Né fannulloni né eroi, semplicemente civil servant - FPA

EDITORIALE

Né fannulloni né eroi, semplicemente civil servant

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Se continueremo a svalutare il lavoro pubblico, ad evidenziare solo i problemi invece che a valorizzare le soluzioni e le eccellenze, il fallimento della PA sarà una Profezia che si autoavvera. In questo periodo, più che mai, abbiamo ascoltato, abbiamo studiato, abbiamo confrontato quello che sta accadendo nelle migliaia di pubbliche amministrazioni del paese e al di fuori di queste. E l’Italia che ne emerge è un po’ diversa, anzi molto diversa dalla narrazione dominante. Per questo, spente le luci dell’evento della scorsa settimana, proseguiremo il nostro percorso di #restartitalia perché siamo convinti che è solo facendo rete fra le nostre eccellenze che ce la faremo

13 Novembre 2020

Gianni Dominici

Direttore Generale FPA

Photo by Antonio Janeski on Unsplash - https://unsplash.com/photos/CHVTt0aGbx0

Guardando i diversi telegiornali, seguendo i social e sentendo i nostri politici, l’immagine si fa sempre più offuscata. L’immagine di un paese che aveva deciso di reagire e di uscirne migliore. L’immagine, le immagini che hanno fatto il giro del mondo di un’Italia solidale e che reagiva, alla sfida della pandemia, con grande spirito di comunità.

A quell’immagine si è poi sostituita quella dello scontro politico dentro e fuori la compagine di governo, quella dei negazionisti protagonisti delle trasmissioni, quella dei furbetti con le tavole apparecchiate alle 5 del mattino, quella degli scontri, quella degli opinion leader contro i fannulloni.

Ma è davvero questa l’Italia che sta emergendo? Davvero, in particolare, la pubblica amministrazione, in questa occasione, si rivela un covo di imboscati? Non ci risulta e, soprattutto, non è utile estremizzare, semplificare, banalizzare.

Il rischio, nel continuare all’infinito a proporre questo stereotipo, è anche di rafforzarlo e farlo diventare un forte freno al cambiamento. È quello che gli psicologi Claude Steele e Joshua Aronson hanno definito la “Minaccia delle stereotipo” per cui le persone appartenenti a un gruppo sociale oggetto di stereotipo negativo rimangono condizionate nei comportamenti tanto da ridurre effettivamente le proprie prestazioni e generare situazioni di bassa motivazione e abbandono delle attività. La teoria è stata applicata a stereotipi di genere, di razza ma anche ad altri gruppi comunque, spesso, oggetto di luoghi comuni.

Considerazioni simili sono ascrivibili al tema dell’inclusione e al senso di identità e di appartenenza ad una organizzazione o ad una istituzione. A questo proposito, scrive Vittorio Pilligra, “Non è difficile capirne il perché se consideriamo che il bisogno di sentirsi accettati dagli altri è, forse, il movente più fondamentale e profondo dell’agire umano (Baumeister R. F., Leary M. R., 1995. “The need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation”. Psychological Bulletin 117, pp. 497–529). Quando tale bisogno viene frustrato dall’ambiente nel quale viviamo e operiamo e dalla struttura delle relazioni nella quale interagiamo con gli altri, allora le persone reagiscono attivando meccanismi difensivi che li portano a “spegnere” ogni reazione emotiva e, come abbiamo visto, a modificare il loro atteggiamento nei confronti del tempo, degli altri, delle circostanze esterne.”

Ovviamente non voglio semplificare neanche io e dire che il lavoro pubblico, complessivamente, non porta con sé anche numerosi problemi. Noi stessi descriviamo il fenomeno della burocrazia difensiva come ancora molto diffuso ed episodi come quello del Click Day per il bonus mobilità dimostrano che nella PA, nelle PA, permangono importanti eccellenze come anche forti resistenze al cambiamento e antichi difetti. Quello che credo, però, è che se continueremo a svalutare il lavoro pubblico, ad evidenziare solo i problemi invece che a valorizzare, a mettere in rete le soluzioni e le eccellenze, il fallimento della PA diventa una Profezia che si autoavvera tanto per continuare con l’interpretazione socio-psicologia. Anche perché, in questo periodo di grande tensione sociale, sono sempre più numerosi episodi di insofferenza, per fortuna limitati alle invettive sui social, verso i “garantiti”.

In un paese in cui l’evasione fiscale è stimata per pesare 100 miliardi, ora, vengono additati e messi alla gogna coloro che con il proprio lavoro stanno cercando di assicurare i servizi alle imprese e alle famiglie, e contribuiscono ogni anno al gettito fiscale del paese. La metà degli italiani non dichiara reddito: in 18 milioni versano solo il 2% di Irpef.

Portando agli estremi questi ragionamenti si potrebbe affermare che i “garantiti” sono quelli che in gran parte garantiscono, appunto, i servizi sociali a cui tutti, e soprattutto in questo periodo, stiamo accedendo. Che facciamo? Se vogliamo davvero appellarci all’equità sociale pretendiamo l’ultima dichiarazione dei redditi o un accertamento fiscale prima di procedere ad un ricovero? Continuiamo ad esasperare gli animi aspettando un conflitto fisico tra ”fannulloni” statali contro “furbetti” evasori? Forse  i vari commentatori come Ichino, Cottarelli e, per ultimo, Cacciari dovrebbero riflettere prima di continuare, indirettamente, a soffiare sul fuoco.

Anche perché la realtà, poi, appare ben diversa. In questo periodo, più che mai, abbiamo ascoltato, abbiamo studiato, abbiamo confrontato quello che sta accadendo nelle migliaia di pubbliche amministrazioni del paese e al di fuori di queste. Personalmente, ho intervistato decine e decine di protagonisti dentro e fuori la PA, al centro come sui territori. Abbiamo fatto indagini statistiche e demoscopiche. E l’Italia che ne emerge è un po’ diversa, anzi molto diversa dalla narrazione dominante. È l’Italia delle istituzioni che lo smart working lo avevano già cominciato a sperimentare ben prima della pandemia, del professore Daniele Manni con la sua scuola innovativa, dei comuni italiani impegnati a rendere i servizi digitali accessibili, e così via.

In particolare, per capire come sono metabolizzati, capiti i cambiamenti in atto abbiamo realizzato una ricerca quantitativa, la “PA nel dopo Covid” con due indagini: una ad un campione statistico di cittadini e l’altra ad un panel di dipendi pubblici. I risultati dimostrano un’opinione sul lavoro pubblico un po’ diversa dalle semplificazioni mediatiche.

Il 57% degli intervistati considerano un fatto positivo l’accelerazione digitale dentro la PA avvenuta in questi mesi. Circa il 21% mette in evidenza le proprie difficoltà in termini di mancanza di strumenti adatti (13%) e in termini di competenze (8%). Quindi il pericolo di digital divide c’è ed è anche significativo ma, al tempo stesso, la fiducia nella trasformazione digitale è evidente.

L’opinione degli intervistati sullo smart working pubblico è ancora più interessante. Nonostante, appunto, l’attacco continuo con l’invito di “tornare a lavorare”, la maggioranza degli italiani considera lo smart working in ambito pubblico un’occasione per migliorare la nostra PA. In particolare, il 53% degli intervistati lo vede come un’opportunità per avere un’amministrazione più efficiente e moderna, il 13% lo considera ininfluente, non porterà alcun cambiamento sostanziale nell’amministrazione, il 29%, infine, lo considera un rischio, perché potrebbe facilitare l’assenteismo e i comportamenti opportunistici.

Non solo gli italiani hanno un’opinione più articolata, direi più matura e pertinente del lavoro pubblico, ma hanno anche le idee chiare su quale debba essere la strada maestra per dare al settore quella centralità che merita. Alla domanda “la Pubblica Amministrazione avrà un grande ruolo nella gestione delle risorse che arriveranno dall’Europa, secondo te cosa serve in via prioritaria perché possa farlo in maniera efficiente?”  le risposte sono nette:

  • il 35% risponde, nuove assunzioni e introduzione di nuovi profili professionali;
  • il 30% risponde formazione del personale interno;
  • il 25% indica una radicale semplificazione normativa.

Per gli italiani, quindi, è da questo che bisogna ripartire, dal mettere al centro il capitale umano, dal valorizzare i dipendenti pubblici ridando senso e ruolo al loro operato. Né fannulloni né eroi ma civil servant.

Spente le luci dell’evento della scorsa settimana, noi non ci fermeremo. Continua il nostro percorso di #restartitalia creando opportunità di incontro e di confronto fra gli innovatori dentro e fuori la PA perché di questo siamo sicuri: è solo facendo rete fra le nostre eccellenze, che ce la faremo.

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