni della fiducia basati sul riconoscimento dei ruoli e delle responsabilità è fondamentale perché gli sforzi di ciascuno divengano movimento orientato a risultati comuni. Veniamo da stagioni in cui tale rispetto è stato scarso ed estemporaneo, a volte legato più alla ricerca del consenso immediato ottenuto parlando alla pancia del Paese piuttosto che ad una pacata progettualità. Lotta ai furbetti, accuse di fannullonismo e di spreco endemico, controlli polizieschi in organizzazioni basate sulla condivisione della conoscenza sono tutti esempi di un’amministrazione che non è aiutata ad abbandonare il paradigma fordista (rappresentato da sua maestà il tornello), ma anzi sembra essere giudicata più dalle ore di presenza in ufficio che dai risultati ottenuti. Antidoti ce ne sono molti, a cominciare da quel “lavoro agile” o smart working che è ormai sdoganato dalla legge, ma spesso non dalle consuetudini e dagli atteggiamenti. Specularmente l’amministrazione ha dimostrato poco rispetto e nessuna fiducia né per il mercato, a cui chiede continue prove (ahimè solo formali) di non essere fatto di delinquenti, né per la politica a cui attribuisce mire predatorie e scelte fatte più per fedeltà che per merito.
  • Rispetto dei tempi del cambiamento: siamo ormai certi, dopo trent’anni di osservazione dell’innovazione nella PA, che il cambiamento non si può fare (solo) con le norme. Bisogna avere la pazienza del contadino: seminare l’innovazione, curare la pianticella, metterla in vivaio in una situazione di monitoraggio e protezione e poi, quando è più resistente e se sopravvive, trapiantarla in campo aperto. Sperare che cambiamenti profondi arrivino in tempi brevi allo strato della consapevolezza vuol dire andare incontro a cocenti delusioni. Ne abbiamo avuto la controprova con una recentissima ricerca in cui abbiamo chiesto ad un numeroso panel (quasi 3.000 tra funzionari impiegati e dirigenti pubblici) di esprimere liberamente la loro vicinanza all’una o l’altra alternativa riguardo ad un tema caldo della riforma della PA. Dallo spoil system al FOIA, dalla partecipazione dei cittadini nella valutazione, alla “cura” per l’assenteismo, ciascun tema metteva a confronto un’affermazione fortemente innovatrice con una di conservazione e più difensiva. Ne è uscito un panorama di grandissimo interesse che rivela come alcuni concetti chiave della spinta riformatrice siano divenuti ormai cultura comune, altri siano invece ancora stranieri per una buona parte dei dipendenti della PA che sceglie a volte opzioni “difensive”. Nulla di straordinario, a patto di mantenere la barra dritta, di non andare appresso alla ricerca del consenso facile, di dare tempo al tempo.
  • Rispetto delle persone: di tutte le persone, sia quelle che lavorano nelle amministrazioni, sia quelle che alle amministrazioni chiedono servizi e opportunità. L’incarnazione del rispetto, la sua manifestazione visibile è l’empatia: la capacità di entrare in relazione con chi è diverso da noi mettendosi dalla sua parte. Non ci può essere innovazione senza empatia, perché si può imporre una regola, ma non indurre un cambiamento profondo senza entrare nelle scarpe di chi ci sta di fronte. È semplicemente impossibile. Non è facile, ma il premio è grande. Un paese che riscopra il rispetto per il diverso, per il nuovo, per l’inaspettato, per il debole come per il potente è un Paese che riscopre la sua forza.

Siamo certi che questa duplice sensibilità sia alla coerenza, sia al rispetto è l’unica strada per una riforma solida e condivisa, ma siamo anche convinti che essa deve trovare concretezza in cambiamenti visibili che ne siano sia il frutto, sia il segno. Ne proponiamo quattro, convinti che altri quarantaquattro ci saranno proposti dalla nostra community.

1.Una nuova strategia di Partnership Pubblico Privato (PPP) basata appunto sul rispetto dei ruoli, ma anche su una sostanziale base di fiducia. Una fiducia non ingenua, ma che ci aiuti a superare quella annosa e deleteria aberrazione che ci fa confondere patologia, da curare con attenzione e rigore, e fisiologia, che deve vedere invece strade spianate e regole chiare, semplici e incentivanti. Fuor di metafora è assolutamente urgente cambiare dalle fondamenta il sistema del procurement pubblico. Tutto il procurement certo, ma con un’urgenza particolare quello che attiene all’acquisto di servizi nel campo dell’innovazione digitale. Sembra un discorso solo per tecnici, ma se non agiamo subito sulle regole, se insistiamo con strumenti fortemente distorsivi come sono stati quelli proposti dalla Consip con le maxi-convenzioni, che hanno prodotto l’espulsione dal mercato delle piccole aziende più innovative o la loro sudditanza alle grandi, se non diamo manuali e strumenti che rendano possibili i partenariati d’innovazione, i dialoghi competitivi, il pre-commercial procurement, il green procurement, se non modifichiamo radicalmente il mood secondo cui ogni offerta è potenzialmente fonte di corruzione e ogni buyer pubblico è un potenziale corrotto, per la nostra innovazione non c’è speranza. E neanche per le nostre aziende e per il nostro sistema dell’offerta. Gran parte dell’offerta tecnologicamente avanzata è oggi in Italia appannaggio delle grandi multinazionali che, di fronte a regole sempre più bizantine e incomprensibili, scelgono semplicemente di investire altrove. Smobilitano uffici e laboratori, lasciano in Italia al massimo filiali commerciali con un impoverimento strutturale del nostro futuro. E anche le aziende italiane vanno a produrre e a vendere fuori o su altri mercati. La PA rischia di diventare un deserto tecnologico o un rifugio appannaggio dei furbi.

2. Una nuova prassi della pianificazione e del project management che, rispettosa di alcune regole fondamentali sempre valide (individuazione degli obiettivi e degli indicatori, delle risorse, dei tempi; studio di fattibilità, dove serve proof of concept, ecc.), approcci le grandi iniziative-Paese con la mentalità sperimentatrice di chi sa che un successo è sempre una delle opzioni tra tanti possibili fallimenti.

3. Un costante metodo di lavoro basato sulla partecipazione multi-stakeholders per portare al tavolo dove si progetta e si decide il meglio dell’intelligenza del Paese in un confronto di interessi in cui necessariamente l’ultima parola non potrà che essere del government, ma sarà una parola informata, aggiornata rispetto alle opzioni in campo, frutto di un continuo e proficuo dialogo.

4. Un’armonizzazione degli interventi e delle politiche di innovazione che superi i giardinetti privati di questo o di quello e che veda una direzione univoca e una governance chiara e riconoscibile, che individui priorità, che persegua obiettivi di medio-lungo periodo, che immagini e progetti un Paese frutto di scelte esplicite che, necessariamente, non potranno accontentare tutti.


[1] sulla necessità del dialogo e dell’abbandono della rissosa dialettica vedi l’articolo su Agenda Digitale

[2] cfr. la presentazione del goal 10 sulla diminuzione delle disuguaglianze a pagg. 53 e segg 

[3] cfr. l’interessante volume “Ripensare il Capitalismo” curato da M.Mazzucato e M.Jacobs – Laterza 2017, specie il capitolo IV scritto da
Andrew G. Haldane

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